Il 3 febbraio, nel pomeriggio, quattro uomini armati non identificati avrebbero disattivato le telecamere di sorveglianza della residenza di Saif al-Islam al-Gheddafi a Zintan, prima di assaltare la proprietà. Saif avrebbe affrontato gli aggressori nel suo giardino, dove è stato ucciso.
Gli aggressori sono fuggiti e non sono ancora stati identificati. Secondo quanto riferito, nell’attacco sarebbero rimasti uccisi anche quattro collaboratori di Saif, tra cui alcuni dei suoi protettori di Zintani.
In una nota ufficiale, il procuratore generale libico ha confermato che il decesso è avvenuto a causa di ferite da arma da fuoco.
L’assassinio di Saif al-Islam Gheddafi, figlio del Colonnello Muammar, ha riaperto vecchie ferite e riacceso interrogativi sul potere, sulla responsabilità e sulla giustizia irrisolta nella Libia.
Ora si cercherà di capire la dinamica dell’agguato. Ma, soprattutto, il perché di questa azione armata.
Le prime testimonianze
A 48 ore dall’omicidio, le circostanze restano avvolte nel mistero. Al momento, nessuno rivendica la responsabilità di quello che il suo clan politico definisce un «assassinio codardo e a tradimento».
Ma se i sostenitori della famiglia Gheddafi (noti come “Verdi”), ne piangono la morte e lo chiamano già “martire”, in alcune città “rivoluzionarie”, come Misurata, la morte di Saif è stata celebrata con fuochi d’artificio.
I sospetti. Le smentite
Nelle prime ore post omicidio era stata diffusa la versione della sorella, rilasciata alla Tv libica: il fratello sarebbe morto nei pressi del confine con l’Algeria, non a Zintan. Ma è stata presto scartata come ipotesi.
Circolano tuttavia altre voci su chi sia stato il responsabile dell’omicidio e sul perché, sebbene non vi sia ancora chiarezza. Alcuni membri del clan di Gheddafi sostengono che dietro l’assassinio ci sia il vice comandante dell’Esercito nazionale libico (e presunto erede di suo padre Khalifa), Saddam Haftar.
Altre indiscrezioni sostengono che Saif sia stato ucciso dalla 444a Brigata Combattente nel deserto di Al Hamada Al Hamra.
La formazione armata, affiliata al ministero della difesa del Governo di unità nazionale (GUN) di Tripoli, ha preso subito le distanze dall’accaduto. In un comunicato, la milizia ha smentito qualsiasi coinvolgimento negli scontri avvenuti nell’area di Zintan, affermando di «non avere alcuna presenza militare né dispiegamenti sul terreno nella città o nei suoi dintorni» e di «non essere in alcun modo collegata agli eventi registrati».
Il grido d’accusa del suo clan
Il comunicato dell’entourage di Saif al-Islam è un atto d’accusa contro l’intero sistema libico e internazionale. «Oggi piangiamo la perdita del vero progetto nazionale riformista in cui Saif al-Islam credeva e per il quale ha vissuto», si legge nel testo che descrive la vittima come «un uomo fedele al suo patto con Dio e con il popolo, un combattente e un lottatore per il progresso della Libia».
Il nome Saif al-Islam, che in arabo significa “Spada dell’Islam”, è sempre stato carico di una forte valenza simbolica nella narrativa politica e identitaria legata alla famiglia Gheddafi. Il comunicato gioca proprio su questa simbologia, presentando la vittima come un martire della causa nazionale libica.
I responsabili della sua morte
Il suo clan attribuisce «responsabilità giuridiche e morali» alla magistratura libica, alla comunità internazionale, alle Nazioni Unite e alle organizzazioni per i diritti umani, chiedendo «un’indagine indipendente e trasparente, locale e internazionale. L’assassinio di una figura nazionale della statura di Saif al-Islam rappresenta un colpo diretto alle possibilità di pace e stabilità in Libia».
L’audio controverso
Pochi giorni prima della sua morte, è circolata online una registrazione sui media arabi che i suoi sostenitori hanno descritto come «l’ultimo messaggio» di Saif al-Islam.
Nell’audio, il figlio del rais avrebbe criticato l’ordine politico della Libia dopo il 2011, accusando gli inviati stranieri di esercitare un controllo decisivo sul paese e mettendo in dubbio i risultati ottenuti dopo anni di spargimento di sangue e sacrifici.
Ha parlato di miliardi di dollari persi, migliaia di morti e di una Libia incapace di agire senza l’approvazione delle potenze straniere.
Ma al momento nessun media affidabile ha potuto verificare la veridicità dell’audio
Chi era Saif al-Islam Gheddafi
Nato nel giugno 1972 a Tripoli, secondogenito del Colonnello e della sua seconda moglie Safia Farkash, Saif al-Islam è stato a lungo considerato la figura più influente della Libia dopo suo padre. Pur non avendo mai ricoperto una carica ufficiale, definiva le politiche e guidava negoziati di alto profilo.
Fluente in inglese, con un dottorato conseguito alla London School of Economics, era considerato il volto riformista e amico dell’Occidente, anche dell’Italia, del regime di Gheddafi.
Numerose le sue azioni diplomatiche. Guidò i colloqui per l’abbandono delle armi di distruzione di massa da parte della Libia e negoziò il risarcimento per le famiglie delle vittime dell’attentato al volo Pan Am 103 su Lockerbie del 1988.
Negli anni 2000 contribuì al rilascio di prigionieri politici, inclusi islamisti, e lanciò un progetto di riforma per indirizzare la Libia verso la democrazia, chiedendo l’adozione di una Costituzione e il rispetto dei diritti umani.
Il progetto fallì scontrandosi con la vecchia guardia del regime.
Il crollo della reputazione nel 2011
Ma quando nel 2011 scoppiò la ribellione nel paese, la sua immagine di riformista crollò. Promise “fiumi di sangue”.
In quell’anno fu il cervello politico della lotta contro i rivoluzionari. E dopo l’uccisione del padre e dei fratelli Muatassim e Khamis, divenne il principale nemico degli islamisti che avevano combattuto nella rivoluzione.
La profezia
In una trasmissione televisiva, che rimase impressa nella memoria collettiva, agitò il dito verso la telecamera: «Tutta la Libia sarà distrutta. Ci vorranno 40 anni per raggiungere un accordo su come governare il paese».
In effetti, dopo oltre un decennio, la Libia resta divisa tra il GUN di Tripoli, riconosciuto dall’ONU, e l’amministrazione orientale alleata di Khalifa Haftar a Bengasi.
Gli anni in prigionia
Saif venne catturato dal battaglione Zintani Abu Bakr al-Siddiq nel deserto libico alla fine del 2011 e fu imprigionato per diversi anni da questo gruppo in una prigione segreta a Zintan.
Nel giugno 2011, la Corte penale internazionale emise un mandato di arresto per Saif con l’accusa di crimini contro l’umanità contro il popolo libico, a causa del suo ruolo nella repressione delle proteste.
Tuttavia, non è mai stato consegnato. Anche gli Zintani si sono rifiutati di consegnare Saif per essere processato a Tripoli.
Condannato a morte. E graziato
Nel 2015, è stato condannato a morte in contumacia da un tribunale di Tripoli per il suo ruolo nella repressione dei manifestanti del 2011.
Nel 2017, il Battaglione Abu Bakr al-Siddiq dichiarò che Saif era stato rilasciato dal carcere in base a una legge di amnistia emessa dal governo orientale, sotto il controllo degli Haftar.
Da allora, Saif scomparve per molti anni dalla scena pubblica.
Il ritorno mancato del 2021
Nel novembre del 2021 si presentò nella città meridionale di Sebha per candidarsi alle elezioni presidenziali del mese successivo, che furono rinviate e che poi non si tennero. E una delle cause di tensione fu proprio la sua candidatura.
Ma anche dopo Sebha è stato visto raramente in pubblico. La sua importanza era principalmente quella di figura simbolica, sia del precedente regime che di un più ampio movimento di riconciliazione.
Nel 2025 aveva riaperto gli account sui social media, commentando le notizie internazionali e lasciando intendere l’ambizione di candidarsi nuovamente.
Cosa significa per la Libia
Con la morte di Saif al-Islam si chiude l’unico percorso politico strutturato riconducibile alla famiglia Gheddafi. Gli altri membri hanno vissuto traiettorie frammentate tra carcere, esilio e marginalità. Suo fratello Hannibal è stato rilasciato su cauzione solo nel novembre scorso, dopo quasi un decennio di detenzione in Libano.
Sia le autorità orientali sotto gli Haftar sia quelle occidentali sotto Dbeibah mantengono relazioni funzionali con i “Verdi”. Un gran numero di questi ultimi è ancora presente nella leadership dell’ELN, soprattutto nel settore dell’intelligence. L’Esercito di Haftar conta anche sul sostegno delle tribù e delle unità militari di ispirazione gheddafiane nel Fezzan.
Quale sarà l’impatto?
Sebbene non vi siano dubbi sul fatto che l’assassinio di Saif avrà un impatto sul panorama politico e di sicurezza in Libia, l’importanza e la durata di tale impatto dipenderanno, probabilmente, da chi c’è dietro l’omicidio (o chi si ritiene che ci sia dietro), quali siano state le motivazioni e la capacità dei “Verdi” di reagire.
Anche se, in base alle prime letture dei fatti proposte da siti come Libya Analysis, i simpatizzanti del secondogenito del Colonnello non appaiono così organizzati da consentire loro di lanciare una campagna di vendetta su larga scala.
Detto ciò, l’omicidio di Saif rischia di influenzare la traiettoria politica della Libia nel prossimo futuro.