GIUFÀ – GENNAIO 2017
Gad Lerner

Nel primo vertice europeo cui ha partecipato in veste di premier italiano, Paolo Gentiloni è stato fra i sottoscrittori di un accordo col governo del Niger, il cui esplicito scopo è stoppare il flusso migratorio dall’Africa subsahariana.

Obiettivo davvero ambizioso, visto che la città di Agadez è notoriamente divenuta una roccaforte del traffico di esseri umani, la vera e propria porta d’accesso in Libia. Di per sé il Niger non genera un gran numero di migranti (anche se è uno dei paesi a più alta riproduttività del mondo con i suoi 7,3 figli per donna e un’età media di 15 anni), ma ne è attraversato senza sosta e senza avere un reale interesse a fermarli sul proprio territorio, povero e desertificato.

Ebbene, mi sarei aspettato di leggere sui giornali qualche dettaglio in più sui termini di questo accordo, al di là delle vaghe cifre milionarie con cui l’Unione europea “compra” la promessa di uno stop sul modello applicato in Turchia da un apparato statale ben altrimenti efficiente. Zero informazioni, solo poche righe in cui si accennava alla filosofia contenitiva del trattato: tamponare, deviare altrove il flusso degli indesiderati. Che vadano a crepare altrove. Solo su Nigrizia e su alcune riviste di geopolitica avevo letto che il governo italiano aveva stipulato già un trattato simile con il Gambia, cui abbiamo fornito pure gli strumenti di rilevazione delle impronte digitali. Si fa quel che si può…

Negli stessi giorni si è saputo dell’idea di esporre in piazza Duomo a Milano il relitto di un barcone naufragato nel mare Mediterraneo. Lo propone un bravissimo regista cinematografico, Alejandro Inarritu, che concepisce l’operazione come installazione mobile di arte contemporanea al servizio di una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Come dargli torto? Come non apprezzare la lodevole iniziativa (lo dico senza ironia, a scanso di equivoci)?

Nulla va lasciato intentato per richiamare l’attenzione su una tragedia – la strage dei migranti nel mare Mediterraneo – che abbiamo l’istinto di rimuovere perché ci risulta improbo misurarci con le cause strutturali che lo determinano. Con tutta l’ammirazione per gli artisti come Inarritu, che anticipano una sensibilità legata al turbamento, e con tutta la comprensione per i meccanismi mediatici bisognosi di testimonial per cimentarsi con le realtà difficili, mi chiedo, però, se non sarebbe stato il caso di riequilibrare: qualche titolo in più sul Niger e sull’accordo contenitivo con l’Ue, senza nulla togliere all’idea del monumento.