Molto prima di Stonehenge, un cerchio di pietre allineato con il solstizio d’estate si ergeva già nel deserto nubiano: è in Egitto che si trova il più antico osservatorio astronomico conosciuto fino ad oggi.
Dai manoscritti di Timbuctù ai radiotelescopi del Karoo, passando per un meteorite marziano marocchino e i sogni degli “afronauti” zambiani, questo articolo ripercorre una storia astronomica africana tanto antica quanto ampiamente resa invisibile, a meno di un anno da un’eclissi totale di sole che attraverserà otto paesi del continente e della penisola arabica il 2 agosto 2027, visibile da Spagna meridionale, Marocco, Algeria, Libia, Egitto, Sudan, Arabia Saudita, Yemen e Somalia settentrionale.
Megaliti, manoscritti e meteoriti
Molto prima di Stonehenge, i megaliti di Nabta Playa si allineavano già, nel deserto nubiano, con il sorgere del sole al solstizio d’estate e indicavano il nord. Situato nel sud dell’Egitto, in pieno deserto, a circa 150 chilometri a ovest di Abu Simbel, vicino al confine con il Sudan, il cerchio astronomico di Nabta Playa risale a circa il 4800 avanti Cristo, 2000 anni più antico del sito di Salisbury (Regno Unito).
Ad oggi, il più antico osservatorio astronomico al mondo si trova quindi in Africa. Più a ovest, le biblioteche di Timbuctu (Mali) conservano decine di migliaia di manoscritti, alcuni dei quali risalenti all’epoca medievale, che trattano anch’essi di astronomia.
African Cultural Astronomy, una raccolta di articoli scientifici pubblicata nel 2008 dalle edizioni Springer, sotto la direzione di Jarita C. Holbrook (Stati Uniti), Johnson O. Urama (Nigeria) e Thebe Rodney Medupe (Sudafrica), racconta in particolare i progressi del «Timbuktu Astronomy Project», dimostrando la partecipazione e il contributo degli astronomi africani alla cultura scientifica.
L’astrofisico sudafricano Medupe collabora anche con registi sudafricani per realizzare il lungometraggio documentario Cosmic Africa (2002), andando incontro alle popolazioni di tutto il continente – Egitto, Mali, Namibia – per riscoprire il passato astronomico ancestrale delle Afriche.
In Marocco, è il suolo stesso a raccontare il cosmo. È lì che è stato trovato nel 2011 a Tissint, nel deserto occidentale del Sahara vicino a Bir Anzarane, “Black Beauty”, un meteorite marziano dai composti organici inediti, vecchio di oltre 4 miliardi di anni, studiato da una squadra diretta dalla planetologa marocchina Hasnaa Chennaoui Aoudjehane. Una terra che conserva, letteralmente, la memoria del sistema solare.
La ricerca scientifica contemporanea
Le Afriche non hanno mai smesso di guardare il cielo; sono i racconti dominanti a mantenere l’apporto degli scienziati africani nei propri coni d’ombra.
Questa storia prosegue oggi nel deserto del Karoo, in Sudafrica, dove si sta costruendo il più grande osservatorio di radioastronomia al mondo, lo Square Kilometer Array Observatory (SKAO), realizzato da un’organizzazione intergovernativa regolata da una convenzione firmata nel 2019 dai 13 membri fondatori (Germania, Australia, Canada, Cina, Confederazione Elvetica, Spagna, India, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Sudafrica, Svezia).
Saranno costruite 197 antenne di 15 metri di diametro per le medie frequenze (350 MHz – 15,4 GHz), distribuite su un sito di 150 km di diametro.
Inoltre, dal 20 aprile 2025, un’Agenzia Spaziale Africana con sede in Egitto coordina i programmi spaziali di 55 paesi membri.
Sogni spaziali e letteratura
Il cielo ha anche nutrito l’immaginario. Nel 1964, il maestro zambiano Edward Nkoloso sognava di inviare degli “afronauti” su Marte, un progetto poi fallito, documentato in un libro di narrativa fotografica di culto, Gli afronauti (2012), della fotografa Cristina de Middel.
Nel 2014, la ghanese Nuotama Frances Bodomo realizza un cortometraggio sullo stesso argomento, Afronauts. Queste opere hanno acceso l’immaginazione della zambiana Namwali Serpell, che integra tre attori reali dell’avventura spaziale zambiana nel suo romanzo Le strutture (Mustiks) – Un’odissea in Zambia (2022).
Questo stesso desiderio di spiccare il volo ha ispirato il secondo numero della rivista Air Afrique, erede del periodico Balafon: pour une meilleure connaissance de l’Afrique noire, il giornale di bordo della compagnia aerea panafricana (1961-2002).
Dedicato al viaggio, la sua copertina rende omaggio all’astrofisica franco-maliana Fatoumata Kébé, il cui principale tema di ricerca sono i detriti spaziali, ovvero i resti dell’attività umana attorno al nostro pianeta. È anche autrice de La Luna è un romanzo (2019), Lettere alla Luna (2020), Oltre il cielo (2024).