Sud Sudan
A tre mesi dalla firma degli accordi di pace che dovevano porre fine a due anni di guerra civile, il Sud Sudan continua a vivere un clima d'instabilità. Servizi e beni di prima necessità sono assenti o difficilmente reperibili. Si vive nella paura e nell'angoscia per via della criminalità rampante. La vita sembra aver perso qualsiasi valore.

Sulla strada dei Ministeri, nel cuore del distretto politico della capitale sud sudanese, Juba, è necessario fare molta attenzione. Quando il presidente Kiir si muove dal palazzo presidenziale per raggiungere il Parlamento bisogna fermarsi immediatamente per lasciare il passo al corteo, che ha ben poco di cerimoniale: un pick up pieno di giovani militari che imbracciano il kalashnikov in testa e un altro pick up con una mitragliatrice rivolta alla strada in coda. In mezzo diverse Land Cruiser nere con i vetri oscurati a mimetizzare e nascondere il passeggero eminente che, a quanto pare, si sente ben poco sicuro nella capitale del suo stesso paese, nonostante che gli accordi di pace che, sulla carta, hanno messo fine a quasi due anni di guerra civile siano stati firmati ormai da tre mesi.
Chi, magari distratto, oltrepassa anche di pochi centimetri il limite deciso dai funzionari della polizia di sicurezza in abiti civili, è certo che dovrà sopportare una dura reprimenda che potrebbe finire in questura se non si mostrasse sufficientemente convincente nel chiedere scusa. Ma il timore che una sventagliata di mitra possa scappare ad un soldatino impaurito da un rumore o da un movimento improvviso è palpabile tra i passeggeri delle macchine in fila ad aspettare che il traffico possa finalmente riprendere. Il corteo presidenziale è una rappresentazione frequente ed inquietante che rende alla perfezione il clima di tensione che si respira a Juba in questo periodo.

Una vita impossibile
La capitale è perennemente avvolta nel frastuono dei generatori, e anche questo rumore di fondo contribuisce a rendere l’atmosfera pesante. Le autorità competenti ormai da molti mesi non sono più in grado di garantire l’elettricità, neppure saltuariamente, com’era stato negli ultimi anni. Ma trovare il combustibile è un esercizio di pazienza e di astuzia. Le code alle pompe di benzina sono lunghe chilometri, ma se si riesce ad arrivare al distributore prima che il carburante finisca, lo si paga 6 sterline sud sudanesi, Ssp, al litro. Altrimenti bisogna cercarlo al mercato nero, dove il prezzo raddoppia, e nei periodi più neri, addirittura triplica. Ma neanche il mercato nero garantisce un rifornimento sicuro e costante.
Come il prezzo del carburante è lievitato anche il cambio della moneta locale: mentre il valore ufficiale è di poco più di 3 Ssp per un dollaro, praticamente lo stesso da diversi anni, il cambio al mercato nero ha ormai raggiunto i 17 Ssp, dal momento che i dollari in banca non ci sono più, o almeno la banca centrale li elargisce con il contagocce alle banche commerciali che, di conseguenza, non possono rispondere alle richieste dei clienti. Chi ha investito in Sud Sudan, puntando sulle possibilità aperte dalla costruzione del paese dopo l’indipendenza, si trova ora in gravi difficoltà a mandare avanti i propri affari e a garantire anche i servizi essenziali. Chi doveva importare materia prima per poter lavorare ha chiuso da un pezzo, come, ad esempio, la maggior parte delle ditte che imbottigliavano l’acqua, l’unica veramente sicura in una città in cui il colera è endemico, ma durante la stagione delle piogge diventa spesso epidemico, e lascia sul campo centinaia di morti. Il risultato è che, in un anno, il prezzo di una bottiglia da mezzo litro d’acqua è sestuplicato, passando da 0,50 centesimi a 3 Ssp.

Pericolo costante
Nonostante tutto, però, esteriormente la città cresce e cambia ogni giorno, i mercati e le vie commerciali sono affollati. Ma il senso di insicurezza è palpabile. I moto taxi alle 7 di sera spariscono. Non circolano più per motivi di sicurezza. E pochi si azzardano a farsi trovare per la strada dopo le 9. È un coprifuoco di fatto, dovuto alla microcriminalità rampante in un paese che ha dilapidato le proprie risorse umane ed economiche in una guerra civile spezzando il fragile patto che teneva insieme la sua popolazione e che, per questo, avrà ripercussioni molto a lungo. Le armi sono largamente diffuse mentre il rispetto per la vita umana è stato messo a dura prova da un conflitto caratterizzato da violazioni dei diritti umani inimmaginabili. Un rapporto dell’Unione Africana (Ua) ha confermato persino episodi di induzione forzata al cannibalismo. Fatti di cui si mormorava in città da tempo ma che nessuno voleva credere avessero un fondamento reale. La vita ha ormai un valore così basso che non fanno più notizia le rapine che finiscono con morti ammazzati per pochi soldi. Pochi giorni fa è stata la volta di un poliziotto, allenatore della squadra femminile di calcio. Ma sono stati recentemente presi di mira anche i compound, gli operatori e le macchine delle Ong e delle case missionarie.

L’insicurezza è grande anche sulle strade che si dipartono dalla città. C’era ancora una direttrice abbastanza sicura, quella che porta a Nimule, sul confine ugandese, su cui passano gran parte dei rifornimenti e dei beni di prima necessità per Juba e il paese intero. Ma ora, dopo il secondo l’assalto ad un autobus di linea e diversi episodi minori in un anno, non ci si può avventurare a cuor leggero neppure in quella direzione. Sette morti e una ventina di feriti gravi non si possono considerare un episodio di poco conto. Pochi infatti credono alla versione ufficiale, che dice essersi trattato di un episodio di criminalità. Molti credono che si sia trattato invece di un’operazione di qualche gruppo di opposizione armata, come quelli che nelle scorse settimane hanno ingaggiato l’esercito governativo nell’Equatoria Occidentale, dichiarando poi di essersi uniti all’opposizione di Riek Machar. Difficile dire se ci sia un fondamento reale per questa supposizione.

Certo la convinzione è indicativa della percezione della gente sulla situazione del paese. La maggioranza non crede affatto che la firma degli accordi di pace abbia messo la parola fine al conflitto e osservano che l’instabilità è in aumento, anche in regioni finora non toccate dalle operazioni militari che hanno visto l’esercito governativo scontrarsi con quello dell’opposizione.

Nella foto un mercato a Juba, capitale del Sud Sudan. (Fonte: Tyler Hicks/The New York Times)