La conquista di Kidal e gli attacchi simultanei a diverse città del Mali da parte del Fronte di liberazione dell’Azawad e dei jihadisti del JNIM (acronimo in inglese di Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani, o GSIM) affiliati ad al-Qaida, proiettano l’intero Sahel in una nuova stagione di instabilità.
Il fallimento del dispositivo russo
La ritirata fulminea di Africa Corps e delle forze armate maliane (FAMA) dai centri in cui i miliziani tuareg e i jihadisti sono entrati in azione, fotografa il sostanziale fallimento del protettorato russo nell’area. Da un lato ridimensiona la scaltrezza con cui Mosca ha colmato negli ultimi anni il vuoto lasciato dalla Francia nella regione; dall’altro mette spalle al muro non solo il sempre più fragile governo di Bamako ma, più in generale, la tenuta stessa dell’Alleanza degli stati del Sahel (AES, di cui fa parte insieme a Burkina Faso e Niger) che ha finora fatto della collaborazione militare con il Cremlino uno dei propri capisaldi.
Un’offensiva coordinata su più fronti
I fatti registrati finora dicono che dal 25 aprile sono state almeno sette le città del Mali prese d’assalto dal JNIM e dal Fronte di liberazione dell’Azawad. Un’offensiva coordinata come confermato dal portavoce di quest’ultimo, Mohamed Elmaouloud Ramadane, a Jeune Afrique.
La manovra è stata a tenaglia. Bamako e Kati a sud-ovest, così come a nord-est Kidal e Gao sono state attaccate in simultanea per impedire all’esercito regolare e ai mercenari russi di spostare rinforzi da una parte all’altra. L’asse centrale tra Mopti e Sévaré è rimasto così isolato. A Kati, roccaforte della giunta militare al potere a Bamako guidata da Assimi Goïta, il 25 aprile è stato ucciso il ministro della Difesa Sadio Camara.
Il valore simbolico e strategico di Kidal
Il colpo più roboante, per ora, è stato però sferrato a Kidal. Nella città, ripresa a fine 2023 dal governo di Bamako grazie all’intervento di Wagner (la precedente incarnazione di Africa Corps fino a giugno 2025) dopo un decennio di dominio tuareg, è tornata a sventolare la bandiera dell’Azawad.
Come riportato da Le Monde, il viceministro degli Esteri russo Georgy Borisenko ha dichiarato il 28 aprile che i militari di Africa Corps hanno subito perdite durante gli attacchi. Come già trapelato a poche ore dall’inizio delle offensive, Africa Corps ha trovato un accordo con i separatisti per abbandonare il proprio avamposto di Kidal.
Anche se Mosca a inizio settimana ha provato a smussare questa versione dichiarando che i suoi effettivi hanno contribuito a sventare il tentativo di colpo di stato, impedendo agli insorti di impadronirsi di infrastrutture chiave, tra cui il palazzo presidenziale a Bamako.
Mediazioni e nuovi attori sul campo
In queste ore sarebbe il governo algerino, stretto alleato di Mosca nel Maghreb, a mediare tra le parti. Il 28 aprile il presidente Goïta si è rivisto in pubblico insieme all’ambasciatore russo Igor Gromyko. Il presidente ha promesso che i responsabili degli attacchi verranno neutralizzati. Ma il controllo che la sua giunta ha sul paese è sempre più precario come dimostra anche l’inserimento nelle dinamiche degli ultimi giorni di gruppi affiliati allo Stato Islamico della provincia del Sahel, il secondo attore jihadista per importanza nella regione e in diretta competizione territoriale con lo JNIM. Martedì 28 aprile, lo Stato Islamico era entrato nella città nord-orientale di Menaka, al confine con il Niger, ma le truppe dell’esercito maliane le avrebbe già respinte l’indomani.
Gli affari irrinunciabili di Africa Corps in Mali
In attesa di conoscere la portata dell’effettiva ritirata di Africa Corps dal nord del Mali, ciò che è certo è che Mosca non intende abbandonare gli affari che ha sviluppato nel paese negli ultimi anni, specie da quando Assimi Goïta ha preso il potere nel 2020 e da quando le truppe francesi hanno lasciato lo stato del Sahel.
Un report diffuso a inizio aprile da The Sentry, dal titolo “Doubling Down. Russia’s Military Network in West Africa” (in italiano, ”Raddoppiare la posta. La rete militare della Russia in Africa occidentale”), evidenziava già alcune settimane fa il momento delicato attraversato da tempo dalla Russia in Mali, con Africa Corps incapace sia di ottenere risultati militari significativi sul campo nella parte centrale e settentrionale del paese, sia di prendere pieno controllo del suo principale asset economico, ovvero i ricchi giacimenti di oro.
Le forniture militari russe
Per invertire questa tendenza, nei primi cinque mesi del 2025 il Cremlino ha effettuato in Mali tre importanti consegne di armi, spedendo tra gennaio, marzo e maggio carri armati, veicoli blindati, missili, imbarcazioni e un bombardiere tattico Sukhoi SU-24. Le consegne sono passate per il porto di Conakry, in Guinea, gestito dalle società russo-guineane Alumina Company of Guinea e Compagnie des Bauxites de Kindia, e da qui sono arrivate in Mali comprendo una distanza via terra fino a Bamako di quasi 1.000 km.
La logistica e il controllo operativo
L’obiettivo delle spedizioni, spiega The Sentry, è stato quello di dare man forte ad Africa Corps che a differenza della compagnia militare Wagner risponde direttamente al GRU, il servizio segreto militare russo.
Le armi inviate con la prima delle tre consegne da Bamako sono state poi smistate tra Gao e Banimonotié, nella regione di Sikasso nel sud-ovest del paese, dove si trova una base delle forze militari maliane che nel gennaio 2025 era stata inaugurata dal ministro della Difesa Camara, ucciso dai separatisti il 25 aprile scorso. Questa base si trova a 100 km dalla miniera d’oro di Yanfolila, di proprietà della Hummingbird Resources, recentemente acquisita dal magnate burkinabé Idrissa Nassa.
Distribuzione delle forze sul territorio
Un membro dell’esercito maliano di stanza a Mopti e sentito da The Sentry, ha dichiarato che la maggior parte dei mezzi e dell’equipaggiamento militare inviato dalla Russia in Mali è stato destinato oltre che alle basi di Gao e Banimonotié anche a quelle di Sokoro, Bafo, Nampala, Bandiagara, Sofara, Boni, Timbuctù e Diema, dove sono di stanza soprattutto le nuove reclute di Africa Corps, mentre i veterani di Wagner presidiano principalmente gli avamposti nel nord del paese.
Questa mossa conferma la sostanziale diffidenza da parte del GRU nei confronti di paramilitari che per anni hanno operato alle dipendenze dell’ex leader di Wagner Evgenij Prigozin.
I rapporti solidi di Mosca con la Guinea Conakry
Dalle informazioni ricavate da The Sentry sulle tre consegne effettuate da Mosca emergono almeno altri tre elementi rilevanti. Il primo è che l’ingente quantitativo di armi inviato era mirato a proteggere le basi di Africa Corps e non per essere impiegato in operazioni di combattimento. Il che significa che i russi in Mali si sono attestati su una posizione conservativa rendendosi conto di non potersi spingere oltre i territori già controllati. Un limite confermato dai fatti degli ultimi giorni.
Il secondo elemento emerso dalle indagini di The Sentry è che i carichi di armi erano tutti destinati ad Africa Corps e non all’esercito maliano. D’altronde, trattandosi di equipaggiamenti e mezzi in molti casi di recente produzione, era difficile credere che i rifornimenti fossero destinati alle forze armate locali.
Il terzo elemento, infine, rimanda ai rapporti sempre più stretti tra Mosca e il governo della Guinea Conakry. Le navi cargo russe arrivate al porto di Conakry – quattro in totale quelle impegnate nelle tre consegne, Adler, Siyanie Severa, Patria e Baltic Leader – hanno viaggiato in direzione della Guinea non come “navi fantasma” ma battendo bandiera russa. Ciò significa che il governo di Conakry era a conoscenza di queste consegne militari e ha predisposto il proprio porto per accoglierne l’arrivo.
La Guinea Conakry rappresenta di fatto l’accesso marittimo privilegiato della Russia in Africa Occidentale. Le relazioni diplomatiche tra Mosca e la giunta militare locale guidata da Mamady Doumbouya sono solide e sul posto il Cremlino può appoggiarsi sulla sua compagnia UC Rusal, che attraverso le controllate Alumina Company of Guinea e Compagnie des Bauxites de Kindia gestisce nel porto di Conakry carico e scarico di merci e il loro trasferimento ferroviario verso l’interno dell’Africa occidentale.
Il ridimensionamento nel Sahel
Il report The Sentry conferma infine che al netto della catena di comando in cui oggi è incasellata Africa Corps, rispetto ai tempi di Wagner non molte cose sono cambiate sul campo. Gli effettivi in Mali sono circa 1.500, in buona parte uomini in passato alle dipendenze di Prigozin. A guidare le operazioni nel paese sono sempre Andrey Ivanov e Ivan Maslov, in contatto diretto con Yunus-Bek Yevkurov, vice ministro della Difesa russo e con il generale Andrey Averyanov, figura chiave del GRU.
Finora l’uomo di collegamento tra il presidente maliano Goïta e Africa Corps è stato Modibo Koné, capo dell’Agenzia per la sicurezza nazionale Maliana che in passato era entrato in rotta di collisione con il ministro della Difesa Camara.
Un elemento segnalato da The Sentry può aiutare ad analizzare la plateale incapacità di Africa Corps e delle truppe regolari maliane di prevenire e poi reggere l’urto dell’offensiva dei tuareg e dei gruppi jihadisti iniziata il 25 aprile. Essendo vincolata a un controllo diretto e molto più stringente da parte del GRU rispetto ai tempi di Wagner, Africa Corps in Mali ha oggi il compito principale di preservare il controllo di basi, porzioni di territorio e miniere.
I suoi effettivi non si spingono più come in passato in sortite oltre i perimetri indicati e possono agire solo dopo aver ottenuto il via libera da parte dei vertici dell’organizzazione che, come detto, devono rispondere a loro volta al GRU.
Ritardi e inefficienze sul campo
Due episodi recenti testimoniano la lentezza operativa di Africa Corps. Nel gennaio scorso i russi sono intervenuti in Niger solo due ore dopo un attacco di miliziani affiliati allo Stato Islamico all’aeroporto Diori Hamani e alla base aerea 101 a Niamey, dovendo prima attendere indicazioni su come coordinarsi con le forze nigerine. Mentre nei mesi scorsi i miliziani del JNIM paralizzavano le principali strade di collegamento del Mali – isolando Bamako e Mopti, sono rimasti nelle loro basi.
Il blocco prolungato dei jihadisti sulla distribuzione del carburante ha inoltre non solo messo pressione sul governo di Assimi Goïta, esplosa poi con le offensive scattate dal 25 aprile, ma ha anche rallentato i lavori di Africa Corps per la costruzione di nuovi avamposti intorno a Tessalit, Kidal e Aguelhok, a protezione dei giacimenti d’oro situati a In Darset, Inghouzar ed Egharghar. Avamposti che, forse, sarebbero stati utili per limitare i danni della disfatta di questi giorni.