Economia in bianco e nero – ottobre 2015
Riccardo Barlaam

«Quando due elefanti litigano è sempre l’erba a venire schiacciata» dice un proverbio africano. Tra Stati Uniti, Cina, tassi a zero e bolle, a rimetterci rischiano di essere i più piccoli. I fili d’erba. I tassi monetari americani sono vicini allo zero, ai minimi storici dal 2008. E da oltre due anni la Federal Reserve, la Banca centrale statunitense, periodicamente continua ad annunciare come imminente una svolta, in vista di un rialzo dei tassi e di una normalizzazione della sua politica monetaria ultra espansiva.

Tuttavia, il rialzo non arriva. Non è giunto neanche nell’ultima seduta di settembre dei governatori della Fed, preoccupati dalla frenata della locomotiva Cina, dal crollo dei prezzi delle materie prime e dalla conseguente volatilità che ha colpito i mercati finanziari di mezzo mondo nel corso dell’estate, in seguito alla svalutazione della moneta cinese, lo yuan. Tuttavia, da qui a fine anno, probabilmente, un rialzo dei tassi americani ci sarà. E le conseguenze pesanti di questo stato di cose, già visibili nei paesi emergenti, rischiano di diventare più gravi. Le nubi che sembrano tornare di nuovo sull’economia mondiale si sono addensate in misura maggiore sui paesi emergenti e sui paesi in via di sviluppo.

Proprio in virtù dei tassi americani a zero, dal 2012 c’è stato un grande incremento dei debiti sovrani nei paesi in via di sviluppo, sostiene Judith Tyson, dell’Overseas Development Institute. Molti di questi piccoli paesi in difficoltà sono africani. Paesi legati a doppio giro alla Cina. E che ora per le fluttuazioni valutarie, causate dalla rivalutazione del dollaro, si ritrovano con debiti pubblici ingigantiti. A un passo dal default. Come la Grecia, per capirci.

Almeno 14 paesi in via di sviluppo nel mondo sono ad «alto rischio di una crisi del debito», si legge in un report di Jubilee Debt Campaign, l’organizzazione britannica che si propone di cancellare il debito dei paesi più poveri del mondo.
Questi 14 stati si ritrovano in precarie condizioni macroeconomiche, ma, soprattutto, hanno un debito espresso in dollari, assieme a valute in caduta libera. E il rialzo dei tassi statunitensi, che prima o poi arriverà, rappresenta per loro un cerino acceso gettato in un mare di benzina. «Stimiamo che 14 paesi stiano andando rapidamente verso nuove crisi del debito, poiché hanno enormi debiti esteri, un ampio e persistente deficit delle partite correnti e corrono il rischio di pagare maggiori interessi sul debito in futuro», scrive la ong britannica.

Nove di questi 14 paesi a rischio default sono africani. Sono: Capo Verde, Etiopia, Ghana, Mauritania, Mozambico, Sao Tomé e Principe, Senegal, Tanzania e Uganda.

Paesi che hanno in comune tre grandi problemi: un debito pubblico superiore al 30% del Pil; un deficit delle partite correnti superiore al 5% del Pil; e un ritmo di rimborso del debito superiore al 10% delle entrate statali. Purtroppo, per molti di loro, il debito è espresso in dollari. Ora, con il rialzo dei tassi statunitensi alle porte e il dollaro sempre più forte, i nodi arrivano al pettine.

Negli ultimi mesi il valore di alcune valute africane è stato decimato dal dollaro forte. «Il 2015 è stato un bagno di sangue per i paesi subsahariani», dice Aly Khan Satchu, analista che guida una società di investimento a Nairobi. Le valute dei paesi africani produttori di petrolio, legati al petrodollaro, il kwanza angolese e il naira nigeriano soprattutto, sono state colpite pesantemente dall’effetto combinato del calo delle quotazioni petrolifere e dall’apprezzamento del dollaro. Da un anno all’altro il naira nigeriano ha perso il 20% del suo valore contro la moneta Usa. Stessa cosa per la moneta angolana.
Non solo. Le tre principali economie dell’Africa orientale hanno registrato dei cali notevoli nelle loro valute. Lo scellino kenyano ha perso quasi il 9% in tre mesi. Trend simile per la moneta ugandese. La Tanzania, nonostante la cancellazione del debito nel 2001 e nel 2006, si ritrova di nuovo nei guai per il calo del prezzo delle materie prime, la svalutazione dello scellino, che ha perso oltre il 20% in un anno e per l’aumento del debito estero, espresso in dollari. Il Rand sudafricano ha perso l’8% del suo valore nelle ultime settimane. Pesanti le perdite al Jse, la Borsa azionaria di Johannesburg.

Una massiccia fuga di capitali è già iniziata. Diverse economie nei paesi subsahariani, secondo Moody’s, «sono molto vulnerabili per via della potenziale fuga di capitali e per la estrema volatilità dei mercati finanziari».
Insomma, la crisi valutaria in atto in Africa mostra come il continente sia ormai sensibile alle turbolenze del mercato globale.

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