Marzio Barbagli, docente dell’Università di Bologna, spiega la criminalità dei giovani stranieri di seconda generazione. Dal dossier di aprile di Nigrizia.

I figli dell’immigrazione hanno una maggiore propensione a commettere reati rispetto ai propri genitori e in proporzioni superiori rispetto ai propri coetanei “autoctoni”. È quanto emerge dalla ricerca effettuata da Marzio Barbagli nel suo saggio, “Immigrazione e sicurezza in Italia”, edito dal Mulino. Barbagli, docente di sociologia all’Università di Bologna, conduce un’analisi puntuale dei numeri legati alla criminalità in Italia, giungendo alla conclusione che i cittadini stranieri commettono un maggior numero di reati rispetto agli italiani. Dal 1990 ad 2007 la percentuale di cittadini stranieri denunciata è passata, a seconda dei reati dal 25% al 68%. Così anche i minori, che tra il 1988 e il 1995 raggiungono quasi la metà dei minori condannati per furto. Sulla base dei dati Barbagli fornisce tre teorie per spiegare il motivo per cui l’immigrazione possa influire sulla criminalità. La prima presuppone una difformità di valori e regole tra la società di provenienza e quella ospitante. La seconda prevede invece che l’assimilazione di mete culturali, quali il successo economico, e l’insufficienza di mezzi per ottenerle, conducano alla ricerca di mezzi alternativi illeciti per raggiungerle. Infine, la terza presume un indebolimento dei legami familiari nel processo migratorio e un conseguente cedimento della famiglia quale sistema di «controllo sociale» per prevenire i crimini. Sarebbero in particolare le ultime due a fornire le ragioni per cui i figli degli immigrati propendono maggiormente al crimine.