Eritrea / Perché si fugge dal paese
La dittatura di Isaias Afwerki annienta la popolazione. E c’è chi prova a salvarsi la pelle attraversando, da profugo, il Mediterraneo.

In Eritrea, nel secolo scorso, ci sono stati gli italiani, gli inglesi e gli etiopi. Un detto popolare sintetizza come la gente eritrea ha vissuto le tre realtà: “Gli italiani ci dicevano mangiate e non parlate; gli inglesi non mangiate ma parlate; gli etiopi non mangiate, non parlate”

La situazione di oggi, aggiungo io, è: “non mangiate, non parlate, non esistete”, poiché la feroce dittatura di Isaias Afwerki (foto) sta minando la cultura, le famiglie, i valori e l’autostima di ogni individuo. Gebre Gebremariam, uno studioso eritreo, definisce cleptocratico l’attuale regime. Definizione troppo morbida. I partiti d’opposizione sono vietati e chiunque osi sfidare il potere viene incarcerato senza processo e spesso in condizioni estreme.

La promettente e giovane nazione, dopo secoli di lotta, ma in particolare dopo i cruenti 30 anni di guerra per liberarsi dal dominio dell’Etiopia, oggi è preda di un regime totalitario ed è una terra da dove si scappa a gambe levate via terra, mare e aria. È stata smantellata l’economia, minate l’educazione e la cultura. Questa situazione sta compromettendo anche il futuro dell’intera popolazione. Da 22 anni, Isaias Afwerki e i suoi stretti collaboratori hanno un potere illimitato sulla popolazione.

L’Eritrea è un paese senza una costituzione. Avrebbe dovuto essere traghettata verso la democrazia passando attraverso regolari elezioni. Ma la costituzione, scritta nel 1996, non è mai entrata in vigore. Anzi, nel 1998, è stato aperto un fronte di guerra contro l’Etiopia per deviare l’attenzione del popolo. Così, l’Eritrea è diventata un regime totalitario, militarizzato e blindato. Il despota e la sua cricca possono fare ciò che vogliono di ogni individuo e delle proprietà di ogni eritreo. Non c’è libertà di stampa e di associazione. Non possibile esprimere la propria opinione e praticare la propria fede.

Dal 1996, ogni giovane, dai 18 anni in poi, è chiamato al cosiddetto “servizio militare” – può durare tutta la vita – ed è pagato più o meno 30 dollari al mese. Il servizio è obbligatorio. Ogni individuo, direttamente e indirettamente è reso schiavo del sistema, in senso letterale del termine. Per esempio, un generale può far coltivare gratuitamente un suo campo da giovani in servizio di leva. Oppure può arrestare una persona, portarla in una stazione della polizia – e poi, se è fortunata, in un regolare carcere – e lasciarla in custodia per un anno, due anni, otto anni… senza processo.

Lo stato può cacciare via una famiglia dalla propria casa e dalla propria terra. In tutto il paese spariscono persone nel nulla. O marciscono in carceri segrete o vengono vendute ai beduini del Sinai oppure sono uccise e i cadaveri occultati. Come lo possiamo definire una stato che schiaccia in questo modo i diritti dei cittadini?

Il male di adesso ha origini ai tempi della guerriglia contro l’imperatore etiopico Hailé Selassié, anche se a tanti eritrei riesce difficile ricostruire i fatti risalendo fino agli anni ’60. Già negli anni della guerriglia non era possibile criticare il gruppo dirigente e chiunque osasse faceva una brutta fine.

Nel 2001 c’è stato il giro di vite antidemocratico inequivocabile e tutti i giornali indipendenti sono stati chiusi. Secondo le Nazioni Unite, Amnesty International e molti osservatori internazionali, nel 2012 in Eritrea c’erano tra i 5mila e i 10mila prigionieri politici, anche se non è esagerato dire che il paese è un carcere a cielo aperto.

E non c’è pace nemmeno per i rifugiati eritrei. Nel deserto del Sinai sono stati trovati, di recente, più di cinquemila cadaveri di eritrei. Come sono finiti lì? Si tratta di persone rapite, prevalentemente dal Sudan, anche da centri dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati come quello di Shagarab, e letteralmente vendute, come fossero pecore. A gestire questi traffici è una sorta di mafia eritrea composta da uomini rasciaida, una etnia eritrea del bassopiano, e da alcuni generali del regime eritreo.

Il meccanismo è questo: la mafia eritrea li rapisce e li vende a gruppi di beduini; questi ultimi danno modo ai rapiti di mettersi in contatto con i loro parenti, in Eritrea o altrove, e chiedono un riscatto, in genere tra i 20mila e i 60mila dollari; chi non paga, e sono i più, diventa un corpo da cui prelevare degli organi (e venderli) e poi far sparire.

Le persone che annegano nel Mediterraneo, scappano da questo inferno.

Appello del Coordinamento Eritrea democratica

 

Dopo i ripetuti naufragi di migranti, molti eritrei, sulle coste italiane, il Coordinamento Eritrea democratica, che riunisce gruppi e associazioni della diaspora attivi in Italia, ha lanciato un appello al governo italiano.

Si chiede che il nostro paese chiarisca la sua posizione nei confronti del governo eritreo e fornisca protezione a chi fugge dalla dittatura e a chi lotta in Italia contro il regime di Asmara. Ricorda che i cittadini eritrei che vivono in Italia subiscono una doppia imposizione fiscale: il governo eritreo, infatti, attraverso persecuzioni e intimidazioni, «affidate ad associazioni e ai consolati», riscuote le imposte e lede i diritti umani. E si chiede un’indagine accurata al riguardo.

E ancora: «In un quadro di riforma della legge Bossi-Fini sull’immigrazione, vengano introdotte nuove norme per i rifugiati politici. E si arrivi quanto prima al varo di una legge organica sull’asilo».

È poi urgente «creare un corridoio umanitario per il diritto d’asilo europeo (permettere ai migranti bloccati in “paesi terzi” di giungere legalmente in Europa), trasformando i pattugliamenti in azioni di soccorso. Va rafforzata una politica di accoglienza europea perché i paesi di approdo, come l’Italia, possano essere un luogo di passaggio e prima accoglienza, dove le persone possano scegliere in quale paese europeo ricostruirsi un futuro».

Riguardo ai morti nei naufragi, si chiede «la restituzione delle salme alle loro famiglie in Eritrea, perché queste persone possano essere onorate almeno da morte».