Sudan
Il presidente sudanese Omar al Bashir gongola alla notizia del congelamento dell'inchiesta della Corte penale internazionale nei suoi riguardi per i crimini in Darfur. Oggi il pubblico ministero Bensouda ha però ribadito le durissime accuse attraverso un rapporto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. La questione non è chiusa.

Non sono giorni facili per la leadership sudanese. Il presidente Omar al Bashir, ieri aveva cantato vittoria alla notizia del congelamento dell’inchiesta su di lui da parte della Corte penale internazionale (Cpi) riguardante i crimini in Darfur. Oggi però è arrivata la doccia fredda, grazie al rapporto del pubblico ministero Fatou Bensouda al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, in cui si ribadiscono le accuse fin qui depositate contro di lui, del ministro della difesa Abdelrahim Hussein, del governatore del Nord Kordofan, Ahmed Haroun e di Ali Kosheib, capo di una milizia paragovernativa. Il rapporto ha messo in evidenza l’impossibilità di proseguire le indagini e di raccogliere nuove prove e ha lamentato soprattutto il fatto che gli accusati non sono stati ancora portati davanti alla corte per l’inerzia della comunità internazionale. Ha concluso, poi, affermando che questo non fa che delegittimare la corte e rafforzare i perpetuatori dei crimini già ampiamente dimostrati dall’accusa.
Le dichiarazioni di Fatou Bensouda sono risultate durissime nei confronti degli accusati e hanno confermato ciò che i mezzi di informazione indipendente e la società civile sudanese affermano da molto tempo: la situazione in Darfur si aggrava e si complica di giorno in giorno, gli abusi sulla popolazione civile sono diffusi e quotidiani e le violazioni dei diritti umani ormai plateali.

Nel suo discorso, la Bensouda ha citato lo stupro di massa di Tabit, convalidando così, con la sua autorevolezza, quanto le autorità sudanesi hanno in tutti i modi cercato di nascondere e manipolare.
Non essendoci riusciti e ritenendo che l’Unamid avesse avuto un ruolo nello svelamento dell’episodio e ancor di più delle condizioni di sudditanza e ricatto in cui si svolgono le sue operazioni, cosa che comunque la dice lunga su cosa avviene nella regione, hanno chiuso l’ufficio per i diritti umani  della missione di pace e ne hanno chiesto ufficialmente la fine.

I policy maker sudanesi hanno addirittura discusso, in parlamento, di come oscurare Radio Dabanga, le cui trasmissioni, molto ascoltate in tutto il Sudan, sono riuscite a svelare una realtà che il governo voleva tenere coperta. È stata presa la decisione di aprire un centinaio di radio locali filogovernative; si può già scommettere quale sarà la loro audience. Ma, a quanto pare, i problemi sono così gravi, e diffusi, che non è più possibile controllare tutte le fonti d’informazione.
Un altro rapporto di Human Rights Watch (Hrw), reso pubblico in dicembre a Nairobi, fa luce sulla situazione dei civili in un’altra area sudanese tormentata, il Blue Nile, dove dal settembre del 2011 è in corso una guerra civile tra il governo e il movimento di opposizione Splm-N. Il conflitto ha fatto poco meno di 200.000 profughi, 140.000 dei quali si trovano nella contea di Maban, in Sud Sudan, e gli altri nella zona di Gambella, in Etiopia. Il rapporto riporta innumerevoli testimonianze di stupri e violenze, di campi per il controllo della popolazione in particolare dell’Ingessina, alla quale appartiene Malik Agar, governatore eletto, sfuggito per il rotto della cuffia all’assalto della sua abitazione da parte dell’esercito governativo e ora leader del movimento. A conclusione del documento, Hrw chiede un’inchiesta su cosa avviene nella regione da parte dell’Unione Africana e dell’Onu.
La mancanza di informazione documentabile e autorevole è fondamentale per la manipolazione della realtà che permette al governo di proseguire indisturbato nel suo disegno di controllare le regioni periferiche e le loro risorse attraverso la cacciata, se non il genocidio, delle popolazioni autoctone e della loro sostituzione con gruppi etnici fedeli, meglio ancora se arabizzati. Ma forse ora il velo si sta piano piano alzando e … chissà, forse si sta avvicinando anche il giorno in cui i perpetratori di queste violenze dovranno renderne conto davanti alla Corte penale internazionale, cui finora sono sfuggiti.

Nella foto in alto il Presidente sudanese Omar al Bashir esulta durante una fiera a  Khartoum nel 2010. (Fonte: AP Photo/Abd Raouf)