Mali
Nel nord del Mali, le milizie filogovernative e i gruppi indipendentisti continuano a scontrarsi. Nonostante la pace siglata tre mesi fa.

In Mali, negli ultimi tempi, si sente sempre la solita musica. E non stiamo parlando del blues del deserto dei Tinariwen, degli assoli di kora di Toumani Diabate né del mito Ali Farka Toure, purtroppo. Il disco rotto che continua a risuonare in questo paese africano conosciuto nel mondo proprio per la florida ed eclettica produzione musicale, è un classico valzer fra guerra e pace, ballato sulle spalle delle popolazioni locali.

Dalla “fine” della guerra francese nell’estate del 2013, le notizie dal Mali non si sono mai discostate di una virgola dal ripetersi ciclico e incessante di conferenze, pourparler, firme della pace e ripresa delle ostilità. Una nazione ferita, nel pieno di una crisi politica, sociale e umanitaria senza precedenti, divisa fra i due terzi semidesertici settentrionali del territorio conteso fra milizie, bande armate, gruppi jihadisti e caschi blu della missione Onu (la Minusma) e il sud dove risiede il delegittimato potere centrale, rappresentato dal presidente Ibrahim Boubakar Keita (detto Ibk) e dal suo governo.

Due fronti principali
L’ultimo atto di tale situazione è la battaglia in corso per il controllo di Anefis, cittadina situata a un centinaio di chilometri da Kidal, non lontano dalla frontiera con l’Algeria, e militarmente ripresa a metà agosto dalle milizie filo-governative a discapito dei gruppi indipendentisti. L’incontrollabile spazio rappresentato dal deserto del Sahara che si estende e collega il nord del Mali a Marocco, Mauritania, Algeria e Libia è attraversato da traffici illeciti (soprattutto droga, armi ed esseri umani) e interessi geopolitici che generano conflitti apparentemente insolubili.

Nonostante la firma del cessate-il-fuoco e la pace raggiunta lo scorso 15 giugno e un mese di Ramadan relativamente tranquillo (nonostante le prime avvisaglie), i kalashnikov e le granate artigianali hanno ripreso a cantare nel nord del Mali. Una grande concentrazione di mezzi e uomini del Cma, il Coordinamento dei movimenti dell’Azawad – che raggruppa le principali sigle dell’irredentismo armato tuareg, oltre che a non pochi jihadisti della prima ora riciclati – è stato segnalato a Kidal, feudo tuareg nell’estremo nord maliano e vero nodo gordiano del conflitto. Nel campo opposto, quello della cosiddetta “Piattaforma”, denominazione che comprende il Gatia (sigla del Gruppo di autodifesa tuareg Imaghad e alleati) e i suoi accoliti, le milizie non-ufficiali filogovernative hanno alzato i toni, dicendosi pronti allo scontro finale per «liberare Kidal», dopo aver ripreso Anefis.

Gli uomini del Cma hanno reagito alla perdita di Anefis uscendo dal processo di pace instaurato con gli Accordi di Algeri e richiamando l’attenzione dei mediatori di quegli accordi (Algeria, Mauritania e Burkina Faso) su quella che definiscono «una grave violazione del cessate-il-fuoco». Ad ogni scaramuccia delle ultime settimane, la parte sconfitta si è sempre richiamata a principi e clausole discusse ad Algeri durante gli oltre otto mesi di negoziati ma che, sul terreno, nessuna parte in causa ha mai rispettato.

La ripresa delle ostilità è stata stigmatizzata dalla Minusma, che se l’è presa anche con Ibk. Preso in mezzo, il presidente Ibk ha subito intimato alle milizie della Piattaforma, «che non hanno nulla a che fare con il governo democraticamente eletto del Mali», di ritirarsi da Anefis, permettendo il ritorno delle truppe del Cma. Nonostante le proteste per la presa di distanza di Ibk pronunciate dai leader del Gatia, parte del contingente ha cominciato a ritirarsi da Anefis ieri pomeriggio.

Frattura etnica
Senza scendere in dettagli strategico-territoriali sui conflitti locali in corso, la battaglia che pare essere stata scongiurata (o forse solo rimandata) lo scorso fine settimana è fra i ribelli armati indipendentisti supportati dagli abitanti della regione di Kidal contro l’influenza della Piattaforma sulla popolazione della regione di Gao, capoluogo del nord Mali. Uno scontro che potrebbe essere letto anche come frattura etnica interna fra le due principali anime amazigh: da una parte la “famiglia”, il lignaggio tuareg degli Iforas tradizionalmente padrone della regione di Kidal e dall’altra quello degli Imaghad, tradizionalmente considerati subalterni ma oggi maggioritari.

Questo scontro è interpretato dalla rivalità fra due uomini d’armi: Iyad Ag Ghali e El Hadj Ag Gamou. Il primo, oltre ad essersi riciclato terrorista neojihadista ed essere ricercato dai servizi segreti di mezzo mondo è il capofila degli Iforas – che si sentono i depositari della nobiltà, del potere e della ribellione della causa tuareg – e controlla la regione di Kidal grazie ad una fitta rete di parentele. Il secondo, esiliato in Niger per anni con il proprio temutissimo esercito personale, ha vinto numerose battaglie a fianco dei francesi durante la guerra del 2013 ed è perciò diventato il signore indiscusso di Gao, da cui valuta come attaccare Kidal, vero obbiettivo in quanto capitale dei tuareg. La presa di Anefis di metà agosto va letta in questo senso, dunque.

Nonostante fin dal 2013 venga agitato da molti lo spauracchio della degenerazione del conflitto in una guerra civile, non sembra che questo rischio sia effettivo. A pesare di più politicamente oggi è il fallimento della missione Onu e le carenze diplomatiche della comunità internazionale e del governo di Ibk. Fallimenti che potrebbero aprire la strada a un ritorno in forze dei jihadisti di Al-Qaida nel Maghreb islamico che si sta riaffacciando sullo scenario maliano con sporadici attacchi non più confinati al solo nord. A giudicare da tali avvisaglie pare proprio che il disco rotto della guerra e della pace continuerà a suonare lungo in Mali.

Nella foto in alto alcuni ribelli del Coordinamento dei movimenti dell’Azawad (Cma). Nella foto sopra il generale e fondatore del Gatia, Gamou, con le sue truppe a Gao in Mali. (Fonte: Émilie Régnier per J.A.)