World press freedom index 2016
La libertà di stampa è in calo nel mondo nel 2015 e per molti paesi africani resta un tabù. È il risultato del rapporto annuale di Reporters sans frontiers. Solo 8 nazioni d'Africa sono presenti nelle prime 50 posizioni. Dittature e conflitti continuano ad impedire ai giornalisti di alzare la voce per superare il muro d’oppressione che accomuna ancora molte realtà.

La Ong francese Reporters sans frontiers (Rsf), ha pubblicato l’annuale classifica sulla libertà di stampa nel mondo, il World press freedom index 2016. Il report di Rsf, rappresenta un termometro per valutare lo stato di salute nel mondo dell’informazione. Tra i criteri utilizzati dalla Ong parigina per stilare la classifica, vengono presi in considerazione il pluralismo informativo; l’indipendenza; il rispetto per la sicurezza e la libertà dei giornalisti.
Nella graduatoria globale l’Italia si trova al 77esimo posto, e ha perso quattro posizioni rispetto allo scorso anno. Il Paese più virtuoso è la Finlandia, seguita sul podio da Olanda e Norvegia. La classifica è chiusa da Vietnam (175), Cina (176), Siria (177), Turkmenistan (178), Corea del Nord (179) ed Eritrea (180).

L’Africa libera
Il rapporto non presenta particolari note positive per l’Africa se non quella di aver superato l’America latina, dove la stampa è stata colpita dalle violenze istituzionali e della criminalità organizzata.
Nelle prime 50 posizioni dell’Index sono presenti solo 8 paesi africani. Se la Namibia, come nel 2015, resta il primo paese del continente per libertà di stampa, l’Eritrea del dittatore Isaias Afewerki chiude la classifica in ultima posizione ormai per l’ottavo anno di fila.
Nella virtuosa Namibia la stampa trova spesso rifugio nel web, dove i giornalisti non sono soggetti a particolari controlli. Eppure anche lì, nei media che appartengono al governo non è raro il ricorso alla censura.
Guadagnano posizioni rispetto al 2015 il Burkina Faso (42esimo, più 4 rispetto al 2015) e la Mauritania (48esima). Nel primo caso, la libertà di stampa non ha subito particolari contromisure dopo la cosiddetta “primavera burkinabé” che ha fatto cadere Compaoré, inoltre il reato previsto per chi insulta il presidente potrebbe essere presto depenalizzato. La Mauritania ha guadagnato ben 7 posizioni. Ma gli esperti Rsf manifestano preoccupazione per la recente approvazione di una legge contro i cyber-crimini, e la condanna a morte del blogger Mohamed Cheikh Ould Mohamed con l’accusa di apostasia.
Interessante è il balzo in avanti fatto dalla Tunisia, che anche se occupa il 96esimo posto, ha guadagnato 30 posizioni rispetto al 2015. Va detto che la situazione per la stampa nel paese rimane comunque difficile, i giornalisti tunisini continuano a subire vessazioni e la censura viene ancora imposta ad alcuni quotidiani, ma, come in Namibia, il web sta sviluppando una piazza di dibattito virtuale per informarsi ed informare la comunità.

Africa sotto censura
L’altra faccia del continente è quella dove l’informazione è succube del potere. Nel Congo-Brazzaville, 115esimo, il pluralismo informativo della stampa è solo di facciata. Nonostante un cospicuo numero di giornali, Tv e radio, l’informazione è sistematicamente sotto pressione, o nel migliore dei casi di proprietà di alleati del governo. Inoltre, dal 2014 numerosi giornalisti sono stati minacciati e costretti a lasciare lo stato, o addirittura deportati per aver criticato il governo del presidente Denis Sassou Nguesso appena rieletto dopo aver modificato la Costituzione in suo favore.
Un altro paese dove fare giornalismo è difficile, è il Burundi 145esimo nel 2015. Nella nazione in crisi da un anno i giornalisti sono imprigionati arbitrariamente e gli organi di stampa messi al bando. Chiunque provi a criticare il regime del presidente Pierre Nkurunziza, viene sistematicamente picchiato o torturato.
Un caso che riguarda molto da vicino l’Italia, è quello dell’Egitto. Nel paese la situazione si è gravemente deteriorata da quando nel 2013 il generale al-Sisi si è impadronito del potere con un colpo di stato, ed è stato imposto un ulteriore giro di vite ai media: come testimoniano le numerose sparizioni di chiunque provi ad opporsi o solo a criticare il governo del generale.
La vicenda dello studente italiano Giulio Regeni, scomparso il 25 gennaio 2016 e ritrovato morto il 3 febbraio, evidenzia la totale mancanza di libertà nel paese, inoltre, la recente legge anti-terrorismo adottata a partire da agosto 2015, obbliga i giornalisti che operano sul suolo egiziano a riportare solo la “versione ufficiale” sugli attacchi terroristici. Non a caso l’Egitto è al 159° posto in classifica.
Altri contesti negativi sono: l’Algeria, che perde 10 posizioni rispetto al 2015 e occupa il 129esimo posto, e il giovane Sud Sudan in conflitto dal 2013. Nel paese ha destato particolare attenzione la morte del giornalista Peter Moi avvenuta nell’ agosto del 2015; solo tre giorni dopo che il presidente Salva Kiir aveva minacciato apertamente i giornalisti. In seguito alla morte di Moi, diversi reporter hanno lasciato il paese vista la mancanza di sicurezza percepita nell’esercitare la professione.
Stabilmente nelle ultime posizioni della classifica mondiale ci sono poi: Libia (164esimo posto), Somalia (167esimo posto), Guinea Equatoriale (168esimo posto), Gibuti (172esimo posto) e Sudan (174esimo posto). In tutti il rapporto parla di una situazione “molto grave” per la stampa.

Asmara nemica dell’informazione
Un discorso a parte va fatto per l’Eritrea. All’ultimo posto, per l’ottavo anno di fila. Il paese del Corno d’Africa è da 20 anni sotto il potere del dittatore Isaias Afewerki, che dal 2001 ha attuato un giro di vite nei confronti dei media, vietando la stampa privata. Dal 2010, poi, non ci sono più corrispondenti esteri. Attualmente almeno 15 giornalisti sono detenuti, di alcuni di loro non si hanno più notizie. Come ogni cosa in Eritrea, si legge nel report, i media sono completamente sotto il controllo del regime Afewerki, che considera l’informazione un nemico. Lo stesso Afewerki ha dichiarato: «Coloro che pensano che prima o poi ci sarà una democrazia in questo paese, possono pensarlo, ma in un altro mondo».

Troppa violenza
In questo quadro globale allarmante fatto di censure e oppressioni, si inseriscono alla perfezione le dichiarazioni rilasciate dal segretario generale di Rsf: «Sfortunatamente – ha commentato Christophe Deloirell – è chiaro che molti dei leader mondiali stanno sviluppando una forma di paranoia nel legittimare il giornalismo». «Il livello di violenza contro i giornalisti, comprese intimidazioni verbali e fisiche, e minacce di morte, è allarmante.  La graduatoria – conclude Deloirell – rivela l’intensità degli attacchi di Stati, ideologie e interessi privati contro l’indipendenza del giornalismo».