Continua intanto la pressione su governo italiano e Banca africana per lo sviluppo perchè non finanzino il progetto
Non è chiara la posizione della Banca europea per gli investimenti nel progetto della diga in Etiopia: prima dichiara alle ong locali di voler ritirare gli investimenti, poi rettifica e afferma di non aver ancora deciso. Gilgel Gibe 3 è stato sempre criticato per i suoi devastanti impatti ambientali e sociali.

“Finora la Banca non ha preso nessuna decisione formale riguardo a una possibile valutazione del progetto” della diga Gilgel Gibe 3; “la Banca ha bisogno di ulteriori studi per decidere se procedere con una valutazione formale”: è quanto afferma una dichiarazione della Banca europea degli investimenti (BEI), rilasciata il 4 giugno, che contraddice la notizia di un suo ritiro dal finanziare la diga di Gilgel Gibe 3, in Etiopia.

Ad annunciare la decisione della BEI di non finanziare il progetto era stata l’ong kenyana Friends of Lake Turkana: l’organizzazione era stata contattata in merito alla richiesta di un incontro per discutere del sostegno al progetto, il cui impatto ambientale e sociale sarebbe devastante. Gilgel Gige 3, infatti, qualora completata devasterebbe l’ecosistema della valle dell’Omo e del lago Turkana, in Kenya, mettendo a rischio la sicurezza alimentare di almeno 500mila persone. L’incontro, previsto per l’8 giugno, è stato annullato proprio perchè, secondo la responsabile dell’ufficio reclami della BEI che ha richiamato la coordinaditrice di Friends of Lake Turkana, Ikal Angeli, il presidente della stessa Bei aveva annunciato formalmente il ritiro della Banca da Gilgel Gibe 3.

Un annuncio che era stato subito accolto con grande soddisfazione non solo dall’ong kenyana, ma anche da CRBM, coalizione Counterbalance  e International Rivers, sebbene la BEI non avesse specificato le ragioni di tale decisione. 

La BEI è solita valutare in maniera informale i progetti tramite quella che definisce una “pre-valutazione”, così da evitare il processo di responsabilità formale che si applica con i giudizi ufficiali, procedura che ha permesso in effetti alla  Banca di aver già una valutazione di Gibe 3,  senza dover rendere pubbliche alle comunità impattate la informazioni sul progetto, in modo da evitare così loro eventuali ricorsi. A conferma di un interesse che non è mai scemato, la Banca, sta finanziando l’Economic, Financial and Technical Assessment del progetto insieme alla Banca africana per lo sviluppo, ma anche in questo caso non abbia voluto rendere noto nessun dettaglio al riguardo.  

Un comportamento ambiguo e per ninete chiaro, che ha spinto International Rivers, la coalizione europea Counter Balance e Friends of Lake Turkana a chiedere alla BEI di rendere pubbliche tutte le informazioni che hanno a che fare con il suo coinvolgimento in Gibe 3. Le stesse realtà continuano intanto a fare pressione su governo italiano e Banca africana di sviluppo perchè non eroghino fondi per il progetto. L’esecutivo di Addis Abeba ha già richiesto all’Italia un prestito di 250 milioni di euro per la nuova diga, sebbene la nostra agenzia di credito all’export, la SACE, abbia già declinato ogni forma di sostegno.

Secondo la ong statunitense International Rivers qualora la Banca africana di sviluppo dovesse garantire un prestito per Gilgel Gibe 3 violerebbe le sue stesse politiche sugli impatti socio-ambientali, sulla riduzione della povertà, sul reinsediamento e sulla gestione transfrontaliera delle risorse idriche.

I lavori di realizzazione dell’impianto idroelettrico, i cui costi sono stimati intorno al miliardo e mezzo di euro, sono affidati alla compagnia italiana Salini, che ha ricevuto l’appalto dall’esecutivo etiope senza che si svolgesse nessuna gara formale. 

Val la pena ricordare che la diga Gilgel Gibe 2, in fase di completamento per opera della Salini, fu a suo tempo finanziata sia dalla nostra cooperazione che dalla BEI.

“Il progetto ha già incassato il consenso politico del governo Berlusconi, che dopo aver dimezzato i fondi della cooperazione allo sviluppo intende destinare 250 milioni ad un’opera che potrebbe creare una vera e propria crisi umanitaria nella regione e che è ha collezionato numerose irregolarità procedurali” ha ricordato Caterina Amicucci, della CRBM. “La cooperazione italiana non deve finanziare questo progetto, la società civile internazionale è pronta a portare il caso al Consiglio dei diritti Umani dell’ONU e anche a intraprendere una battaglia legale, qualora necessario” ha concluso l’Amicucci.

 

Per approfondire:
Diga di denari, Luca Manes, da Nigrizia mensile di febbraio 2008

No all’acqua privata
, 20 marzo 2009
L’ultima goccia- Forum sull’acqua e controforum, 16 marzo 2009 (con l’intervista a Caterina Amicucci della CRBM)