Il Papa in Camerun e Angola
L’editoriale di marzo.
Ci siamo quasi scordati dell’ultima volta di un vescovo di Roma in Africa. Fu quella di Giovanni Paolo II in Nigeria, dal 21 al 23 marzo 1998, per la beatificazione di padre Cyprian Michael Iwene Tansi. A 11 anni di distanza, non può non suscitare grande gioia e tanta speranza il viaggio di Benedetto XVI in Camerun e Angola, a 40 anni dallo storico incontro di Paolo VI con il continente a Kampala. Fu quella la prima volta di un Papa in Africa.

A guardare il programma della prossima visita tuttavia, non c’è da abbandonarsi a eccessivi entusiasmi. Papa Ratzinger avrà molte occasioni per parlare, per ripetere, anche ai vescovi africani, quanto gli sta più a cuore per il bene della chiesa cattolica. Bene. A noi, però, sembrerebbe importante che il Papa trovasse un po’ di “tempo da perdere” per ascoltare, al di là dell’ufficialità, il “grido dell’uomo africano”. Solo così, ci pare, potrebbe farsi realmente interprete e portavoce, presso la chiesa tutta, della sofferenza, della gioia e dell’immensa speranza di un continente la cui voce stenta a farsi sentire, non solo sui media mondiali e nostrani, ma anche nei sacri palazzi vaticani.
Il viaggio avviene dopo le roventi polemiche che hanno accompagnato il ritiro della scomunica ai vescovi lefebvriani ordinati nel 1988 da quel monsignor Marcel Lefebvre che era stato vescovo a Dakar (Senegal), e, per quel che riguarda il Belpaese, dopo un impressionante “accanimento mediatico” di virulenza inaudita sul caso Eluana. Il nostro timore è che l’apertura di porte ai lefebvriani riporti indietro l’orologio della storia conciliare, che, come la crisi finanziaria ed economica mondiale, non può non ripercuotersi pesantemente sul più debole (capisci Africa). Paventiamo indifferenza, se non vero e proprio rifiuto, del cammino sulla via dell’inculturazione, che richiede tanta immaginazione, e del dialogo con le religioni tradizionali africane, magari giungendo a misconoscere in esse i semina Verbi. Insomma, il rifiuto di tutto un continente che, dagli anni delle indipendenze, reclama, senza risposta, il suo posto al tavolo dell’umanità.
Ci è sembrato che anche il caso Eluana Englaro relegasse ancor più in seconda, terza posizione problemi e realtà che qui, in casa nostra, interrogano la nostra coscienza di missionari e di chiesa solidale. A cominciare dall’integrazione e dall’accoglienza di centinaia di migliaia di fratelli africani che bussano alla nostra porta di paese “ricco”.
Non è questione di buonismo. Siamo coscienti che l’Italia non può accogliere tutti e che il problema irregolari (più giusto chiamarli così che “clandestini”) suscita preoccupazioni e paure. L’irregolarità va combattuta. Ma come? Questo è il problema. Al ministro degli interni, Roberto Maroni, che mostra il volto ringhioso del mastino custode dell’italianità padana, vorremmo ricordare che le radici cristiane portano con sé anche tutta una dottrina, che va sotto il nome di “insegnamento sociale della chiesa”: certo molto ignorato, ma che detta regole ben precise di accoglienza e solidarietà – vorremmo dire, bontà –, ispirate alle parole e ai comportamenti di Gesù di Nazaret, che proclamò “benedetto” chi accoglie: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25, 35).
Questo aspetto “sociale” della fede cristiana è particolarmente presente nel vissuto delle comunità cristiane d’Africa. Lo troviamo bene espresso nelle lettere che i vescovi di quel continente indirizzano alla loro gente per sostenerla nella fedeltà al Signore della Vita. Questi messaggi rappresentano, non qualcosa che piove per deduzione dall’alto di un insegnamento magisteriale, ma un’eco della voce degli antichi profeti. Come Amos, il profeta della giustizia sociale, che parlava di un Dio difensore del diritto dei poveri e contro coloro che «vendono il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali» (2, 6). Anche in Africa, Dio è contro chi opprime i deboli e schiaccia i poveri, «detesta le feste solenni e non gradisce le riunioni sacre», e vuole che «il diritto scorra come le acque e la giustizia come un torrente perenne». O come Osea, che denunciava l’arroganza, la frode, «le bilance false», la danza di chi si prostra al vitello d’oro della finanza: «Con il loro argento e il loro oro si sono fatti idoli». Vivere nell’ingiustizia rende insignificanti le celebrazioni religiose.
Come i profeti, anche i vescovi africani si scagliano contro l’ingiustizia che domina i rapporti umani all’interno dei gruppi e nei rapporti internazionali. E lo fanno perché la gente viva.

Noi speriamo che il secondo Sinodo africano, che sarà particolarmente concentrato sul sociale (giustizia e pace come parti imprescindibili dell’annuncio cristiano), possa rappresentare per i nostri vescovi, qui in Italia, un’occasione da non perdere per «ascoltare quello che lo Spirito dice alle chiese». Dall’Africa viene sempre qualcosa di nuovo. Anche l’invito a sporcarsi le mani, per mostrare il volto di una chiesa non schierata con i detentori del potere – come molti oggi la percepiscono, e forse non a torto –, ma serva, sempre, anche nel servizio della Parola, e ovunque stretta ai poveri, minacciati da una crisi che si annuncia drammatica.