R.D. Congo / Nord Kivu
Il territorio di Beni nel Nord Kivu è sconvolto da frequenti attacchi alla popolazione inerme da parte di gruppi ribelli non identificati. Sono stati contati più di 250 omicidi orribili tra cui donne e bambini. Più di 80 mila le persone sfollate. La popolazione vive nel terrore. Monta la rabbia contro l'esercito congolese e la Monusco.

Dal mese di ottobre ad oggi nel territorio di Beni, appartenente alla provincia del Nord Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo (Rdc), si sono susseguiti una serie di attacchi alle comunità locali da parte di gruppi ribelli non ancora identificati, che avrebbero provocato almeno 250 vittime tra cui anche donne, bambini. È probabile però che il numero effettivo sia significativamente superiore, secondo quanto riportato da alcuni attivisti congolesi per i diritti umani.

Si tratta di una serie di omicidi orribili che hanno gettato la popolazione in uno stato di disperazione combinata a paura e rabbia nei confronti delle forze di sicurezza e della missione di pace dell’Onu Monusco (in Congo dal 1999), accusate di non fare abbastanza per proteggerli. Sono 88.500 gli sfollati nel territorio che in fuga dalle violenze secondo l’agenzia Fides. Vittime e testimoni hanno raccontato a Human Rights Watch (Hrw) di attacchi brutali in cui i combattenti ribelli li hanno assaliti con asce, machete e armi da fuoco con la chiara intenzione di uccidere senza pietà. L’ultimo risale alla notte di domenica scorsa in cui quattro donne e un uomo sono stati uccisi a colpi di machete nel villaggio di Mabuo a nord di Beni.

Ma chi sono i responsabili di tali atrocità? Alti funzionari delle Nazioni Unite e dell’esercito congolese dicono di credere che i recenti attacchi siano stati effettuati dalle Forze Democratiche Alleate (Adf), un gruppo ribelle islamista ugandese che è attivo nel territorio di Beni dal 1996. È strano, però, che dopo più di due mesi dai primi attacchi, l’Adf non abbia ancora di rivendicato alcuna responsabilità. Infatti, mentre resta opinione diffusa che l’Adf abbia un ruolo in questa faccenda, ci sono molti sospetti sul fatto che ci possano essere altri giocatori coinvolti. Non bisogna dimenticare che il Congo orientale è sede di una miriade di gruppi e milizie armate, molti dei quali in lotta per il controllo delle vaste risorse minerarie della regione, appoggiati da alcuni Paesi vicini (Beni si trova vicino al confine con l’Uganda e il Rwanda).

Secondo l’agenzia Fides, che riporta una nota pubblicata dalla Rete Pace per il Congo, stanno venendo alla luce elementi inquietanti. Alcuni osservatori locali rivelano che nel Nord Kivu sono presenti, oltre all’Adf, anche altri gruppi armati, tra cui elementi dell’ex M23, il movimento ribelle che ha formalmente deposto le armi nel dicembre 2013 ma, come afferma la nota, «i suoi ex combattenti, fuggiti in Rwanda e in Uganda dopo la loro sconfitta nel mese di novembre 2013, continuano a dimostrare il loro malcontento nei confronti del governo congolese, accusandolo di non mantenere gli impegni presi nelle dichiarazioni di Nairobi, firmate il 12 dicembre 2013». Tra i gruppi operanti nel territorio di Beni, ce ne è anche uno guidato da Mbusa Nyamwisi, «membro della delegazione dell’M23 nelle trattative con il governo congolese a Kampala (Uganda)» precisa la nota.
Addossare tutte le colpe dei massacri degli ultimi mesi a Beni all’Adf sarebbe quindi inutile e colpevolmente superficiale. Come afferma la Rete Pace per il Congo su Fides “forse a qualcuno interessa fomentare, sotto la denominazione delle Adf, l’insicurezza e i massacri, per poi presentarsi come l’unico capace di riportare l’ordine». Si tratterebbe di un’operazione di destabilizzazione volontaria di un area da sempre ambita per le sue risorse. Che ci sia dietro anche l’M23 che continua ad agire nel territorio quindi?

Intanto un rapporto redatto da dodici deputati della maggioranza e dell’opposizione pone seri interrogativi sull’operato delle forze di sicurezza locali, che in diversi casi non avrebbero agito per fermare i massacri.
Anche le testimonianze della popolazione locale raccolte da Hrw raccontano di non aver ricevuto risposta dall’esercito alle richieste di aiuto e quando la reazione c’è stata, è risultata tardiva. Non solo, anche funzionari delle Nazioni Unite hanno detto a Hrw che l’esercito ha resistito ad alcuni tentativi di coordinamento per proteggere i civili e ha impedito alle Nazioni Unite di svolgere pattugliamenti in alcune zone.

Tesi e supposizioni che meritano ulteriori indagini. Nel frattempo, però, il contesto di insicurezza in cui vive la popolazione civile nella regione ha ormai generato una tragedia umanitaria. Una situazione che sta facendo crescere un forte risentimento della popolazione nei confronti di governo e le forze delle Nazioni Unite, che, nonostante le promesse, non riescono a proteggerli, tanto da spingerli ad acquistare delle armi proprie per difendersi, come afferma il gruppo attivista Enough Project.

La reazione delle istituzioni è stata quella di aumentare la presenza della Monusco nella regione nel tentativo di proteggere meglio i civili. Poi una serie di delegazioni congolesi sono andate lì in visita per rassicurare la popolazione, prima il Ministro degli Interni Richard Muyej insieme a una delegazione parlamentare e poi addirittura il presidente Joseph Kabila in persona, ma nulla è cambiato.
Questa settimana un nuovo proclamo. Il tenente colonnello Felix Prosper Basse ha detto ai giornalisti mercoledì che i Caschi blu e l’esercito congolese hanno lanciato sabato una operazione militare contro i ribelli nella regione di Beni, vedremo se avrà risultati.  
Martin Kobler, Rappresentante speciale nella Rdc per la missione Monusco ha ammesso che «è necessario agire per rilanciare la fiducia della popolazione nelle forze governative e nelle  Nazioni Unite nel paese. Nessuna vittoria è possibile senza il sostegno della popolazione locale».

Intanto un forte appello lo lancia Hrw che chiede l’apertura di indagini alla Corte penale internazionale e un maggiore pattugliamento della zona. «Gli attacchi dei ribelli su larga scala che si verificano quasi ogni settimana hanno terrorizzato i residenti di Beni» ha dichiarato Ida Sawyer, Senior Researcher di Hrw in Congo, «Onu e forze congolesi devono coordinare con urgenza i loro sforzi».

In queste regioni della Rdc come anche in quelle nel Katanga, le istituzioni di Kinshasa sono colpevolmente assenti e le organizzazioni internazionali agiscono con mano debole. Durante un’intervista telefonica a Enough Project, un attivista locale che ha chiesto l’anonimato ha detto: «Il fallimento deplorevole delle autorità per frenare queste atrocità brutali mostrano che il mio paese sta rapidamente diventando un non-stato». È proprio di questo che si tratta. Terre di nessuno, sferzate da predoni sanguinari.

Nella foto in alto un casco blu di guardia in un villaggio nella periferia di Beni. (marzo 2014). (Fonte:ONUSCO/Sylvain Liechti)
Sopra una mappa della Repubblica Democratica del Congo che evidenzia la posizione di Beni e una serie di foto degli eventi che stanno avvenendo nella regione.