Sud Sudan / Decine di migliaia i profughi.
La capitale dello stato petrolifero di Unità ritorna nelle mani delle forze di Riek Machar (Splm-io), che ha messo in sicurezza i pozzi e chiesto al personale straniero di andarsene. Il numero dei civili morti è ormai alto, in stragi senza fine. Molti corpi non trovano ancora sepoltura. E le trattative di pace di Addis Abeba hanno subito un nuovo rinvio.

Il quinto mese del conflitto sudsudanese, ormai definito da molti osservatori, a ragione, come guerra civile con connotazioni etniche, è cominciato con un’esplosione di violenza inaudita.

Dopo settimane di scaramucce ripetute in diverse zone del paese, le forze di Riek Machar (chiamate Spla in opposizione – Splm-io per distinguersi dalle forze governative, Spla, e per ribadire che di conflitto di potere si tratta e non di ribellione) sono passate all’attacco nello stato petrolifero di Unità e hanno riconquistato la capitale, Bentiu, e diverse altre località strategiche, quali Leer (di cui è originario Machar stesso) e Mayom, finora caposaldo governativo a difesa dello stato di Warrap, feudo del presidente Salva Kiir, e probabile prossimo obiettivo, tanto che combattimenti tra i due contendenti sono stati segnalati già un paio di giorni fa. L’Spla-io ha poi preso totale controllo dei campi petroliferi e ha chiesto ai tecnici stranieri di mettere in sicurezza i pozzi e di andarsene al più presto, per evitare gravi conseguenze.

La riconquista di Bentiu, in cui la vita stava lentamente riprendendo dopo i durissimi combattimenti di dicembre e gennaio scorsi, è stata segnata da uccisioni di massa di civili, stanati in rifugi considerati sicuri, quali la moschea, l’ospedale e la chiesa cattolica. Il numero delle vittime è ancora incerto, ma le stime variano da 200 a 1.200. Comunque sia, si è trattato di un’ecatombe. Testimoni sopravvissuti alle stragi raccontano che individui armati separavano dagli altri le persone di etnia diversa, e in particolare denka, e di alcune nazionalità straniere e li uccidevano a sangue freddo. Si è trattato, quindi, di un eccidio su base etnica. Particolarmente colpiti i commercianti darfuriani che tenevano in piedi il mercato di Bentiu, cruciale per il rifornimento di tutto lo stato di Unità. Ne mancherebbero all’appello oltre 270. Più di 200 sarebbero stati massacrati solo nella moschea. Si tratterebbe di una ritorsione per il decisivo appoggio dei gruppi ribelli darfuriani, e del Jem (Justice and Equality Movement) in particolare, nella ripresa di controllo della città, in gennaio, a fianco delle truppe governative. Il numero dei morti è così rilevante che molti corpi giacciono ancora nelle strade a una settimana di distanza. Molti altri sono già stati sepolti in fosse comuni grazie all’intervento della missione di pace – Unmiss  – di stanza nella zona, e dei suoi mezzi pesanti.

Lo shock in città è stato tale che oltre 15.000 persone hanno chiesto rifugio, in tre giorni, presso la base dell’Unmiss, che già ne ospitava circa 7.000 (quasi tutti di etnia nuer) in due campi per la protezione dei civili. Questo ha naturalmente messo in crisi tutto il sistema di servizi di base organizzato a partire dallo scorso gennaio. Ad esempio, la razione d’acqua ora disponibile sarebbe di un litro a testa al giorno, in un clima torrido e secco, in questa stagione dell’anno, con le conseguenze sulla salute, soprattutto dei bambini, che si possono facilmente immaginare.

Ma anche nelle basi dell’Unmiss i civili non sono al sicuro. Il giorno dopo la presa di Bentiu, una sessantina di persone, rifugiate presso la base Onu di Bor, capitale dello stato di Jonglei e altra città martire di questa tremenda guerra civile, sono rimasti uccise e molte altre ferite in un assalto di giovani armati, parecchi in uniforme, controllato solo dall’intervento delle forze di pace. L’azione sarebbe stata scatenata dall’esultanza dei rifugiati, tutti di etnia nuer, per la ripresa del controllo di Bentiu da parte delle forze di opposizione.

I due contendenti si palleggiano le responsabilità di queste azioni. Ma il fatto è che, nel corso di questa guerra civile, i massacri di civili inermi – iniziati a Juba il primo giorno del conflitto, il 15 dicembre scorso, con almeno 500 nuer uccisi – sono stati numerosi e altrettanto orrendi. Per ora, la ferma e dura condanna della comunità internazionale, prima fra tutti quella del rappresentante dell’Onu nel paese, Toby Lanzer, e l’istituzione di una commissione di inchiesta per la violazione dei diritti umani da parte dell’Unione africana non sono servite a mettere un freno a questi crimini e neanche a far procedere le trattative di pace in atto ad Addis Abeba, che proprio questa mattina hanno subito un altro rinvio.