Da Nigrizia di febbraio 2012: Nord Africa, una minoranza ancora ai margini
I cambiamenti politici che stanno attraversando Libia e Tunisia e interessano anche Algeria e Marocco, sembrano non riguardare il popolo degli “uomini liberi”. Che vuole essere riconosciuto e non ammaina la bandiera.

L’inizio del nuovo anno – il 2962 del calendario berbero – si è festeggiato con lo yennayer, il primo giorno fissato, a seconda delle comunità, tra il 12 e il 14 gennaio. Per gli imazighen (plurale di amazigh), cioè gli “uomini liberi”, come i berberi indicano sé stessi, è stata l’occasione per riflettere sulla “primavera araba” a un anno dai primi successi. Ancora una volta, i berberi si sentono emarginati dalla cultura dominante dei paesi dove vivono e dalla superficialità con cui il resto del mondo, non solo l’Occidente, guarda agli avvenimenti che accadono sulle coste sud del Mediterraneo e nel mondo arabo.

 

Fin dall’inizio, i diversi movimenti berberi, riconosciuti o meno, hanno partecipato alle rivolte popolari, giocando talvolta un ruolo fondamentale, nella speranza di un cambiamento radicale che aprisse finalmente l’orizzonte anche alla pluralità e alle diversità culturali e linguistiche.

 

Il caso più emblematico è senza dubbio quello della Libia. Fino a un anno fa, i berberi erano considerati poco più di una reminescenza storica, anche perché il regime di Gheddafi aveva fatto di tutto per cancellare la loro identità, impedendo, ad esempio, l’uso del tamazight (la lingua berbera) a scuola. I tentativi compiuti da alcuni esponenti delle comunità berbere (stimate tra il 5 e il 10% della popolazione) di esprimere la propria diversità erano stati stroncati con l’accusa di essere il frutto della politica coloniale o neocoloniale mirante a dividere gli arabi.

 

Alla vigilia della rivolta, il regime era tornato a dar prova della sua volontà di annientare la minoranza berbera. Il 14 dicembre 2010, arrestava e condannava il cantante Abdullah Ashini a cinque anni di carcere perché si ostinava a cantare in tamazight. Il giorno 16, era la volta dei fratelli Madghis e Mazigh Buzakhar, due intellettuali conosciuti per il loro impegno a favore della cultura berbera (sarebbero stati rilasciati dopo due mesi). Nel gennaio 2011 avveniva l’inspiegato “rapimento” da parte dei servizi segreti libici di Asmahri El-Mahfoud e Ramou El-Hassan Ramou, due ricercatori marocchini del Centro di studi storici e ambientali dell’Istituto reale per la cultura amazigh (Ircam), poco dopo il loro arrivo a Tripoli per delle ricerche; accusati di spionaggio, venivano trattenuti un paio di settimane, sottoposti a interrogatori e rispediti in patria. Insomma: la “diversità” dei berberi costituiva una minaccia per Gheddafi. Salvo giocare, di volta in volta, la carta tuareg per destabilizzare i paesi vicini.

 

In effetti, l’attenzione internazionale si era fissata subito sui tuareg, poiché alcuni gruppi sostenevano il colonnello. Dalla diaspora tuareg sono giunti appelli ai fratelli originari del Mali e del Niger, da anni insediatisi nel paese, perché solidarizzassero con la rivolta dei libici. D’altro canto, Gheddafi aveva arruolato nell’esercito regolare anche tuareg per impiegarli nella repressione della rivolta. Molti di loro, tuttavia, in particolare quelli di origine libica, disertarono per passare nei ranghi dell’opposizione. Contemporaneamente, gli emissari di Gheddafi avevano ingaggiato mercenari in Niger e Mali (reclutando anche tuareg). Oggi diverse associazioni tuareg sottolineano che queste adesioni erano individuali e che è stato scorretto identificarle come sostegno di tutta la comunità tuareg a Gheddafi. Nonostante queste precisazioni, soprattutto dopo la caduta di Tripoli, si è scatenata la caccia agli africani e ai tuareg, accusati di essere stati “mercenari del regime”.

 

 

Identità

Mentre la stampa internazionale coltivava, generalizzandole, le sue illazioni sui mercenari tuareg, ignorava del tutto il movimento di opposizione che stava nascendo contemporaneamente a quello di Bengasi, ma dalla parte opposta del paese, cioè nella regione berberofona del Gebel Nefusa. Grandi titoli per “il giorno della collera”, il 17 febbraio, quando i rivoltosi scesero in piazza in molte città della Cirenaica e si scontrarono con la dura reazione del regime; neppure una riga per la sollevazione dei berberi del Gebel Nefusa, iniziata il giorno 19, con la cacciata della polizia di Gheddafi dalla città di Jadu.

 

I berberi, in verità, si trovarono subito a combattere su un duplice fronte: quello degli attacchi dell’esercito del regime e quello dell’affermazione della propria identità. Così, se in altre parti del paese le scuole venivano chiuse, nel Gebel Nefusa le classi venivano aperte all’insegnamento in lingua berbera.

 

Le prime richieste indirizzate al Consiglio nazionale di transizione (Cnt) per il riconoscimento della lingua e della cultura amazigh restavano senza risposta e il movimento berbero veniva sollecitato a non sollevare la questione per non indebolire il movimento anti-Gheddafi. La dichiarazione costituzionale (una sorta di costituzione provvisoria) resa nota dal Cnt il 3 agosto 2011, nel suo articolo 1 riconosceva solo l’arabo come lingua ufficiale, anche se “garantiva” i diritti linguistici e culturali dei berberi, dei tubu, dei tuareg e delle altre componenti della società libica. Troppo poco per i combattenti del Gebel Nefusa, i quali, con la conquista in aprile di Dehiba, il posto di frontiera con la Tunisia, avevano notevolmente rafforzato la propria capacità offensiva, con la possibilità di rifornirsi di armi. Pochi sanno che sono stati proprio i combattenti del Gebel Nefusa a dare la spallata decisiva al regime, costituendo il grosso delle truppe penetrate a Tripoli in agosto.

 

Subito dopo la fuga di Gheddafi da Tripoli, riprese la rivendicazione dei berberi per un riconoscimento ufficiale della propria identità, anche in virtù del ruolo da essi svolto nella rivolta. Di fronte alla chiusura da parte del Cnt, gli imazighen organizzarono diversi incontri, rassicurati dalla presenza nella capitale di truppe del Gebel Nefusa. Il 26 settembre si tenne la prima conferenza dei berberi libici (una novità assoluta); due giorni dopo, i berberi riempirono la Piazza dei Martiri (la ex Piazza Verde) della capitale per sostenere le loro rivendicazioni. Il 21 novembre fu annunciata la composizione del nuovo governo, nel quale non figurava alcun rappresentante della comunità berbera. Il fatto produsse una rottura sia con il Cnt che con il governo di transizione. Anche la bozza di legge elettorale, resa nota il 2 gennaio 2012, è stata rigettata, poiché non regola i partiti politici: i berberi temono che il voto verrà dato sulla base delle affiliazioni tribali, lasciando ancora una volta la minoranza berbera senza rappresentanza nel parlamento, che dovrà scrivere la nuova costituzione e riconoscere o meno i diritti di coloro che si considerano gli abitanti originari della Libia.

 

 

Lingua tamazight

Veniamo al Marocco. Qui la presenza berbera è maggioritaria in alcune regioni, come in quella settentrionale del Rif, e il movimento combatte da anni una battaglia per consolidare i propri diritti. I tentativi di darsi una rappresentanza politica sono stati puntualmente stroncati sul nascere, mentre una certa libertà è stata concessa sul piano culturale. Il regime ha utilizzato la politica del bastone e della carota per scoraggiare l’associazionismo indipendente. Tuttavia, una parte delle organizzazioni berbere ha partecipato al movimento di protesta che ha investito il paese all’inizio dello scorso anno. Diverse associazioni sono entrate a far parte del Movimento “20 Febbraio” e in questo contesto hanno subito la repressione contro la protesta popolare.

 

Dopo l’annuncio da parte di re Mohammed VI di una nuova costituzione, hanno moltiplicato le iniziative per vedere riconosciuto a pieno titolo il tamazight come lingua ufficiale. In verità, le associazioni si sono divise e quelle che non aderiscono al movimento hanno accettato di interloquire con la commissione preparatoria della costituzione. L’art. 5 della nuova legge, approvata con il referendum del 1° luglio 2011, riconosce il tamazight come una lingua ufficiale accanto all’arabo, che è la lingua ufficiale, e rinvia alla legge le modalità dell’integrazione dell’amazigh nella cultura e nel sistema scolastico del paese. Alcune associazioni hanno salutato questo riconoscimento, spingendosi fino a lodare il coraggio di Mohammed VI; altre, invece, restano vigili.

 

Rimane, comunque, in piedi la repressione di tutte le espressioni indipendenti, a dispetto della costituzione stessa. Il tempo dirà fino a che punto i berberi potranno godere di un reale spazio di libertà culturale (al di là del folclore), di espressione e di associazione.

 

In Tunisia, sotto il regime di Ben Ali, i berberi e la loro coltura, erano stati ridotti a mera curiosità da sfruttare per i turisti in cerca dell’esotico, e privati di qualsiasi rappresentanza che avrebbe potuto spezzare il monopolio del regime sulla vita politica. La fuga del dittatore in Arabia Saudita ha favorito la libertà associativa e i berberi ne hanno subito approfittato per organizzarsi. Nell’aprile 2011, hanno tenuto il primo congresso della loro storia, facendo sorgere l’Associazione tunisina di cultura amazigh, che ha poi ottenuto il riconoscimento.

 

Per sostenere le rivendicazioni dei berberi tunisini, una delle branche in cui è diviso il Congresso mondiale amazigh ha organizzato proprio a Djerba, in Tunisia, il suo 6° congresso, dal 29 settembre al 2 ottobre scorsi, con la partecipazione di delegati delle altre comunità berbere. Pochi giorni prima, dal 7 all’11 settembre, nel corso della terza edizione del Festival del film maghrebino a Nabeul, erano stati proiettati per la prima volta film in tamazight.

 

Dopo l’elezione dell’Assemblea costituente (23 ottobre) e la vittoria del partito islamista Ennahada, incoraggiati dal movimento nella vicina Libia, i giovani berberi tunisini hanno lanciato l’idea di una manifestazione nazionale. L’appuntamento nella capitale, il 25 dicembre, è stata l’occasione per rivendicare il tamazight come lingua ufficiale nella futura costituzione e per ridare a esso un posto nelle diverse realtà culturali locali.

 

 

Divisioni politiche

In Algeria i movimenti berberi, soprattutto quelli della Cabilia, sono tradizionalmente all’avanguardia della protesta. Negli ultimi dieci anni, a partire dalla rivolta scoppiata nell’aprile 2001, sono stati alla testa del movimento di contestazione. Nel 2002 la lingua berbera è stata riconosciuta dalla costituzione come lingua “nazionale”, anche se l’arabo rimane la sola lingua ufficiale. La contestazione è stata progressivamente riassorbita, ma la cultura amazigh si è conquistata un posto nelle università, nella tv, nella radio e nelle numerose manifestazioni culturali che sono sostenute da molteplici associazioni.

 

La lotta si è spostata sul terreno politico e oggi mira a una reale apertura democratica per tutto il paese, nella quale la specificità amazigh sia riconosciuta. Il Movimento per l’autonomia della Kabilia (Mak) chiede uno statuto particolare per la regione a più forte densità berbera. In generale, i berberi di tutte le regioni partecipano al movimento di contestazione sociale che da due anni anima il paese. Il prossimo maggio ci saranno le elezioni legislative.

 

In conclusione, l’ondata berbera che ha percorso la “rivolta araba” ha mostrato una solidarietà attiva. In particolare, le comunità di Libia e Marocco hanno ricevuto il sostegno di numerose associazioni amazigh dei paesi vicini e della diaspora. Questo, tuttavia, non è bastato per ritrovare l’unità del movimento.

 

L’idea di una “internazionale berbera” era stata lanciata nel 1995 in Francia. Nell’agosto 1997, si celebrarono nelle Canarie le prime riunioni del Congresso mondiale amazigh (Cma), che adottò la propria bandiera, che da allora è sventolata in tutte le proteste, anche durante la “primavera araba”. Il vessillo ha tre colori a bande orizzontali – il blu (che rappresenta il Mar Mediterraneo e l’Oceano Atlantico), il verde (l’ampia fascia di territorio coltivabile e le montagne) e il giallo (la sabbia del Sahara) – con la lettera aza dell’alfabeto tifinagh, in rosso, a rappresentare tutti coloro che sono caduti lottando per il riconoscimento della cultura berbera.

 

Nel 2008 il Cma si è spaccato in due rami, ambedue rivendicando lo stesso nome. Alla base delle divergenze c’erano soprattutto personalismi e divisioni politiche tra le associazioni all’interno degli stati di appartenenza, alcune delle quali non vedevano con simpatia le contestazioni in corso. Dal 9 all’11 dicembre scorso, uno dei due rami si è riunito a Bruxelles e ha deciso di chiamarsi Assemblea mondiale amazigh (Ama).

 


 



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