Black time. Scritti sull’invisibile - Nigrizia
Libri
Fatin Abbas
Black time. Scritti sull’invisibile
wetlands, 2025, pp. 92, € 16,00
04 Dicembre 2025
Articolo di Anna Jannello
Tempo di lettura 3 minuti

«Davanti alla laguna i problemi si ritirano… L’acqua mi riporta ai miei antenati, i nubiani della zona di Dongola, nel nord del Sudan, che costruivano barche per navigare il Nilo, trasportando merci e viaggiatori». Black Time, secondo volume della collana afterwords dedicata dall’editore wetlands ai giovani scrittori africani e della diaspora, è un continuo richiamo all’altrove.

L’autrice, Fatin Abbas, 43 anni, scrittrice e giornalista sudanese ma cresciuta a New York (ora vive a Berlino e insegna Fiction Writing al MIT di Boston), durante le settimane della sua residenza veneziana si lascia ispirare dai luoghi e scenari in cui passeggia, che diventano il portale per riflessioni più ampie sulla sua vita e sui grandi temi di oggi.

La visita al museo Fortuny – il palazzo rinascimentale che lo spagnolo Mariano Fortuny, raffinato cosmopolita, trasformò a inizio Novecento in lussuosa abitazione – le offre lo spunto per considerare quanto il cosmopolitismo “volontario”, costruito nella ricchezza e nel previlegio, sia agli antipodi di quello a cui sono destinati rifugiati ed emigranti, costretti da guerre e carestie a lasciare il proprio paese.

L’esilio da Khartoum nel 1990, all’inizio della dittatura di Omar el-Bashir, l’ha resa cittadina del mondo, abituata a vivere in luoghi transitori, ma affascinata da abitazioni che durano nel tempo. L’enorme tragedia del Sudan, con i suoi 11 milioni di sfollati in fuga da una guerra sempre più atroce, le rende impossibile immaginare il ritorno a casa, nella grande villa sul Nilo costruita dal nonno, come ancora vagheggia suo padre, rifugiato al Cairo.

Girovagando per le calli di Venezia, Abbas è colpita dalle tante coppiette di innamorati: pensa a Otello e Desdemona, a Casanova, a lord Byron. Storie che appartengono al passato, e le sembrano antiquate e convenzionali le scene d’amore romantico sullo sfondo di canali e antichi palazzi, così lontane dalla realtà che vive a Berlino, dove le comunità queer hanno reinventato i rapporti fra le persone.

Il silenzio che respira sull’isola di San Lazzaro, quando visita il monastero dei monaci armeni, le suscita una riflessione sul tempo diverso, quello in cui si immerge durante il processo creativo. Ma anche del tempo lungo, delle ore di chiacchiere vissute sui divani delle zie a Khartoum, che creano legami sociali e solidarietà, contrariamente a quanto succede in Occidente dove «un mercato sempre più spietato controlla il nostro tempo».

Con una scrittura lieve, mai banale, Fatin Abbas comunica molto di sé, del suo rapporto con il Sudan (anche se da anni possiede un passaporto americano) e rivela una sensibilità e un’attenzione particolare al mondo degli oppressi. Alla Biennale, nel padiglione degli Stati Uniti, ammira le sculture variopinte dell’artista Jeffrey Gibson, in parte cherokee, ma non le sfugge la scritta 1924 Citizenship Act, anno in cui ai nativi viene riconosciuta la cittadinanza americana.

Il genocidio dei nativi americani richiama quello attuale del popolo palestinese e racconta la sua commozione quando, insieme ad altre donne, ha scritto su petali di rosa il nome di una madre o nonna uccisa a Gaza.

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it
Abbonamento doppio Nigrizia e Africa