La task force regionale
Nonostante il forte impulso dato dall'insediamento del Presidente nigeriano Muhammadu Buhari nella lotta a Boko haram, gli estremisti islamici hanno colpito negli ultimi giorni anche Ciad e Niger, provocando decine di vittime. I governi di N’Djamena e Niamey hanno giurato vendetta. Ora però tocca alla task force regionale creata ad Abuja compiere l'azione risolutiva.

Ancora vittime. Boko Haram non dà tregua e, fino ad ora, le iniziative del neo presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, nonostante siano state importanti, non hanno ancora prodotto gli effetti sperati, cioè la capitolazione degli islamisti.

Secondo le statistiche di organizzazioni per i diritti umani, Boko haram ha provocato circa 13mila morti e 1,5 milioni di sfollati da quando ha iniziato la sua attività 6 anni fa. Una tragedia immane e l’ultima, in ordine di tempo, è avvenuta ieri: almeno 38 persone sono state uccise durante i raid dei miliziani del gruppo islamista in due villaggi del Niger meridionale, nella regione di Diffa.

Secondo la ricostruzione fatta da responsabili della sicurezza del paese e rilanciate dalla stampa locale, gli aggressori hanno occupato Ungumawo e Laminia, villaggi a ridosso del confine con la Nigeria. Segno che, pur non avendo più un vero e proprio controllo su una parte di territorio nigeriano, l’azione di Boko haram si espande anche negli stati limitrofi.

L’attacco in Niger arriva dopo quello in Ciad di pochi giorni fa. Un doppio attentato kamikaze contro il quartier generale della polizia di N’Djamena che ha provocato 33 morti e oltre 100 feriti. In questo caso non si è fatta attendere la risposta del Ciad che ha compiuto raid aerei contro le postazioni degli islamisti in Nigeria, dando seguito alla promessa del presidente Idris Deby che dopo gli attentati aveva detto: «Quest’azione non resterà impunita, gli autori risponderanno dei loro atti». Gli intenti sono più che bellicosi.

L’esercito ciadiano, infatti, ha assicurato che continuerà la lotta «senza pietà» contro la milizia di Boko haram «in modo che neanche una goccia di sangue ciadiano resti impunita». Sei sono state le basi dei terroristi colpite, con importanti perdite umane e materiali, dai raid dell’aviazione di N’Djamena. Il duplice attentato kamikaze è stato il primo nella capitale del Ciad, impegnato a fianco della Nigeria nell’offensiva regionale contro gli estremisti islamici che, tuttavia, non hanno ufficialmente gli attentati.

Le autorità nigeriane hanno abbandonato, ormai da tempo, la via diplomatica, anche perché l’interlocutore non accetta mediazioni o compromessi. Ma la Nigeria non può fare da sola. L’ormai ex-presidente, Goodluck Jonathan, che ha detta di molti osservatori ha portato il paese sull’orlo del baratro dal punto di vista economico, aveva promesso, (forse per vincere le elezioni, che poi ha invece perso) di sconfiggere Boko haram in pochi mesi, senza riuscirci, e le sue forze di sicurezza, in più occasioni, avevano annunciato accordi, aperture di dialogo, sempre smentite da Boko haram.

Buhari, vincitore, uomo dalla fama di intransigente contro la corruzione e dal pugno di ferro, ha avviato, invece, uno sforzo diplomatico teso alla formazione di una coalizione di stati per mettere in campo una forza militare adeguata ad affrontare il problema di Boko haram. La formazione della task force ha indubbiamente avuto un impulso, sul piano operativo, da quanto il presidente della Nigeria si è insediato lo scorso 29 maggio. Buhari, infatti, ha compiuto una serie di viaggi tra i paesi alleati e dopo un vertice nella capitale nigeriana Abuja, è stata creata una Forza multinazionale d’intervento congiunta, la cui sede si troverà a N’Djamena, e conterà 8700 unità sotto il comando di un alto ufficiale nigeriano. La forza sarà composta da truppe di Nigeria, Niger, Ciad, Camerun e Benin.

Un’ulteriore prova del fatto che il tempo della diplomazia è finito e ora la forza sembra diventata l’unica opzione contro Boko haram. Ciad, Camerun e Niger, tuttavia, sono già impegnati sul campo a fianco della Nigeria dal mese di gennaio, da quanto l’Unione africana aveva sostenuto la creazione di una forza multinazionale. L’Ua ha chiesto, infatti, una «risposta collettiva, efficace e decisiva» anche perché la minaccia di una califfato africano, non riguardava solo Abuja.
Una forza che è stata in grado nei mesi scorsi di riconquistare gran parte del territorio nelle mani degli islamisti, ma che ha avuto un grande difetto: mancanza di coordinazione. Tutto ciò, con la nuova task force, dovrebbe essere superato.

Che ci sia stato un impulso nuovo, e forse più concreto, nella lotta a Boko haram si vede anche dal fatto che gli Stati Uniti hanno deciso di stanziare 5 milioni di dollari per aiutare questa coalizione. L’assistente di stato americano per l’Africa, Linda Thomas-Greenfield, ha detto che il suo paese era in trattativa già da tempo con il governo Buhari per capire come si poteva dare maggiore assistenza alla campagna contro gli estremisti islamici, perché «Boko haram non è solo un problema nigeriano» ma di la regione e i fatti degli ultimi giorni lo confermano.

Nella foto in alto un cartello con la scritta “non ci sarà avvenire per Boko haram. Viva il Niger” in villaggio nella regione di Diffa in Niger. (Fonte: Afp photo / Issouf Sanogo).
Nella foto sopra il Presidente nigeriano, Muhammadu Buhari, l’11 giugno all’apertura del summit regionale per la lotta a Boko haram ad Abuja, Nigeria. (Fonte: Reuters / Afolabi Sotunde)