Diritti umani negati, il fondo sovrano più grande del mondo dice no a Bolloré
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L'ente norvegese GPFG esclude due società del gruppo francese dal suo portafoglio di investimenti per gli abusi nelle piantagioni di olio di palma del Camerun
Diritti umani negati, il fondo sovrano più grande del mondo dice no a Bolloré
È l'ennesimo capitolo della controversa storia della multinazionale transalpina in Africa
06 Marzo 2026
Articolo di Brando Ricci
Tempo di lettura 9 minuti
(Crediti: Usaid)

Aver contribuito a “gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani” come “diffusi abusi sessuali” ai danni dei lavoratori delle piantagioni di olio di palma di alcuni paesi dell’Africa e in modo particolare del Camerun. Sono queste le ragioni con cui il fondo sovrano più grande al mondo ha escluso dal suo portafoglio di investimenti due società della holding francese Bolloré, impero industriale presente da decenni in decine di paesi africani. 

La decisione è stata salutata con soddisfazione dalla società civile di diversi paesi del continente, da anni impegnata a denunciare la condotta del gruppo. Questa esclusione rappresenta un ulteriore, duro colpo alla reputazione del gigante transalpino, la cui storia in Africa è costellata di scandali di corruzione, pressioni politiche e abusi sulle comunità locali.

Bolloré è un gigantesco gruppo industriale fondato nel 1822 dall’omonima famiglia bretone, che ancora ne detiene il controllo. Tramite una complessa rete di partecipazioni, la compagnia francese opera in tutto il mondo in settori quali trasporto e logistica, media e comunicazioni e stoccaggio di energia. Stando ai dati ufficiali, le società della holding impiegano oltre 73mila dipendenti in tutto il pianeta con un fatturato di oltre 19,5 miliardi di dollari nel 2021. 

Il Fondo norvegese

A escludere le compagnie del gruppo Bolloré è stato il Norwegian Government Pension Fund Global (GPFG), fondo istituito dal governo della Norvegia nel 1990 per gestire i ricavi eccedenti della produzione petrolifera, architrave dell’economia nazionale.

Il GPFG detiene attività per circa 2.100 miliardi di dollari, con partecipazioni in più di 7.200 aziende in 60 paesi. Decine sono però le società in tutto il mondo che sono escluse o sotto osservazione dell’ente norvegese per ragioni etiche.

La decisione del Fondo di Oslo segue di poco più di due anni una misura analoga dei maggiori fondi pensione pubblici della Svizzera, invitati a disinvestire da Bolloré dall’associazione che definisce le linee guida per la sostenibilità delle operazioni di questi enti.

Anche in quell’occasione, la società francese era stata accusata di complicità in violazioni dei diritti umani in Sierra Leone, Liberia, Camerun e anche Cambogia e pertanto inserita nella “lista nera” delle imprese in cui non immettere denaro.

Le due società che sono state colpite dalla decisione del GPFG sono Bolloré e Cie de l’Odet, entrambe di proprietà della facoltosa famiglia francese. La seconda compagnia detiene il 62% delle quote della prima.

Bolloré possiede a sua volta interessi significativi (quasi il 40% delle azioni) nella Socfin, un’azienda belga-lussemburghese che tramite tre sussidiarie gestisce 370mila ettari di piantagioni di gomma e olio di palma in dieci paesi tra Africa e Asia. Stando a quanto riportato da Bloomberg, questa compagnia rifornisce altre multinazionali come Bridgestone e Michelin, con la sua gomma, e Nestlé, con il suo olio di palma.

Violenze sessuali e diritti negati

Gli abusi segnalati dal Fondo sono avvenuti proprio presso gli stabilimenti di una delle sussidiarie di Socfin in Camerun, la Socapalm, a sua volta di proprietà della Socfinaf. Quasi un quarto della Socapalm è indirettamente controllato da Bolloré, mentre l’azienda francese possiede più di un terzo della Socfinaf tra azioni dirette e indirette.

Socapalm opera in sei piantagioni distribuite in tre regioni del Camerun, dando lavoro a oltre 7mila persone. Le indagini condotte dal consiglio etico del GPFG sono partite dopo anni di denunce di organizzazioni della società civile locale.

L’ente, che si è avvalso dell’aiuto di un gruppo di consulenti, ha reso noto che negli stabilimenti della sussidiaria legata a Bollorè sono state riscontrate “gravi violazioni delle leggi, tra cui diffuse molestie sessuali ai danni di donne da parte di supervisori e guardie di sicurezza della piantagione. Gli abusi riguardano sia le donne che lavorano nelle piantagioni di Socapalm sia quelle che vi transitano o che vivono nelle aree circostanti”.

La lista degli abusi prosegue: “Più della metà della forza lavoro di Socapalm – si legge nel report – è composta da lavoratori a contratto o braccianti giornalieri. Le indagini hanno evidenziato che quasi nessuno di loro ha un contratto di lavoro, che guadagnano meno del salario minimo legale, che subiscono trattenute per prestazioni sociali che non ricevono e possono essere assunte e licenziate a piacimento.

Per le donne, le prestazioni sessuali sono diventate un modo per assicurarsi un lavoro o evitare il licenziamento. Inoltre, Socapalm ha esteso la piantagione ad aree appartenenti alle comunità locali e ha reso loro difficile l’accesso alle proprietà, il che indebolisce la capacità della popolazione di guadagnarsi da vivere”.

Di conseguenza, si conclude che le società coinvolte potrebbero contribuire “anche nel futuro a gravi e sistematici abusi dei diritti umani, fino a un livello inaccettabile”. Il documento del consiglio raccomanda quindi al Fondo di escludere Bolloré e Cie de l’Odet dal suo portafoglio di investimenti.

Il rapporto di cui si scrive è del 2024. Da quel momento, il GPFG afferma di aver condotto un “dialogo”  con le compagnie coinvolte nel report “sulla loro gestione dei rischi per i diritti umani, della violenza sessuale, delle molestie e delle violazioni dei diritti dei lavoratori”. Il tentativo non è però andato a buon fine, molto probabilmente anche a causa del rifiuto delle due società di fornire informazioni sulla questione denunciato dal Fondo.

Nel 2025 il consiglio di amministrazione dell’ente norvegese ha quindi deciso di estromettere le compagnie francesi. Questo significa che il GPFG ha venduto tutte le quote che aveva in queste due aziende, dal valore totale di 98 milioni di dollari (l’1,15% di Bolloré e lo 0,13% di Cie de l’Odet). 

La decisione è stata resa nota solo lo scorso 26 febbraio. Le parti colpite non hanno rilasciato commenti agli organi di stampa che li hanno sollecitati. 

Le “ragioni” di Bolloré 

La posizione delle aziende francesi si può però rintracciare in quanto riportato da GPFG. Le due realtà del gruppo Bolloré si sono sempre giustificate dalle accuse che gli vengono formulate affermando di non avere capacità di influire sulla gestione delle piantagioni in quanto solo azioniste di minoranza di Socfin.

Il consiglio ha però rigettato queste argomentazioni. Nel report si evidenzia come Bolloré, e con lei quindi anche Cie de l’Odet, che ne possiede oltre il 60%, hanno “sempre detenuto una partecipazione sostanziale in Socfin e Socfinaf. I dirigenti di Bolloré fanno parte del consiglio di amministrazione di Socfin dal 1990 e di quello di Socfinaf dal 1993”.

A parere del consiglio, si legge ancora, “ciò indica che Bolloré dovrebbe avere sufficiente influenza per migliorare la situazione nelle piantagioni, se solo lo desiderasse. Al consiglio sembra che né Cie de l’Odet né Bolloré riconoscano il rischio di contribuire a gravi violazioni delle norme relative all’attività delle piantagioni e pertanto non facciano nulla per porvi fine”.

Per dare un’idea del grado di coinvolgimento del colosso francese, nel documento si spiega che Vincent Bolloré, presidente e amministratore delegato della holding fino al 2022, è parte del board di direttori di Socfin dal 1990. Il figlio Cyrill, attuale amministratore delegato, ne fa parte da quattro anni.

Entrambi ricoprono ruoli dirigenziali anche in Socfinaf, rispettivamente dal 1993 e dal 2018. Se non bastasse, il maggiore azionista di Socfin, l’imprenditore belga Hubert Fabri,è descritto dal consiglio del Fondo norvegese come un intimo amico di Vincent Bolloré.

Il ruolo e le reazioni della società civile

Quanto ravvisato dall’ente scandinavo risuona del resto con quanto già denunciato anche in altre aree del continente da organizzazioni locali e internazionali e con quanto documentato da inchieste giornalistiche, come riconosciuto del resto dallo stesso consiglio del Fondo, che menziona abusi anche in altri paesi africani oltre al Camerun pur senza approfondire. 

In realtà, quanto riscontrato dal GPFG trova riscontro anche con quanto già appurato da degli audit commissionati dalla stessa Socfin.

A partire dal 2023, e sempre dopo ripetute denunce delle comunità che vivono dove si trovano le piantagioni, la compagnia ha chiesto a una società svizzera di verificare la fondatezza delle accuse che gli erano rivolte dai vari movimenti. Le indagini si sono concentrate su due siti in Liberia e Camerun.

Molte delle violazioni imputate a Socfin si sono rivelate fondate, in modo particolare quelle relative agli abusi sessuali. Sono state confermate anche questioni relative ad almeno un caso di mancata restituzione della terra e all’ inquinamento delle fonti di acqua potabile.

La mobilitazione delle comunità colpite dalle attività di Socfin comincia almeno dal 2010. Nel 2013, una denuncia all’OCSE di quattro ong – due camerunensi, una francese e una tedesca – aveva spinto Bolloré a impegnarsi in una roadmap per risolvere le numerose irregolarità fatte registrare da Socapalm. Questa iniziativa non ha però portato i frutti sperati.

Adesso la decisione del Fondo norvegese è stata accolta con soddisfazione da diverse realtà della società civile di paesi in cui operano le sussidiarie di Bolloré, non solo in Africa. “È ora che gli investitori agiscano contro Socfin e Bolloré”, ha dichiarato Félicité Ngo Bissou dell’Association des Femmes Riveraines de Socapalm Edéa, uno degli stabilimenti dell’azienda in Camerun.

“Per troppo tempo, il gruppo Bolloré ha affermato di non essere responsabile degli abusi che subiamo nelle piantagioni di Socfin e, di conseguenza, gli abusi sono continuati. Non si può continuare così”.

Secondo l’attivista indonesiana Rizal Assalam, “la decisione della Norvegia, come quella della Svizzera, significa che qualcuno sta ascoltando le comunità e i lavoratori, anche se non si tratta di Bolloré”. I commenti sono giunti a corredo di un comunicato firmato da oltre 30 organizzazioni di decine di paesi.

Il “sistema Bolloré” 

Tutta la vicenda di cui si scrive va collocata nella più ampia traiettoria di Bolloré in Africa. Il gruppo è stato a lungo ritenuto da molti come uno degli assi centrali della politica necoloniale della Francia nel continente.

L’ultima evoluzione degna di nota è sicuramente la cessione delle sue attività di trasporto e logistica in Africa alla compagnia italo-svizzera Mediterranean Shipping Company (Msc) per 5,7 miliardi di dollari nel 2022. La storia di Bolloré Africa Logistics (BAL), questo il nome della società venduta a MSC, 250 filiali in 47 paes, è puntellata di accuse di corruzione e di rapporti opachi con le élite politiche di diversi paesi africani.

Casi di indagine contro la società sono stati aperti in Francia ma anche in paesi africani come Togo e Guinea, mentre l’anno scorso 11 ong da sei paesi africani hanno denunciato la multinazionale a una corte parigina con l’accusa di aver  fatto sistematicamente ricorso a pratiche corrotte per assicurarsi redditizie concessioni portuali in almeno cinque paesi del continente. 

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