Spese militari italiane
Presentato il Rapporto Mil€x 2018 che fotografa un’accelerazione nella corsa al riarmo soprattutto con i governi Renzi e Gentiloni. Il vocabolario bellico non comprende la parola austerità. Oltre al ministero della Difesa (21 miliardi nel 2018, +3,4% rispetto al 2017), diventa sempre più centrale il ruolo del ministero dello Sviluppo Economico (3,5 miliardi nel 2018, +5% al 2017) decisivo nell’acquisto degli armamenti.

Venticinque miliardi di euro, una cifra pari all’1,4% del PIL nazionale. Nel complesso ammontano a tanto le spese militari italiane per il 2018. È solo uno dei dati che emerge dal Rapporto Mil€x 2018, presentato oggi, giovedì 1 febbraio, alla Sala Stampa della Camera dei Deputati.

Le 56 pagine del dossier riflettono l’immagine di un paese che negli ultimi anni ha accelerato la «corsa al riarmo», attestandosi in 11ª posizione nella classifica degli stati che spendono di più per i propri eserciti. Lo dicono i numeri.

Rispetto al 2017, per l’anno in corso l’aumento è del 4%. La percentuale lievita fino al +26% se si estende il periodo di riferimento alle ultime tre legislature, dal 2006 all’inizio del 2018, anni in cui, nonostante la crisi economica, le spese per armamenti sono aumentate dell’88%. Dopo la spending review decisa nel 2012 dal governo di Mario Monti, e mantenuta dal suo successore Enrico Letta, con Matteo Renzi prima e Paolo Gentiloni poi alla guida dell’esecutivo i tagli sono infatti stati messi da parte, segnando un +8,2% (1,6 miliardi in più) tra il bilancio Difesa del 2015 e quello del 2016. Oltre al ministero della Difesa (21 miliardi nel 2018, +3,4% rispetto al 2017), nella partita diventa sempre più centrale anche il ruolo del ministero dello Sviluppo Economico (3,5 miliardi nel 2018, +5% rispetto allo scorso anno).

Navi, carri armati e aerei da guerra

In parte i soldi destinati alle spese militari vengono utilizzati per costruire navi da guerra della Marina come la portaerei Thaon di Revel, carri armati ed elicotteri da attacco, aerei da guerra Typhoon ed F-35. A quest’ultimo modello il Rapporto Mil€x 2018 dedica un approfondimento, spostando la lente d’ingrandimento sui suoi costi effettivi (50 miliardi il costo per trent’anni di vita operativa), sulle sue reali ricadute industriali ed occupazionali (secondo la Corte dei Conti ricavi e posti di lavoro sono dimezzati rispetto alle previsioni del governo) e, soprattutto, sui suoi difetti strutturali. Secondo il dossier, infatti, i primi 8 F-35 che il nostro paese ha già acquistato, pagando per ognuno di essi 150 milioni di euro, rischiano di finire fuori servizio.

Le missioni all’estero e il caso Niger

L’attenzione viene posta anche sulle missioni militari all’estero, attive in 25 paesi dal Mar Mediterraneo all’Oceano Indiano passando per l’Africa e il Medioriente. Lo stanziamento complessivo per il 2018 ammonta a 1,28 miliardi di euro. Soldi che servono per finanziare l’impiego di quasi 8mila uomini, 1.400 mezzi terrestri, circa 60 mezzi aerei e 20 navi. «A fronte di una riduzione dei costi per le missioni in Iraq (-17%) e, in misura minore, Afghanistan (-4%) e della fine della missione in Turchia (al 31 luglio 2018) –  si legge nel rapporto – si registra un aumento dei costi per la missione in Libia (+7%), per la missione Nato in Lettonia (+15%) e soprattutto l’avvio della nuova missione in Niger (470 soldati, 130 mezzi terrestri e due mezzi aerei): quasi 50 milioni di euro per il 2018, al netto dei costi logistici, di supporto di intelligence, di attività CIMIC e di protezione della nuova ambasciata di Niamey».

Su quest’ultima missione ha posto molti dubbi Francesco Vignarca, fondatore dell’osservatorio Mil€x e coordinatore di Rete Italiana per il Disarmo. «Contestiamo la procedura di voto di questa missione – spiega a Nigrizia – fatta a camere sciolte, il che stabilisce un precedente rischioso. Ci chiediamo due cose. Come è possibile che di colpo la sicurezza dell’Italia dipenda anche dal Niger? E poi, come possono una piccola base e dei corsi di addestramento dare un contributo per fermare i flussi migratori che partono dall’Africa? Inoltre, stiamo parlando di una missione presentata dal governo come strategica e che, per tale motivo, costerà molto. Ma il dispiegamento di mezzi sarà minimo. Ciò dimostra che l’Italia sta continuando a comprare mezzi senza però usarli, e questo è possibile perché buona parte del budget destinato alla competitività delle imprese da parte del ministero dello Sviluppo Economico sta andando proprio ai produttori di armi. Insomma, stiamo facendo una spesa militare sproporzionata rispetto alle nostre reali esigenze».

Spese Nato e nucleare

Altri focus del dossier riguardano il costo di gestione delle 59 basi americane presenti in territorio italiano (520 milioni ogni anno), gli onerosi contributi ai bilanci della Nato (192 milioni ogni anno), casi particolari come quello della base militare italiana a Gibuti “Comandante Diavolo” (43 milioni all’anno), gli stipendi e le pensioni degli alti ufficiali e di circa 200 cappellani militari.

Particolare interesse, infine, viene rivolto alle spese di stoccaggio e sorveglianza delle venti testate atomiche tattiche americane B-61 custodite nelle basi italiane. Ventitré milioni di euro vengono spesi per l’aggiornamento delle apparecchiature di sorveglianza esterna e dei caveau contenenti le testate all’interno degli 11 hangar nucleari della base bresciana di Ghedi. Altri soldi servono per contribuire alle spese di stazionamento del personale militare Usa addetto e per tenere in “allenamento” aerei e piloti italiani dedicati al “nuclear strike”. Sulla questione è intervenuto Daniel Högsta, coordinatore della campagna ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) insignita del Premio Nobel per la Pace 2017: «Questi dati dimostrano come la presenza di armi nucleari abbia impatto negativo per i paesi che le ospitano non solo dal punto di vista politico, ma anche della spesa pubblica. L’opinione pubblica dovrebbe rendersene conto».

Le proposte di Mil€x

Il rapporto si conclude con una serie di proposte affinché ci sia più trasparenza sul modo in cui vengono spesi i soldi destinati alla sicurezza del paese e alla nostra presenza militare oltreconfine: creazione di un autorità di controllo procurement, ridimensionamento dei finanziamenti del ministero dello Sviluppo Economico, ridimensionamento dei programmi dell’Esercito di acquisire o rimodernare nuovi mezzi da combattimento in quantitativi eccessivi rispetto alle esigenze nazionali, limitazione della partecipazione italiana alle missioni internazionali, investimenti sulla cyber difesa e in bonifiche di infrastrutture e mezzi a tutela della salute del personale e dell’ambiente, revisione delle procedure di dismissione del patrimonio militare. Non resta che attendere segnali dal governo che si formerà dopo le elezioni del 4 marzo.