Somalia / Investimenti Ue
Bruxelles scommette sulla ricomposizione e la ricostruzione del paese. E mette sul piatto cifre importanti. Una generosità che punta ad avere ritorni in termini di petrolio e di pesca. Ma intanto gli islamisti di Al-Shabaab sono fuori controllo.

Per gli organizzatori – Unione europea e governo di Mogadiscio – è stata un successo la conferenza “A new deal for Somalia” dello scorso 16 settembre a Bruxelles, destinata a finanziare la ricostruzione del paese. L’incontro ha consentito di raccogliere 1,8 miliardi di euro e ha visto la partecipazione delle delegazioni di 70 nazioni.

L’Ue, primo finanziatore con 650 milioni di euro, sosterrà programmi di sanità pubblica, di accesso all’acqua potabile e di educazione. 124 milioni andranno a garantire la continuazione della Missione africana in Somalia, che si avvale di soldati ugandesi e burundesi, e altre risorse supporteranno la formazione di guardiacoste contro la pirateria e l’operazione Atalanta condotta dalla flotta degli stati membri dell’Ue.

Il presidente della Commissione europea, Manuel Barroso (nella foto con il presidente somalo Hassan Sheikh), nel suo discorso di chiusura ha sottolineato che il successo della conferenza non sta tanto nei denari raccolti quanto piuttosto che governo, parlamento, regioni e società civile della Somalia abbiano trovato un accordo su una tabella di marcia per i prossimi tre anni. Un alto funzionario del Servizio Ue di azione estera ha spiegato a Nigrizia che è molto importate essere riusciti a mettere insieme somali di tutte le origini, compresi quelli della diaspora.

Il presidente somalo, Hassan Sheikh Mohammud, ha ricordato i progressi compiuti negli ultimi anni, ma ha anche fatto la lista dei bisogni. A cominciare dall’equipaggiamento dell’esercito che deve continuamente compiere operazioni per prevenire gli attacchi dei ribelli di Al-Shabaab contro i civili. Si è anche impegnato a continuare ad agire per la costruzione di un sistema politico pluralista. E ha tuttavia avvertito che il paese rischia di ripiombare nella disperazione perché le rimesse della diaspora (stimate 1 miliardo di dollari l’anno, una metà dei quali provenienti dal Regno Unito) non saranno più possibili.

Va ricordato infatti che a partire dal 30 settembre la Barclays Bank ha deciso di chiudere i conti delle società che si occupano di trasferire i fondi della diaspora. L’Autorità intergovernativa di sviluppo (Igad, riunisce gli stati del Corno d’Africa) ha chiesto alla banca il rinvio di un anno di questa misura, mentre il presidente di Gibuti, Ismail Omar Guelleh, si è rivolto all’Ue reclamando un intervento.

Un altro punto d’inquietudine emerso durante la conferenza di Bruxelles è che il Somaliland, regione del nord che dal 1991 si autogoverna, non era presente all’incontro. Anzi, centinaia di cittadini somali hanno protestato contro la conferenza. Alcuni hanno rimproverato al presidente somalo di non avere innescato un processo federale e inclusivo. Altri gli hanno rinfacciato legami con Al-Qaida e Al-Shabaab, e il fatto che nel 2009 il parlamento ha adottato la legge islamica (shari’a). Tra i manifestanti anche chi ha denunciato l’occupazione, da parte di milizie del Somaliland, di aree dello “stato” autoprocalmato di Khatumo (sempre nel nord).

 

Jubaland

Anche se la diplomazia europea si mostra ottimista, sul terreno si vede che il governo è lontano dal controllare l’insieme del territorio; e che la pericolosità di Al-Shabaab è stata sottovalutata, come ha dimostrato l’assalto, lo scorso settembre, al centro commerciale Westgate di Nairobi (Kenya).

Il paese ha conosciuto, lo scorso maggio, la secessione di una terza regione dopo Somaliland e Puntland. Si tratta di Jubaland, proclamata da un ex capo islamita, Ahmed Madobe, che il 13 settembre è sfuggito ad un attentato a Chisimaio. Per fingere di prendere il controllo delle operazioni, il governo di Mogadiscio ha nominato Madobe capo dell’amministrazione ad interim, ma non c’è motivo di credere che risponda agli ordini del governo centrale. Intanto, lo scorso luglio, l’esercito etiopico ha abbandonato alcune posizione nel sud della Somalia, che sono state subito occupate da Al-Shabaab.

Secondo Medici senza frontiere, presenti nel paese dal 1991, le condizioni di sicurezza non sono migliorate. Al punto che l’organizzazione si è ritirata il 15 agosto perché «non esiste più il rispetto dei diritti umani», accusando che «l’accettazione della violenza contro gli operatori umanitari, impregna tutta la società somala; riguarda i gruppi armati ma anche numerosi livelli di governo, dai capiclan ai commissari di distretto».

Va comunque detto che l’entusiasmo dell’Ue e in particolare del Regno Unito non è esente da secondi fini. Annunciando l’adesione della Somalia all’accordo di Cotonou (che regola i rapporti di cooperazione tra l’Ue e i paesi di Africa, Caraibi e Pacifico), l’Ue ha l’obiettivo di porre un insieme di regole che consentano alle imprese europee di operare nel paese.

La Somalia con le sue acque pescose è nel mirino degli armatori spagnoli che possiedono i due terzi dei pescherecci della flotta europea. Secondo Le Monde diplomatique, l’armatore Pescanova è già attivo nell’area con false licenze rilasciate dal Qatar…

Il Regno Unito non è da meno. La presenza di consiglieri britannici in tutti i ministeri somali (alcuni di questi consiglieri agirono anche in Iraq!) coincide con la recente acquisizione di diritti di prospezione petrolifera da parte di Soma Oil and Gas, compagnia diretta dall’ex presidente del partito conservatore britannico Michael Howard. Secondo l’agenzia African Energy, un’altra società, General Energy, avrebbe acquisito dall’amministrazione del Somaliland due blocchi di prospezione. E questo potrebbe creare conflitti con il governo di Mogadiscio, considerato che il Somaliland non è uno stato riconosciuto dalla comunità internazionale.