Melilla, tra Africa ed Europa

Significa “trionfo” ed è il segnale che alcuni tra i migranti rifugiatisi tra i boschi, sulla collina agricola di Ikebpouzene, a pochi chilometri dai confini tra Marocco e Spagna, sono riusciti a oltrepassare tutte le barriere. Ma è sempre più difficile: dal 2014 la Spagna ha inasprito i controlli.

«Bomla», sussurra Diouf, indicando una macchina della gendarmerie marocchina in lontananza. «Se ti dicono bomla – spiega – significa che la polizia si sta avvicinando.  Devi scappare». S

ul monte Gurugù, a un’ora e mezza di cammino da Melilla, senegalesi, nigeriani e camerunesi hanno sviluppato un gergo comune: «Quando diciamo dongo – ancora Diouf – vuol dire che è arrivato del cibo. Ma la parola che tutti vogliamo urlare, prima o poi, è boza!». Quattro lettere che significano “trionfo”. Un segnale per tutti i migranti subsahariani, il grido di liberazione di chi ce l’ha fatta a varcare il confine con l’Europa. «Spero di poterlo gridare presto anch’io. Sarà come segnare un gol ai mondiali. Sarà la fine di quest’attesa».

Diouf viene da Dakar e ha 14 anni. Suo padre decise di chiamarlo così in onore di El Hadji Diouf, l’attaccante della nazionale senegalese che ai mondiali del 2002 sconfisse la Francia, facendo approdare i “Leoni della Teranga” a uno storico quarto di finale. Oggi vive nascosto tra i boschi, sulla collina agricola di Ikebpouzene, a pochi chilometri dai porti di Nador e Beni Ansar. Assieme a lui, un gruppo di migranti, tutti provenienti dal sud del Sahara. «Abbiamo scelto di fermarci qui – racconta – per essere più vicini al confine, quando sarà tempo di saltare». Aspettano il momento buono. Ma è sempre più difficile.

Tra loro e Melilla corre la valla, un sistema di barriere multiple e fossati, creato nel 1998 e divenuto negli anni sempre più articolato e invalicabile. Serve a separare il Marocco dalla Spagna. L’Africa dall’Europa. Sei metri di altezza per dodici chilometri di lunghezza. A Melilla, ormai, è quasi impossibile arrivare. Il picco c’era stato all’inizio del 2014, quando ad assaltare la lambrada erano state oltre 4 mila persone in soli due mesi. Poi la Spagna ha ulteriormente inasprito i controlli. E così ha fatto il Marocco, distruggendo la jungle, il grande accampamento sul Monte Gurugù.

Oggi, chi ci prova ancora, come Diouf e i suoi compagni di viaggio, deve rifugiarsi in piccoli accampamenti di fortuna. «Nessuno ha i soldi per permettersi l’affitto di un appartamento in città – dice – molti hanno pagato i trafficanti anche 2mila dollari per arrivare fin qui». Vivono di quel che possono. «Ogni tanto acchiappiamo un cinghiale – sorride – anche se è haram (non ammesso) per i musulmani». Qualche volta a portargli cibo, vestiti e medicine vengono alcuni volontari. Ma sono sempre meno. Medici senza Frontiere, che a Nador aveva una missione dal 1997, ha deciso di interromperla per protesta, nel 2013. (…)

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Foto di Jose Palazon

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