PAROLE DEL SUD – giugno 2010
Giampietro Baresi

In Brasile non s’è ancora rimarginata la ferita della sconfitta con l’Italia (3 a 2) del 5 luglio 1982, a Barcellona, nella seconda fase a gruppi del campionato mondiale di calcio, conclusosi con la vittoria dell’Italia contro la Germania. Ed è ancora viva la sete di vendetta.

Costretto a vivere tra le due sponde, con interessi che non si limitano al confronto calcistico, mi attira l’idea di raffrontare alcuni aspetti delle mie due patrie. Non si tratta di un’idea campata in aria. Non è raro udire sulla bocca di italiani scongiuri del tipo: «Stiamo diventando un Brasile!». E non stanno parlando di promozioni sportive.

Parto dalla mia esperienza sul modo in cui i brasiliani guardano all’Italia. Quando arrivai la prima volta in questo paese – si era agli inizi del 1974 –, mi portavo dietro un certo orgoglio per la mia patria, al prezzo di favorire in me uno stupido sentimento di superiorità. Mi sentivo, infatti, gratificato dal clima di rispetto, simpatia e ammirazione per l’Italia. Oggi il clima è cambiato. L’autostima dei brasiliani è cresciuta e io non sono più tentato dal sentimento di superiorità. Le poche volte che i mass media di qui parlano dei politici italiani, in particolare del “capo” (spesso reso con dux, se non con führer), devo subire e sottostare alle facezie degli amici. E la cosa peggiora in alcune occasioni. Come quando Bill Gates, approfittando della nuova capigliatura di Berlusconi, si è lasciato andare a questo attacco: «L’Italia è un paese meschino. Tra i donatori europei a favore dei paesi sottosviluppati figura all’ultimo posto (0,11% del Pil nel 2009). In Italia, alcuni ricchi spendono molti più soldi per il problema della loro calvizie che per la lotta contro la malaria».

Quando, poi, il discorso tocca il tasto dell’immigrazione, scatta puntuale l’accusa di xenofobia. I discendenti di italiani (dei 20 milioni di italiani nel mondo, i più furono progenitori degli attuali leghisti veneti) si tramandano storie di generazione in generazione: come arrivarono qui nella più assoluta povertà, pieni di nostalgia per il paese e di rabbia nei confronti dei governanti. Un commento del noto Leonardo Boff riassume il sentimento di milioni di italiani brasiliani: «I miei nonni arrivarono senza niente e con una grave malattia agli occhi. Furono accolti cordialmente e curati».

In campo economico, l’affermazione che l’Italia sta diventando “Brasile” riceve conferma dai numeri. Fonti nazionali e internazionali prevedono che, nel giro di pochi anni, il Brasile sloggerà l’Italia dal settimo posto tra i 7 Grandi. Il gigante latino-americano sta vivendo un momento di crescita, prevista per quest’anno attorno al +5%, che fa sfigurare il previsto +0,8% dell’Italia. Se si parla della situazione dei poveri, si afferma che sono in aumento in Italia (1 povero ogni 4 italiani), mentre sono in calo in Brasile (la Banca mondiale rileva che il paese ha fatto più di ogni altra nazione al mondo per ridurre la povertà, dimezzandone il tasso negli ultimi 10 anni). Inoltre, mentre in Italia i redditi dei lavoratori dipendenti sono fermi all’anno 2000, in Brasile stanno migliorando.

In termini di distribuzione della ricchezza nazionale, va male l’Italia (con il 10% delle famiglie più ricche padrone di quasi il 45% dell’intera ricchezza netta delle famiglie), ma va peggio il Brasile (con il 10% padrone del 75% della ricchezza nazionale).

Ritornando al linguaggio sportivo, questi dati non significano che il Brasile del benessere stia “battendo” l’Italia. Ci vorranno molte altre riprese e molti altri tempi supplementari, prima che il livello di vita della maggioranza dei brasiliani si avvicini a quello italiano. La strada è lunga e in salita. Considerando il basso indice di natalità brasiliano (1,19 nel 2009), cioè ai livelli europei, c’è