CENTRAFRICA, UNA NAZIONE SOTTO SEQUESTRO – DOSSIER LUGLIO-AGOSTO 2018

Sotto gli occhi dei caschi blu, le milizie mantengono una parvenza di ordine pubblico e gestiscono alla meno peggio alcuni servizi essenziali. Nella città del centronord il solo rappresentante dello stato è un prefetto senza poteri.

La totale assenza dello stato in vaste porzioni di territorio centrafricano ha lasciato terreno libero a miliziani armati che hanno dato vita ai cosiddetti “gruppi di autodifesa”. Nella città di Bria, 580 km a nordest di Bangui, le milizie che fanno riferimento all’alleanza Seleka hanno istituito un particolare sistema di welfare che, pur facendo acqua da tutte le parti, s’impone come unica alternativa al governo fantasma di Bangui.

Da sempre le aree periferiche del paese sono abbandonate a sé stesse. Le precarie e impreparate autorità centrali di Bangui non hanno mai inserito nella loro agenda politica le zone più lontane, lasciandole così in balia degli eventi. L’assenza dello stato e le incursioni di gruppi armati stranieri (come l’Esercito di resistenza del Signore, l’Lra del criminale ugandese Joseph Kony) hanno consumato questa nazione che figura all’ultimo posto della classifica mondiale dell’Indice di sviluppo umano basato su aspettativa di vita, grado di istruzione e reddito.

«Abbiamo preso le armi – dice il 37enne colonnello Mahamoud Voungaba, capo della polizia di frontiera di Bria, istituita da Seleka – perché non avevamo altra scelta. Eravamo esposti alle razzie dell’Lra e dovevamo difendere le nostre famiglie. Così ci siamo armati e organizzati come meglio potevamo. Purtroppo ci sono stati anche conflitti tra musulmani e cristiani, ma oggi in città tutto fila liscio».

La versione di Voungaba è però solo una mezza verità. Se al primo colpo d’occhio tutto appare tranquillo, l’aria che si respira è ad alta tensione. Nel 2018, sull’onda di ulteriori fatti di sangue a Bangui, in questa cittadina del centroest è scoppiato un feroce conflitto tra milizie Seleka e anti-balaka, entrambe interessate, tra l’altro, alle ricche miniere di oro e diamanti di Ndassima e Ippy.

Un commerciante che chiede di rimanere anonimo, ci confida: «Gli orrori commessi dalle milizie sono figli di una politica marcia, ormai in cancrena. I gruppi di autodifesa sono nati per un motivo validissimo: difendere le proprie famiglie, i raccolti e gli allevamenti. Ma la fame è una brutta bestia, dà alla testa e fa scaturire odi inesistenti fino a pochi anni fa. E le file dei Seleka e degli anti-balaka sono andate man mano ingrossando, grazie all’arruolamento di minori impediti di frequentare la scuola perché le scuole sono pressoché inesistenti».

Miliziani-poliziotti

La situazione di Bria è tra le più critiche. E presenta un aspetto paradossale. Molti dei suoi abitanti sono profughi, senza però allontanarsi troppo dalla città. Vivono nei campi alla periferia dell’agglomerato urbano, non di rado a poche centinaia di metri dalle loro case danneggiate e non più sicure. Parliamo di circa 70mila persone, quasi tutti cristiani, vittime di abusi sia da parte di miliziani Seleka sia di milizie anti-balaka. Le violenze continuano a perpetrarsi a bassa intensità ogni giorno, nonostante la massiccia presenza sul terreno della Minusca i cui caschi blu si limitano a effettuare…

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Nella foto una perlustrazione di un mezzo corazzato dell’ONU