Verona, Festival di cinema africano
Garagouz (2011) di Abdenour Zahzah è un cortometraggio di venti minuti ambientato in Algeria, che narra delle peregrinazioni di un padre e di suo figlio, burattinai di professione che girano per i villaggi della loro regione allestendo spettacoli.

Il film inizia con una lenta inquadratura fissa a ritrarre un furgoncino, quello di Mokhtar e Nabil, parcheggiato a lato della loro casa: come a dire che esso sarà il motore letterale e figurato della storia. Il loro continuo spostarsi, infatti, non è che il pretesto – come sempre capita nei film di viaggio, lunghi o corti che siano – per mettere in evidenza le umane contraddizioni, esplorare i personaggi, scavare dentro la realtà che si va a mostrare.

Di inusitato in Garagouz c’è che il regista ci porta dentro paesaggi e universi sconosciuti (sono in pochi a conoscere bene l’entroterra algerino, le sue montagne, i suoi profili), prendendosi tutto il tempo che gli serve, e adagiandosi su tempi e ritmi più da lungometraggio che da cortometraggio. In venti minuti, di fatto, più che raccontare una storia dà vita ad una serie di situazioni inanellate secondo luogo, la scansione delle azioni del vivere quotidiano: quel che ne scaturisce è un piccolo ritratto di atmosfere più che una vera e propria narrazione.

A Zahzah non interessa “l’impegno”, l’affresco di una condizione sociale che rimandi a un eventuale riscatto: gli imprevisti che i due protagonisti trovano sul loro cammino servono molto più a capire Mokhtar e Nabil che l’Algeria. La scelta è stata quella di privilegiare le ragioni che spingono gli uomini a fare ciò che fanno, sorvegliandone i movimenti, osservando le reazioni e rimanendo incollati a poca distanza dai corpi per svelare i loro tratti meno evidenti e i rispettivi comportamenti.

Ne esce un cortometraggio povero nella forma ma essenziale e sincero, non avvincente ma ricco di momenti in cui la “verità” del quotidiano emerge nel suo groviglio di noia, pensosità e bellezza (lo sguardo sulla natura è insistito ma per nulla gratuito, ancor meno da cartolina). Persino d’entusiasmo.

A fine proiezione, ci si rende conto di come una breve parabola possa aprire a un universo ricchissimo. Prova ne sia la sequenza finale, quando finalmente i due viandanti, dopo essere stati fermati dalla polizia, avere avuto problemi con il furgoncino e avere condiviso una giornata apparentemente vuota, giungono finalmente in un villaggio dove dei bambini attendono di vedere i burattini. Quei primi piani così lunghi sui volti dei piccoli, uno dopo l’altro, svelano le ragioni di tutto ciò che viene prima, e lo mettono in prospettiva, come una sorta di “sigillo semantico” teso a giustificare il senso dell’itinerario che sin lì ci ha condotto.