Dal 2023 almeno 1.837 civili sono stati uccisi in Burkina Faso. I responsabili sono sia le forze armate burkinabè sia il gruppo jihadista legato ad al-Qaeda, JNIM (acronimo di Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, in italiano Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani).
È quanto emerge da un ampio report di Human Rights Watch (HRW), ONG con sede a New York. Il documento, basato su testimonianze, immagini satellitari e analisi incrociate, ricostruisce 57 episodi di violenza in 11 regioni, tra gennaio 2023 e agosto 2025.
Alcuni degli attacchi maggiori erano già stati oggetto di report di HRW negli ultimi anni. Quest’ultimo lavoro mira a ricostruire un quadro più esaustivo. Nel report viene definito come «una prima iniziativa per documentare di maniera sistematica gli abusi al fine di dare conto dell’ampiezza e dell’impatto del conflitto in Burkina Faso».
Le responsabilità dello stato burkinabé
Sul lato delle autorità ufficiali burkinabé, l’ONG accusa il capo dello stato, il capitano Ibrahim Traoré e una lista di sedici alte cariche dell’esercito nazionale di essere implicati nelle violenze in base al principio della responsabilità di comando. Secondo tale principio, il leader di un’unità militare è tenuto a rispondere dei crimini commessi sotto i suoi ordini.
La lotta al terrorismo è al centro dell’agenda di Traoré, salito al potere con un colpo di stato nel settembre 2022.
Sotto la sua guida, i Volontari per la difesa della patria (VDP) – milizie civili create nel 2020 dall’ex presidente Roch Marc Christian Kaboré – hanno conosciuto una forte espansione, sia in termini numerici sia di armamento.
2/3 delle morti civili imputate a esercito e VDP
Proprio esercito e VDP sono al centro delle accuse di HRW. Il report evidenzia come molti massacri rappresentino la norma nelle operazioni militari, e non deviazioni occasionali.
Al punto che 1.255 su 1.837 civili uccisi sono da imputare al loro operato congiunto. Ilaria Allegrozzi, una delle principali curatrici del report di HRW, ha commentato ai microfoni dell’emittente francese Radio France International come «le forze di sicurezza burkinabé e i VDP sembrano essere più brutali e violente» rispetto allo JNIM.
Spesso gli attacchi si inseriscono in una dinamica di rappresaglia contro operazioni del gruppo terroristico. L’episodio più emblematico è quello del 25 febbraio 2024, nei villaggi di Nondin e Soro (regione dello Yatenga, nel nord del paese): 223 civili uccisi, tra cui almeno 56 bambini, accusati di collusione con i jihadisti.
Impunità e censura
A fronte di tante morti civili, le forze statali burkinabè e i VDP non sono mai stati oggetto d’indagine. La sola eccezione riguarda sei membri del corpo di volontari, condannati nel novembre 2025 da un tribunale militare del nord-ovest del paese.
Per HRW, questa impunità de facto è assicurata dalla giunta guidata da Traoré, accusata anche di limitare l’accesso al paese e la copertura mediatica. ONG e giornalisti incontrano crescenti difficoltà a operare. Il governo respinge le accuse definendole «false e manipolatorie».
Anche la raccolta dei dati è ostacolata: secondo l’ONG statunitense ACLED (acronimo in inglese di Progetto di raccolta dati su conflitti armati), dal 2016 il conflitto ha causato oltre 10mila morti, ma l’accesso limitato al territorio rende difficile una stima completa.
Le atrocità dello JNIM
Il report documenta anche i crimini dello JNIM, tra i quali figurano esecuzioni sommarie, assedi di città, blocchi delle forniture, distruzione di infrastrutture e rapimenti.
Il caso più rilevante, per numero di vittime, è quello del 24 agosto 2024 a Barsalogho, nella regione del Sanmatenga: almeno 133 civili uccisi, molti dei quali bambini, in rappresaglia per presunti legami con i VDP.
La morsa jihadista ha contribuito alla grave crisi umanitaria del paese. Secondo l’ONU, 6.3 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare, 3.4 milioni dei quali sono bambini.
La questione fulani
Un punto centrale del report riguarda la presa di mira dei fulani (peul), il secondo gruppo etnico più numeroso del paese. HRW documenta esecuzioni di intere famiglie, villaggi incendiati e sfollamenti forzati, delineando un quadro di violenze sistematiche.
A rafforzare questa lettura contribuiscono anche dichiarazioni pubbliche. Nel 2023, il presidente Traoré avrebbe detto a leader fulani: «Se non invitate il vostro popolo ad allontanarsi dalle forze del male, metteremo tutte le nostre forze in battaglia. Uccidere non è piacevole, ma se non abbiamo scelta, è la morte.»
Questa retorica si riflette anche online, dove sostenitori della giunta assimilano sistematicamente i fulani ai terroristi. La violenza colpisce la comunità da entrambi i lati: JNIM recluta tra i giovani fulani, ma esercita anche pressioni e rappresaglie contro le popolazioni locali.
Senza via di scampo
Il report mostra come le violenze perpetrate non siano casi eccezionali, quanto piuttosto una pratica sistematica a cui non seguono conseguenze. Il titolo del report è infatti “nessuno può scappare” e l’obiettivo è un’indagine indipendente sui crimini commessi dalla giunta, così come da JNIM.
Secondo il direttore di Human Rights Watch, Philippe Bolopion il problema più grave è che non si parli del conflitto in corso, a causa della censura esercitata dal governo. «La giunta militare sta commettendo abusi orribili, non assicurando alla giustizia i responsabili di tutte le parti coinvolte e limitando la copertura mediatica per nascondere le sofferenze dei civili intrappolati nella violenza» ha dichiarato.