La crisi
Dopo l’Onu, che parla apertamente del rischio di una guerra civile, anche l’Europa e l’Unione Africana si stanno rendendo conto della gravità della situazione a Bujumbura e dintorni. Chieste sanzioni e inchieste sui responsabili delle violenze, ma soprattutto l’invio di una forza di peacekeeping.

Un mese fa il Consiglio di sicurezza dell’Onu, allarmato da ciò che accade ormai da mesi in Burundi, aveva votato per l’invio dei caschi blu sul posto, decisione che ha poi incontrato l’opposizione della Russia e della Cina. Ora anche il parlamento europeo e l’Unione Africana scoprono che le cose si fanno drammaticamente serie nel piccolo paese sui bordi del lago Tanganica e che è necessario agire.

Si sveglia l’Ue
Ieri, riunito in sessione plenaria, il parlamento europeo ha adottato una risoluzione sulla situazione del Burundi. In essa si chiede che venga garantita la sicurezza dei cittadini, che vengano prese sanzioni contro i responsabili delle violenze e che venga aperta una inchiesta penale internazionale sui crimini commessi nelle ultime settimane e negli ultimi giorni. Il parlamento dunque si spinge oltre la dichiarazione comune presa con i paesi d’Africa, Caraibi e Pacifico, adottata durante il vertice andato in scena dal 9 al 12 dicembre scorso a Bruxelles. Gli europei intervengono dopo che durante l’ultimo week end si sono contate almeno 87 vittime causate dalle violenze nella capitale Bujumbura.
L’Europa ha chiesto inoltre che una missione di mantenimento della pace, sotto comando africano, venga inviata nel paese per evitare la guerra civile e il propagarsi della violenza nella regione. Si ricordi che il vicino Rwanda ha già conosciuto un genocidio e molta confusione e instabilità regna da decenni anche Repubblica democratica del Congo.

I deputati europei vorrebbero che la Corte penale internazionale indagasse sulle violazioni dei diritti dell’uomo nel paese. E che venissero estese le sanzioni contro il regime, congelando tutti gli aiuti non umanitari al Burundi, il cui bilancio, va sottolineato, dipende per un quarto dal sostegno europeo.

Anche il continente
All’Ue si è accodata oggi l’Unione Africana (Ua). Il Consiglio di pace e sicurezza dell’organizzazione continentale ha approvato un documento che chiede l’invio di una forza di mantenimento della pace a guida africana in Burundi. Lo hanno rivelato alcune fonti diplomatiche citate dalla rivista Jeune Afrique, secondo cui la forza sarà composta da 5 mila uomini e sarà autorizzata ad intervenire anche in assenza di consenso da parte delle autorità di Bujumbura. La decisione giunge dopo che ieri il Consiglio dell’organo sovranazionale africano, riunito ad Addis Abeba (Etiopia) per discutere l’escalation della violenza in Burundi, ha rilasciato una dichiarazione in cui si afferma che il continente africano “non permetterà che si verifichi un altro genocidio sul suo territorio”.

Finora il Burundi si è opposto all’invio di qualsiasi contingente di peacekeeping nel paese. Se le autorità burundesi dovessero confermare la loro contrarietà, sarà necessario un voto dei capi di Stato dell’organizzazione, con una maggioranza dei due terzi, per inviare i militari.

Voce grossa dell’Onu
Nei giorni scorsi forte preoccupazione è stata espressa di nuovo dalle Nazioni Unite. L’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Zeid Ra’ad al Hussein, ha detto senza mezzi termini che il Burundi procede a grandi passi verso una guerra civile e accusato le autorità burundesi di responsabilità dirette in ciò che sta avvenendo. Anche il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha ribadito gli stessi timori. L’Onu attraverso l’alto commissario ha condannato gli arresti arbitrari (circa 3.550 persone) e le violenze e le perquisizioni porta a porta durante le quali sono morte almeno 400 persone da quando la crisi è scoppiata. Alto anche il numero di sfollati, circa 200 mila persone hanno abbandonato le rispettive abitazioni, molte si sono rifugiate nei paesi vicini R.d.Congo e Tanzania.

La settimana scorsa siamo rimasti presi da sdegno e orrore nel vedere le immagini postate sui social network da testimoni e residenti che mostravano una novantina di corpi con le mani legate dietro la schiena abbandonati per le strade della capitale Bujumbura dopo che le forze dell’ordine erano passate nelle case in seguito ai tre attacchi degli oppositori al regime contro tre campi militari della capitale. Scene che ricordano la guerra civile che sullo stesso suolo burundese era durata dal 1993 al 2005 costò oltre 300mila vittime e più di un milione di sfollati.

Non bisogna dimenticare che all’origine del dramma che il Burundi oggi sta vivendo, c’è la disgraziata decisione del presidente Pierre Nkurunziza di farsi rieleggere per un terzo mandato, contro il dettame della carta costituzionale. Cosa poi avvenuta nel luglio scorso grazie a elezioni giudicate un “farsa” dagli osservatori internazionali e dalle opposizioni.
L’errore più grande commesso dalla comunità internazionale fino ad ora è stato quello di restare a guardare mentre la situazione deteriorava. Ora intervenire con forze di peacekeeping appare l’unica soluzione per fermare le violenze, ma cosa sarebbe successo con misure e azioni diplomatiche più ferme e decise quando era il momento?  L’ipocrisia della comunità internazionale poi è stata sempre quella di trattare con un uomo, Nkurunziza appunto, senza alcuna legalità e deciso a portare il paese alla rovina piuttosto che cedere il potere, non importa quanta gente debba morire.

Nella foto forze dell’ordine burundesi sorvegliano un il corpo di una delle tante vittime degli scontri che da mesi flagellano la capitale del Burundi, Bujumbura. Sopra Zeid Ra’ad al Hussein, Alto commissario dell’Onu per i diritti umani.