Burundi

La commissione indipendente incaricata di indagare sui crimini commessi contro la popolazione in Burundi ha presentato ieri a Ginevra il suo rapporto alle Nazioni Unite, che conferma quanto già più volte denunciato negli ultimi anni da varie istituzioni internazionali, accusando il governo di Bujumbura di crimini contro l’umanità e chiedendo alla Corte penale internazionale di aprire un’inchiesta “il più presto possibile”.

La commissione ha dichiarato che “ha ragione di credere che i crimini contro l’umanità siano stati commessi e continuino ad essere commessi” nel paese, indicando come responsabile il “livello più alto dello stato”. I tre ricercatori, nominati dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite nel settembre scorso, descrivono un “clima di paura” alimentato da violazioni, tra cui esecuzioni sommarie, torture e violenze sessuali.

Il presidente della commissione, Fatsah Ouguergouz, ha detto ai giornalisti che gli abusi erano parte di un “attacco generale o sistematico contro la popolazione civile” che potrebbe essere considerato “politica dello stato”. “Siamo colpiti dalla scala e dalla brutalità delle violazioni”, ha aggiunto Ouguergouz.

Secondo il testo, dietro le violazioni documentate dei diritti umani ci sarebbe una catena di comando parallela che dirige i vari apparati responsabili di questi crimini. Sono il servizio di intelligence nazionale, la polizia, le unità militari e gli Imbonerakure, la lega giovanile del partito di governo che l’Onu definisce una feroce milizia. Tutti sono legati dalla comune appartenenza all’ex movimento di ribellione hutu (Cndd-Fdd), al potere dal 2006, al termine della sanguinosa guerra civile iniziata nel 1993 tra maggioranza hutu e minoranza tutsi.
Le decisioni sarebbero prese “non dal governo, ma dal presidente, Pierre Nkurunziza, circondato da un cerchio limitato” di almeno cinque “generali”, tra cui il ministro della pubblica Sicurezza o il segretario generale del partito.

Secondo l’Onu e alcune Ong, tra le 500 e le 2.000 persone sono state uccise nel paese. Più di 400.000 sono fuggite e decine di attivisti di opposizione sono stati costretti all’esilio.

Il capo della comunicazione presidenziale, Willy Nyamitwe, ha reagito con decisione alle denunce contenute nel rapporto, accusando gli investigatori delle Nazioni Unite di essere “mercenari” in un complotto occidentale per “schiavizzare gli stati africani” attraverso la Corte penale dell’Aja.
L’anno scorso, il Burundi ha annunciato formalmente il suo ritiro dal tribunale, che sarà effettivo dal 27 ottobre. Dopo questa data, la Corte penale potrà solamente aprire un caso su richiesta del Consiglio di Sicurezza.

In Burundi il regime è stato instaurato a partire dall’aprile 2015 quando il presidente Nkurunziza ha deciso di correre per un terzo mandato, dopo aver modificato la Costituzione, vincendo poi le elezioni di luglio, boicottate dall’opposizione in un clima di tensione e volenze. (Al Jazeera / Rfi)