Burundi

A un anno dalle elezioni generali del 2020, aumenta la pressione sull’opposizione, dentro e fuori il paese. Mercoledì la Corte Suprema annunciato il sequestro di beni appartenenti ad attivisti dell’opposizione in esilio.

Secondo quanto dichiarato dal procuratore generale e presidente della Corte Suprema, Sylvestre Nyandwi, la misura si applica a 9 ufficiali militari incarcerati in Burundi per un tentativo di colpo di stato nel 2015 e a 32 politici, attivisti per i diritti e giornalisti che vivono all’estero, accusati di complicità nel golpe e non ancora giudicati.

Tra questi, avversari politici del presidente Pierre Nkuruziza (nella foto) in esilio, come l’ex vicepresidente della Repubblica Bernard Busokoza, e l’ex presidente dell’Assemblea nazionale, Jean Minani, che attualmente presiede il C-nared, la piattaforma degli oppositori in esilio. Sono coinvolti anche giornalisti e rappresentanti della società civile come l’attivista Marguerite Barankitse.

Per l’avvocato Armel Niyongéré, presidente in Burundi dell’Azione dei cristiani per l’abolizione della tortura (Acat), questa decisione della giustizia burundese è “illegale”, dal momento che prende di mira personalità che non sono state giudicate, il cui file è ancora sotto inchiesta. Una misura che è quindi “puramente politica” e “ignora i principi della legge” con l’obiettivo di “spaventare” coloro che potrebbero essere tentati di opporsi a un quarto mandato di Nkurunziza all’interno del partito al governo.

La decisione del presidente Nkurunziza – al potere dal 2005 – di modificare la costituzione e candidarsi per un terzo mandato nel 2015 è stata denunciata come illegale dall’opposizione, provocando proteste e una sanguinosa campagna di repressione.

Quasi mezzo milione di persone sono fuggite e oltre 1.300 sono state uccise da quando il 54enne leader della guerriglia etnica hutu è stato rieletto. L’anno scorso, i burundesi hanno approvato un referendum che gli ha permesso di rimanere al potere fino al 2034. (Radio France International / Africanews)