La recente guerra civile ha causato almeno 300mila vittime
In una lettera pastorale, letta domenica scorsa in tutte le chiese, i presuli invitano istituzioni e partiti a trovare un accordo su una legge elettorale equa e trasparente, in vista del voto del 2010. E spronano i burundesi ad analizzare l’operato del governo.

I vescovi del Burundi hanno manifestato la loro preoccupazione per come il paese si sta avvicinando alle elezioni politiche previste nel 2010. «Siamo preoccupati – affermano gli otto vescovi cattolici in una lettera pastorale – per il fatto che la popolazione potrebbe non essere libera di fare la scelta elettorale a causa degli atti di intimidazione che subisce e per il fatto che nel paese circolano numerose armi possedute illegalmente».

I vescovi sottolineano i ritardi nell’elaborazione di un codice elettorale e i contrasti in seno alla classe politica. Ciò che è neccessaria, secondo i vescovi, è una legge elettorale «che preservi la pace, la trasparenza e consenta un voto senza brogli». E chiedono alle istituzioni di non prendere in considerazione solo il volere del partito al potere (Consiglio nazionale per la difesa della democrazia – Forze per la difesa della democrazia, Cndd-Fdd, a grande preduminanza di etnia hutu, che gode di una maggioranza ampia sulla carta, ma in realtà traballante per forti dissensi interni) ma di mettere in primo piano l’interesse superiore della nazione.

Il 10 luglio scorso il consiglio dei ministri ha adottato un progetto di codice elettorale, senza tener conto del pieno dissenso dei cinque ministri espressi dal Frodebu (Fronte per la democrazia in Burundi, a predominanza hutu), il maggior partito di opposizione. Progetto rigettato anche dagli altri partiti di opposizione (tra cui l’Unione per il progesso nazionale, Uprona, a predominnaza tutsi) e dalle organizzazioni della società civile perché ritenuto troppo favorevole al partito di governo del presidente Pierre Nkurunziza (nella foto in alto a destra).

Non è la prima volta che la chiesa cattolica, cui fa riferimento la maggior parte dei burundesi, mette in guardia sulle possibili «derive autoritarie del potere». E invita i cittadini-elettori a chiedersi se i rappresentati eletti nel 2005 «hanno mantenuto le promesse elettorali, in particolar modo riguardo al rispetto dei diritti dell’uomo, alla sicurezza, alla gestione della cosa pubblica».

Il piccolo paese dell’area del Grandi Laghi, con le elezioni del 2005 e con una costituzione che garantisce sia l’etnia maggioritaria hutu che quella minoritaria tutsi, si è lasciato alle spalle 13 anni di guerra civile che ha causato non meno di 300mila morti. Negli ultimi cinque anni ha cercato di riappacificarsi e di ricostruirsi, con risultati altalenanti. Tra i risultati positivi, il fatto che i ribelli hutu dell’Fnl (Forze nazionali di liberazione), capitanati da Agathon Rwasa, dallo scorso aprile sono diventati ufficialmente un partito politico: l’accordo dice che 3.500 ex combattenti devono essere  integrati nell’esercito nazionale e altri 5000 smobilitati.