Burundi

L’ong burundese Aprodh, impegnata nella difesa dei diritti dell’uomo, ha annunciato che nel 2017 la violenta repressione attuata dal regime di Pierre Nkurunziza ha causato la morte di 504 oppositori o presunti tali e il ferimento di altri 373, precisando che comunque questo bilancio non può esser considerato esaustivo.

Tra le vittime ci sarebbero anche membri del partito d’opposizione – Forze Nazionali di Liberazione (FNL) di Agathon Rwasa – e gli abitanti delle zone del paese considerate roccaforti della ribellione contro il terzo mandato del presidente Nkurunziza (rieletto nel 2015 dopo aver violato la costituzione, attraverso delle elezioni considerate “una farsa” dalla comunità internazionale).

L’Aprodh è un’organizzazione molto conosciuta. Il suo presidente, Pierre-Claver Mbonimpa, è stato obiettivo di un attentato nel 2015 che gli è quasi costato la vita.

Secondo l’ong la violenza è quasi quotidiana nel paese della regione dei Grandi Laghi, ma il fatto che queste azioni vengano portate avanti da gruppi non identificati o dalle forze di sicurezza fa sì che non vengano quasi mai sanzionate. Secondo Aprodh le dichiarazioni del governo di Bujumbura sul ritorno alla sicurezza non sarebbero che “slogan del regime, ben lontani dalla realtà”.

Sempre stando al rapporto, più dei due terzi delle uccisioni sarebbero state ad opera degli agenti dell’SNR, i servizi segreti burundesi, o degli imbonérakuré, la milizia giovanile del partito al potere, CNDD-FDD.

Anche gli arresti e le torture starebbero continuando, tanto che, secondo l’Aprodh, le prigioni del paese sarebbero totalmente sovraffollate e arriveranno presto al triplo della capacità di accoglienza.

Il Burundi in ottobre ha ritirato la sua adesione alla Corte penale internazionale (Cpi) che aveva iniziato un’indagine preliminare sui crimini commessi dal 2015 nel paese e denunciati anche da un rapporto dell’Onu pubblicato lo scorso settembre. L’indagine è ancora in corso.  (Rfi)