Sono tre anni che la provincia di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, conosce una progressiva destabilizzazione ad opera di gruppi armati. Si tratta di un territorio che ha notevoli risorse (gas naturale, petrolio, legname, pietre preziose) e quindi un potenziale economico non indifferente. Eppure è una delle aree più arretrate del paese, forse perché dista 3000 chilometri dalla capitale Maputo dove si decidono le politiche…

La settimana scorsa sono rimbalzate sui media le notizie di massacri di gente comune, si è parlato di 53 persone decapitate (ma il numero non si conosce con precisione) nel corso di una serie di incursioni nel distretto di Muidumbe. Massacri attribuiti a milizie jihadiste che fanno riferimento al gruppo Stato islamico. E gli attacchi continuano, tanto che circa due terzi dei 600mila abitanti della provincia hanno dovuto abbandonare le loro case.

Le informazioni che arrivano da quelle parti sono frammentarie, a Cabo Delgado non c’è un giornale locale, i media nazionali sono sotto il controllo governativo, e l’utilizzo di internet avviene a singhiozzo, senza contare che le persone che hanno un cellulare o un computer sono pochissime.

Per capirne di più, Nigrizia ha allora raggiunto un missionario di Nostra Signora di La Salette, padre Edegard Silva Junior originario del Brasile, che da tre anni lavora nella diocesi di Pemba, città capoluogo di Cabo Delgado.

«A far crescere il malcontento tra la popolazione – spiega il missionario – ha contribuito il progetto di sviluppo sbandierato dal governo nel 2014 ma non ancora concretizzato. Si è parlato di costruire una “città del gas” nel distretto di Palma, al confine con la Tanzania. Nel frattempo la gente vive in condizione povertà, i giovani non hanno lavoro e soprattutto non hanno prospettive. Quindi la situazione economica è una delle cause che ha innescato il costituirsi di gruppi armati che all’inizio si limitavano a compiere saccheggi, utilizzando dei semplici coltelli, e senza essere organizzati militarmente».

«Dopo una prima fase – continua padre Edigar – questi gruppi hanno cominciato a guadagnare adepti, soprattutto tra i giovani. Ho sentito che erano stati creati luoghi di reclutamento e che chi si arruolava riceveva una somma di denaro. Ed è a questo punto che entra in scena il gruppo Stato islamico che ha evidentemente valutato di poter cavalcare queste situazione. E lo scorso marzo, nel corso di un assalto a Quissanga, i jihadisti hanno diffuso un video in cui mostrano la loro bandiera e le loro armi pesanti».

E quale sarebbe il loro obiettivo, chiediamo a padre Edigar. «Conquistare l’intera provincia. Lo hanno confermato anche le due suore della congregazione di San Giuseppe di Chambery, sequestrate il 12 agosto e liberate 24 giorni dopo. Le suore hanno riferito di aver sentito i loro rapitori parlare di questo».

E le truppe inviate dal governo di Maputo che cosa fanno? «L’esercito fa quello che può, ma è meno preparato militarmente dei jihadisti e ha paura ad affrontarli. Mentre ai primi di novembre i jihadisti attaccavano Muidumbe, i militari erano a non più di 40 chilometri eppure non hanno reagito. La gente si chiede perché».

Sulla situazione a Cabo Delgado, Nigrizia ha contattato anche padre Andrea Facchetti, missionario saveriano che lavora in Mozambico dal 2012. Questa la sua analisi e la sua testimonianza.