Il referendum sull’emendamento costituzionale dello scorso marzo ha generato un acceso dibattito sulla giustizia. Analizzando i risultati della consultazione popolare, emerge immediatamente un fatto che non può essere liquidato come una semplice preferenza politica: la provincia di Reggio Calabria è l’unico territorio al di sotto del Po dove ha prevalso il sì alla riforma Nordio.
In particolare, nei comuni dell’Aspromonte il sì ha superato l’80% e in alcuni casi si è attestato attorno al 90%. Come spiegare una simile singolarità? Certamente è un segnale di una situazione molto complessa che sfugge a semplificazioni e slogan, ma che risuona come un grido che chiede giustizia per chi è relegato ai margini della legalità.
Per comprenderne le dinamiche, è necessario ascoltare la voce di chi da anni si batte per una trasformazione profonda verso la legalità e la pace, intesa come giustizia sociale, equità economica e riduzione della violenza strutturale. Ad esempio, UniRiMI (Università della ricerca, della Memoria e dell’Impegno “Rossella Casini”) – progetto dell’Associazione San Benedetto Abate di Cetraro – da tempo è impegnata in percorsi di liberazione dall’illegalità, attraverso attività culturali e la promozione di cooperative e imprese sociali.
Un percorso pieno di ostacoli
Da questo contatto con il territorio, tuttavia, rileva un senso di esasperazione da parte di chi cerca di avviare percorsi di legalità e di cultura della pace. Alcune forme della lotta alle mafie, infatti, finiscono per bloccare anche le iniziative di riscatto. Un dato eloquente è che la Calabria detiene il triste primato in Italia per le ingiuste detenzioni, con le Corti di appello calabresi in testa per gli indennizzi liquidati.
Come riporta Ermes Antonucci sul Foglio, dal 2018 al 2024 lo stato italiano ha sborsato 220 milioni di euro per indennizzare i cittadini vittime di ingiusta detenzione. Di questa enorme somma, ben 78 (cioè il 35%), sono stati liquidati dalle sole Corti d’appello di Catanzaro e di Reggio Calabria.
È un indicatore di un clima di sospetto e incomprensione, che risuona anche nelle testimonianze di molti interlocutori tra la gente e tra i pregiudicati che scelgono la legalità. Purtroppo, nella quotidianità diverse voci riportano di un clima vessatorio, attraverso controlli e sopralluoghi delle forze dell’ordine alla minuziosa ricerca di pretesti sanzionatori, per isolare tutte le persone in qualche modo a contatto con la criminalità organizzata.
Legalità ai margini
Il problema è che chi vuole prenderne le distanze, chi cerca di ritornare alla legalità, alla responsabilizzazione, non è in grado di realizzare il proprio progetto.
UniRiMI racconta delle difficoltà di realizzare percorsi trasparenti e monitorati per il recupero di ex-detenuti e pregiudicati, o per la regolarizzazione degli abusi edilizi per rientrare nei ranghi della regolarità e dell’ordinario contro il disordine e l’abusivismo.
Circa 400 famiglie a San Luca, ad esempio, hanno fatto richiesta di regolarizzare il possesso delle loro abitazioni abusive colpevolmente fatte su invito esplicito delle autorità locali a costruire secondo pratiche emergenziali a seguito di eventi catastrofici. Costruzioni che poi sono rimaste prive di ogni servizio da sindaci e commissari prefettizi per 70 anni.
Lavorando per il reinserimento di queste “pietre di scarto” nella vita civile nell’ambito delle linee guida suggerite dalla proficua collaborazione con i commissari prefettizi a San Luca, si percepisce tuttavia l’incomprensione di alcune pubbliche autorità. Eppure, la normalizzazione di simili situazioni sarebbe un passo fondamentale per un territorio dove spesso le regole sono state tenute ai margini.
Serve allora far crescere una cultura della pace, che significa incontro, fraternità, nonviolenza, legalità e giustizia sociale. Raccogliendo l’invito di UniRiMI, i missionari comboniani si sono coinvolti nel progetto della scuola della pace, avviato su base volontaria nei comuni aspromontani di San Luca, Platì e Careri, tristemente famosi per la forte presenza della ‘ndrangheta.
Il progetto nasce nel solco dell’opera di apostolato avviato trenta anni fa da monsignor Giancarlo Bregantini, vescovo di Locri-Gerace, che aveva dato vita alla cooperativa Valle del Bonamico. Il primo pilastro di un’alternativa per questi territori è il lavoro onesto e duro, che si è concretizzato, ad esempio, con quaranta ettari di serre per la coltivazione dei lamponi, divenuti sessanta ettari per positivo contagio nel territorio limitrofo.
La Scuola della Pace e i missionari comboniani
Il secondo è l’istruzione e la cultura della pace, su cui si fonda la proposta della Scuola della Pace. Una equipe di missionari comboniani si è affiancata alle istituzioni locali che conducono un doposcuola di supporto educativo da parte degli studenti liceali di Locri – circa 200 volontari, nella cornice dei Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento – verso gli scolari delle scuole primarie dei paesi aspromontani.
Il doposcuola si pone come alternativa educativa concreta per il recupero e miglioramento delle competenze di base, in un territorio che soffre di un forte ritardo educativo, come certificato dalle prove INVALSI (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione). Ma ha anche una dimensione valoriale, è un modo per spezzare la logica dell’abbandono attraverso la solidarietà e la cittadinanza attiva.
La cornice metodologica del progetto si basa sulla costruzione di un’alleanza educativa tra scuole, istituzioni e comunità per generare fiducia e contrastare la cultura mafiosa attraverso la formazione e la mediazione. Grazie a questo approccio la Scuola della Pace è diventata un laboratorio civico e sociale, capace di trasformare la scuola in un centro propulsivo e rigenerativo.
Il progetto è stato inserito nel Piano Speciale per la Legalità, promosso dal Consiglio regionale della Calabria contro il fenomeno della ‘ndrangheta, della corruzione e dell’illegalità diffusa, riconoscendo e consolidando il riconoscimento del valore educativo e sociale dell’iniziativa.
Inoltre, l’equipe missionaria si è impegnata in percorsi educativi locali e di incontro con le famiglie marginali ed a rischio, seguendo l’invito di papa Francesco nella Evangelii gaudium: «Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo: preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze» (EG 49).
Tra i percorsi educativi, si contano 22 laboratori nel contesto del programma “Cresciamo insieme”, per la promozione dell’ecologia integrale, in collaborazione con i plessi scolastici i Platì, Careri e San Luca. Un’occasione di incontro con i giovani e con alcune comunità cristiane che è stata ben accolta e apprezzata dai partecipanti e dalle istituzioni locali.
Da questi spazi di marginalità emerge, secondo l’equipe missionaria, un invito esplicito alla Chiesa: prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare. Non come tutrice o dispensatrice di risorse, ma come compagna di strada. Una Chiesa che testimonia la gioia del Vangelo (EG 24) non lo fa a partire dalle certezze istituzionali, ma dall’incontro con chi è ai margini e che, proprio da lì, custodisce spesso una speranza più lucida e più vera.
Legalità e giustizia non sono sinonimi. Ma possono diventarlo, quando una comunità decide di costruirle insieme, con il lavoro, la scuola, la prossimità e la pace. L’Aspromonte lo sta imparando. E i missionari comboniani, con esso.