Kinshasa, 9 dicembre 1973. Un momento della partita Zaire-Marocco (Credito: sunusport.com)

Tante hanno inaugurato l’inizio di nuove epoche, alcune sono rimaste nell’immaginario collettivo per i campioni in campo e altre ancora hanno portato in dote addirittura sconvolgimenti sociali e politici, diventando dei veri e propri affari di stato. Le qualificazioni mondiali, in Africa, sono da sempre una questione molto seria.

Aspettando i Mondiali di calcio che si terranno in Qatar dal 22 novembre al 18 dicembre 2022, abbiamo selezionato per voi sei momenti ad alto tasso di pathos, suspense e spettacolo delle qualificazioni africane per i Mondiali di qualche anno fa.

Camerun-Egitto (2005)

L’8 ottobre del 2005 Angola, Togo e Costa d’Avorio volano per la prima, storica volta ai Mondiali, superando rispettivamente Rwanda, Congo e Sudan. Da infarto la qualificazione degli Elefanti ivoriani. Drogba e compagni vincono 3-1 in Sudan, ma per festeggiare devono attendere il triplice fischio della sfida tra Camerun ed Egitto, ferma sull’1-1: vincendo, infatti, i Leoni Indomabili camerunesi farebbero sfumare il sogno degli ivoriani.

A tempo scaduto l’arbitro assegna un calcio di rigore al Camerun. Dal dischetto si presenta Pierre Wome, lo Stade Omnisport di Yaoundé trattiene il fiato, ma il terzino all’epoca in forza all’Inter lo calcia sul palo, condannando i Leoni Indomabili a guardarsi il Mondiale dalla poltrona. Nel frattempo, mentre Wome è costretto a infilarsi su un areo in fretta e furia per sfuggire al linciaggio della gente, a Khartoum scatta la festa degli Elefanti. Negli spogliatoi c’è spazio anche per un momento solenne e toccante, quando un cristiano del sud come Drogba abbraccia un musulmano del nord come Yaya Tourè e lancia un appello in mondovisione, chiedendo la fine della guerra civile ivoriana.

 Marocco-Zambia (1993)
Il 27 aprile 1993 lo Zambia era diretto in Senegal per giocare una gara di qualificazione mondiale, quando l’Havilland Canada DHC-5 Buffalo dell’aeronautica militare zambiana su cui viaggiavano i Chipolopolo si inabissò nell’Oceano Atlantico, in uno specchio di mare al largo della costa gabonese, portandosi via i sogni di un’intera generazione di talentuosi calciatori zambiani. Non si è salvato nessuno, sono morti tutti e 25 i passeggeri più i 5 membri dell’equipaggio, tranne Kalusha Bwalya. La stella della nazionale e giustiziere dell’Italia alle Olimpiadi di Seul del 1988, è sfuggito a quel tragico disegno del destino solo per una fortunata coincidenza: aveva preso un altro volo.

È lui, affiancato da nuovi compagni disposti a tutto pur di onorare la memoria dei calciatori tragicamente scomparsi, a guidare l’orgogliosa rinascita dei Chipolopolo. Sei mesi dopo la tragedia, allo Stadio Mohammed V di Casablanca, allo Zambia di Kalusha Bwalya basta un pari per volare ai Mondiali, ma un gol del marocchino Abdeslam Laghrissi spegne i sogni dei Chipolopolo, furibondi per l’arbitraggio del gabonese Jean-Fidèle Diramba. Non a caso, in Zambia, per molto tempo la parola “gabon” è stata utilizzata come sinonimo di disgrazia.

Algeria-Egitto (1989 e 2009)

Nel calcio Egitto e Algeria, si sa, non si amano. La prova arriva nel novembre 2009 a Omdurman, in Sudan, dove le due nazionali si ritrovano faccia a faccia in uno spareggio da brividi per decidere chi andrà ai Mondiali sudafricani dell’anno successivo.
In campo c’erano vecchi conti da regolare: quelli del 1989. All’epoca c’era stato un drammatico e incandescente incontro di qualificazione mondiale vinto dai Faraoni, e passato alla storia come la “battaglia del Cairo”, perché in campo era successo praticamente di tutto. Dopo lo 0-0 in Algeria, al ritorno gli egiziani avevano preparato un clima da tregenda, c’erano stati scontri sugli spalti e negli spogliatoi, e Lakhdar Belloumi, Pallone d’oro africano del 1981 e una delle stelle di quell’Algeria, aveva accecato il medico sociale dei rivali lanciandogli un pezzo di vetro in un occhio, venendo per questo condannato dalla giustizia egiziana e a lungo inseguito da un mandato di cattura dell’Interpol.
Nel 2009 l’atmosfera è altrettanto rovente. Prima dello spareggio le due squadre si sono distribuite equamente il bottino nel girone eliminatorio, vincendo una volta a testa, ma alla vigilia dell’incontro di ritorno al Cairo la tensione monta quando alcuni fanatici egiziani tendono un’imboscata al bus della nazionale algerina, facendolo bersaglio di una fittissima sassaiola.
Durante l’agguato tre calciatori delle Volpi del deserto rimangono feriti: Halliche è tra questi. Nonostante un polso fratturato e con una sorta di turbante avvolto attorno al capo per coprire un’arcata sopraccigliare tumefatta, Halliche scende eroicamente in campo, ma non basta: l’Algeria, vittoriosa 3-1 all’andata, viene sconfitta 2-0 ed è costretta a disputare uno spareggio finale in campo neutro. Si gioca quattro giorni più tardi ad Omdurman, in Sudan, in uno stadio completamente militarizzato. Vince l’Algeria e il gol decisivo lo segna Antar Yahia.

Nigeria-Tunisia (1977)
Il 12 novembre 1977, a Lagos, superate Sierra Leone, Costa d’Avorio ed Egitto lungo il cammino, le Super Aquile nigeriane si giocano in una sorta di spareggio con la Tunisia per la qualificazione ai Mondiali argentini del 1978.
L’attesa è febbrile. Ottantamila persone invadono il Surulere Stadium di Lagos. Chi non ce l’ha fatta a trovare il biglietto, invece, se ne sta a casa, incollato davanti alla radio per apprendere gli aggiornamenti sulla partita dall’inconfondibile voce di Ernest Okonkwo, leggendario cronista di Radio Nigeria. La Nigeria comanda la partita, sfiora più volte il vantaggio, ma poi una incredibile autorete aerea di Godwin Odiye spalanca le porte dell’incubo e manda avanti le Aquile di Cartagine.

Okonkwo alla radio è disperato: «la Nigeria ha appena segnato… alla Nigeria», dirà, coniando inconsapevolmente una frase destinata a rimanere immortale. Da quel momento inizieranno le pene di Odiye, diventato per tutti Mr. Own Goal e indicato ingenerosamente da diverse generazioni come il solo responsabile di quella mancata qualificazione: «Non posso dimenticarlo. Ricordo tutto di quel giorno, anche il titolo di un quotidiano dell’indomani: Il colpo di testa infame di Odiye. Tutti mi hanno lasciato da solo tranne il portiere Okala che mi ha incoraggiato a rialzarmi», ha ricordato il diretto interessato in una recente intervista del settembre 2016 a The Nation.

Zaire-Marocco (1973)

Nei primi anni Sessanta, Mobutu Sese Seko è stato uno dei primi dittatori africani a intuire il potenziale propagandistico del calcio. Grande tifoso della nazionale, il maresciallo Mobutu vuole fare le cose in grande, a partire dall’allenatore. Serve esperienza e allora ecco lo jugoslavo Blagoje Vidinic. Ai giocatori, invece, vengono offerti ricchi bonus sotto forma di auto, terreni o beni di lusso. Non solo: il presidente zairese non esita a mettere a disposizione della Nazionale il proprio jet privato.

Il campo premia gli sforzi del dittatore. L’appuntamento con la storia è fissato per il 9 dicembre 1973. Dopo un percorso di qualificazione praticamente perfetto lo Zaire, oggi Repubblica democratica del Congo, è a un passo dal traguardo. I tifosi assiepati sugli spalti dello stadio Tate Raphael di Kinshasa, che un anno più tardi ospiterà il mitico incontro di pugilato tra Mohammed Alì e George Foreman, fremono di passione. Torneranno a casa felici: grazie al gol di Ekofo e alla doppietta di Kembo Uba Kembo, soprannominato Monsieur But per il suo straordinario feeling con il goal, i Leopardi zairesi si sbarazzeranno del Marocco, prima squadra africana a qualificarsi ad una Coppa del Mondo con il posto garantito dopo il boicottaggio terzomondista del 1966, diventando la prima nazionale dell’Africa subsahariana a qualificarsi alla Coppa del Mondo.

 

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