Ismael Méndez, dalla Basilicata al deserto per il Sahara Occidentale
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La testimonianza del difensore del Tito e della nazionale sahrawi: «Gioco per difendere il diritto di esistere di un popolo»
Dalla Basilicata al deserto, la corsa di Ismael Méndez per il Sahara Occidentale
La storia della Fédération Sahraoui du Football si intreccia con quella di una delle colonie più dimenticate d'Africa. Attraverso i figli della diaspora, il calcio diventa l'ultimo baluardo contro l'occupazione e l'oblio dei campi profughi
10 Febbraio 2026
Articolo di Vincenzo Lacerenza
Tempo di lettura 5 minuti

C’è un filo invisibile a collegare i campi dilettantistici della Basilicata alle dune infinite del Sahara Occidentale. Mentre la domenica lotta per tre punti fondamentali nel campionato di Promozione lucana, vestendo la maglia della Polisportiva Tito, la chiamata della nazionale sahrawi ha trasformato Ismael Méndez in qualcosa di più di un semplice calciatore, rendendolo un ambasciatore di un popolo in cerca di autodeterminazione.

«Sono molto contento ed orgoglioso per la convocazione di Mendez, significa che stiamo lavorando bene», ha commentato con soddisfazione Giuseppe Salvia, presidente del Tito. «La convocazione di Mendez ci dovrebbe far pensare che il calcio professionistico deve passare anche dal dilettantismo per una crescita generale». 

Un ponte tra culture

Difensore centrale di mestiere, spagnolo d’adozione e sahrawi per eredità paterna, Ismael è ben consapevole del proprio ruolo e sente sulla pelle la missione di fare da megafono internazionale per il grido di libertà del popolo sahrawi: «Sento di difendere questa causa e il diritto di esistere del popolo sahrawi», spiega.

Il calcio, si sa, arriva dove la diplomazia internazionale fallisce. Mentre i tavoli dell’ONU faticano a tracciare i confini del Sahara Occidentale, la selezione nazionale sahrawi usa il calcio come strumento privilegiato, al contempo per costruire e diffondere la propria identità.

Una ferita coloniale aperta

La questione sahrawi, infatti, è una delle ferite più lunghe e colpevolmente dimenticate della storia coloniale. Ex colonia spagnola fino al 1975, il territorio fu occupato dal Marocco e dalla Mauritania dopo la ritirata di Madrid, scatenando una guerra di liberazione guidata dal Fronte Polisario, che il 27 febbraio 1976, tra le sabbie di Bir Lehlu, proclamava ufficialmente la nascita della Repubblica Araba Sahrawi Democratica (RASD).

Nonostante il cessate il fuoco del 1991 e le risoluzioni ONU che prevedono un referendum per l’autodeterminazione, gran parte della regione rimane sotto controllo marocchino, mentre migliaia di sahrawi vivono da decenni nei campi profughi di Tindouf, in Algeria.

Esistere attraverso lo sport

Tredici anni più tardi, nel 1989, nacque la Fédération Sahraoui du Football (FSF), con l’obiettivo di usare lo sport per urlare un concetto semplice ma potente: “Esistiamo”. Tuttavia, è nel nuovo millennio che il calcio sahrawi ha compiuto il salto di qualità diplomatico. Nel marzo 2012, infatti, il ministro della Gioventù e dello Sport della RASD, Mohamed Moulud Mohamed Fadel, ha ufficializzato la creazione della nazionale di calcio sahrawi, prefigurando la partecipazione della stessa alla Coppa Viva in Kurdistan.

Ismael Méndez, però, non è un esordiente in questa missione. «No, non è la prima volta che vesto questa maglia», racconta Isma con l’orgoglio di chi conosce il peso della causa abbracciata. «Il mio debutto è avvenuto nel 2021 e da allora, ogni volta che vengo convocato, accetto con immenso piacere».

L’eredità del deserto

Le sue radici spiegano il motivo di una scelta così convinta. Nato a Tenerife, arrivato quest’anno in Italia per difendere i colori giallorossi del Tito – club di Promozione Lucana -, Isma è un figlio della diaspora. «Mio padre è del Sahara. È nato nel Sahara spagnolo prima del conflitto e ha subito l’occupazione fin da piccolo. Ho ancora parenti stretti nei campi profughi in Algeria».

Il calcio, per lui, è l’eredità di una lotta familiare: «Mio padre mi ha trasmesso tutto fin da bambino. Sapevo di voler contribuire alla causa per liberare il Sahara, che fosse con le manifestazioni o in qualsiasi altro modo. Quando è arrivata l’opportunità del calcio, non ci ho pensato due volte».

Vedere Isma passare dalle marcature sui campi della Basilicata ai palcoscenici internazionali della CONIFA, la confederazione delle nazioni non riconosciute, è un contrasto affascinante. «Sono sensazioni diverse», ammette il difensore. «In Promozione gioco per la classifica con il Tito, ma con la nazionale gioco per un popolo. È totalmente differente».

Geopolitica nello spogliatoio

I suoi compagni di squadra a Tito hanno reagito con incredulità. Isma è diventato, involontariamente, un insegnante di geopolitica nello spogliatoio giallorosso. «Erano sorpresi, molti non conoscevano la storia del Sahara», continua. «Ora mi fanno domande curiose, vogliono capire dove si trova e qual è la nostra storia».

Come ogni difensore centrale, anche con un discreto vizio del gol, Isma sa che il suo compito principale è proteggere. Ma con la maglia sahrawi, l’area di rigore si allarga fino ai confini di uno stato in cerca di riconoscimento. «Sento di difendere il diritto di un popolo a esistere. Non è solo difendere una porta, è difendere un’identità».

L’ascesa dei “dromedari”

La nazionale sahrawi, soprannominata “I dromedari”, non è ancora membro della FIFA o della CAF, ma la sua presenza internazionale sta crescendo esponenzialmente. Recentemente, la nascita ufficiale della selezione è stata celebrata con partite storiche ad Algeri, cercando di ricalcare le orme della celebre squadra del FLN algerino che, negli anni ’50, giocò in tutto il mondo per sostenere l’indipendenza del proprio paese dalla Francia.

Priorità alla causa

Per Ismael, sospeso tra un playoff da conquistare con il Tito e una causa internazionale da promuovere, il traguardo non è una gioia personale: «La priorità e dare visibilità alla causa del popolo sahrawi».

Dalla Basilicata al deserto, Ismael Méndez continua a correre. Perché a volte, per far sentire la voce di un popolo, non servono i grandi stadi della Champions League, ma bastano un paio di scarpini, uno stadio di provincia e la tenacia di chi sa che ogni partita giocata può essere un mattone per la libertà.  

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