Africa e Medio Oriente
Africa sempre più schierata con le monarchie del Golfo. Il caso più clamoroso è il Sudan, partner strategico militare di Teheran fino al 2014, quando chiuse i centri culturali iraniani nel paese. Ora è un fedele alleato dell'Arabia Saudita. Stesso percorso per Eritrea, Senegal, Somalia e Gambia.

La morte del religioso sciita Nimr al-Nimr, giustiziato il 2 gennaio in un carcere saudita insieme a 46 uomini accusati di terrorismo, ha acceso un duro scontro tra Arabia e Iran. L’esecuzione ha scatenato attacchi all’ambasciata saudita a Teheran e la condanna dell’ayatollah iraniano, Ali Khamenei. A sua volta, Riyad ha deciso di interrompere i rapporti con la Repubblica islamica, evacuando i propri diplomatici da Teheran ed espellendo i diplomatici iraniani. A fianco di Riyadh si sono schierati i paesi del Golfo, ma anche alcuni stati africani.

Storia di una crisi
Per comprendere meglio la crisi in atto è forse necessario fare un passo indietro. L’esecuzione di al-Nimr non è che la goccia che ha fatto traboccare il vaso di rapporti, da decenni, molto tesi. «La crisi attuale – spiega Paolo Maggiolini, ricercatore dell’Istituto di studi di politica internazionale (Ispi) di Milano – risale alla fine degli anni Settanta, quando l’Iran, dopo la rivoluzione che ha portato alla caduta dello scià, si propone come nuovo attore regionale. Al di là della retorica della divisione tra musulmani sciiti e sunniti, l’Iran apre un nuovo corso affermando la sua potenza economica – è uno dei principali produttori petroliferi – e politica, è tra i paesi più grandi e popolosi dell’area». L’Arabia Saudita non ci sta e avvia un confronto sempre più serrato. Le tappe sono il sanguinoso conflitto (1980-1988) tra l’Iran di Khomeini e l’Iraq di Saddam Hussein (sostenuto dalle monarchie del Golfo), ma anche la guerra civile in Libano degli anni Ottanta quando, dalla componente sciita locale nasce Hezbollah (armato da Teheran). «La partita – aggiunge Eugenio Dacrema, esperto di Medioriente – è vasta. Non si può parlare del confronto Iran-Arabia senza accennare alla guerra in Afghanistan, palestra per generazioni di sunniti e fucina dalla quale sono nati i talebani e al-Qaida. Così come non si può trascurare la guerra del Golfo che ha portato alla caduta di Saddam Hussein (2006). È a partire da questo conflitto che l’Iraq scivola lentamente nell’orbita di Teheran. La nuova alleanza, insieme al sempre maggiore potere di Hezbollah in Libano, alla resistenza del regime di Bashar al-Assad in Siria e all’accordo sul nucleare iraniano (entrato in vigore in gennaio), rafforzano la presa dell’Iran sul Medioriente». Riyadh, alleato strategico degli Usa, teme che Washington l’abbandoni. Gli Usa, infatti, sempre più autonomi energeticamente (grazie allo shale oil), stanno mettendo in atto una sorta di exit strategy dal Medioriente. «La politica di Riyadh – continua Dacrema – è da leggere più come un grido di dolore che come un atto di forza. Il portare agli estremi le crisi politiche attuali (Yemen, Siria) è un tentativo di convincere Washington a intervenire in Medioriente e a non abbandonare Riyadh in balia della nascente potenza iraniana». In questa lotta, l’Arabia Saudita cerca nuove alleanze. Anche in Africa, grazie a capovolgimenti di fronte di molti paesi.

Gli «amici» africani
Il Sudan è forse il caso più eclatante. Nel 2008, Iran e Sudan firmano un’intesa di cooperazione militare. Port Sudan diventa una base della marina persiana e, proprio da Port Sudan, transitano le armi iraniane che riforniscono i palestinesi di Gaza. Nel 2014 vengono chiusi, però, i centri culturali iraniani in Sudan. Secondo Khartoum sono luoghi in cui gli sciiti cercano di estendere l’influenza iraniana in Africa. In realtà, il Sudan, perse le risorse petrolifere dopo l’indipendenza del Sud Sudan, emarginato a livello internazionale dall’accusa di violazioni dei diritti umani rivolta al presidente Omar El-Bashir e temendo lo scoppio di rivolte interne, cerca nuovi alleati. L’Arabia Saudita non solo offre un supporto politico, ma garantisce finanziamenti per lo sviluppo agricolo (un miliardo di dollari al quale se ne aggiunge un altro del Qatar) e un supporto in caso di emergenze, come le alluvioni che hanno colpito il paese due anni fa. Khartoum, da parte sua, invia 850 soldati a combattere in Yemen e s’ impegna a rafforzare ulteriormente il contingente.

Anche l’Eritrea, che ha sempre fornito supporto logistico alle spedizioni di armi di Teheran nel Mar Rosso, cambia alleanza. Quando scoppia la guerra nello Yemen, Asmara mette i propri porti a disposizione delle navi della coalizione saudita. Immagini satellitari diffuse da siti dell’opposizione eritrea mostrano navi da guerra degli Emirati Arabi Uniti attraccare alle banchine di Assab e Massaua. Anche in questo caso si parla di cospicui finanziamenti di Riyadh alle esangui casse di Asmara, isolata a livello internazionale a causa della feroce dittatura del presidente Isaias Afwerki.

Stesso atteggiamento di Asmara ha anche il governo somalo. In questi ultimi anni, la Somalia ha stretto un’alleanza di ferro con la Turchia, nemico storico dell’Iran. Senza gli investimenti di Ankara difficilmente sarebbe iniziata la ricostruzione somala. Ciò ha portato Mogadiscio a schierarsi in modo sempre più compatto con il fronte sunnita. Fino a rompere le relazioni con Teheran nei primi giorni di gennaio. E a ricevere, grazie anche a questo strappo, un primo consistente aiuto di 50 milioni di dollari dagli “amici” di Riyadh.

Sulla costa occidentale dell’Africa, tra i primi paesi ad aderire all’alleanza saudita in Yemen è stato il Senegal. Pur avendo una forte minoranza sciita (composta da espatriati libanesi), Dakar ha inviato un contingente di duemila uomini a combattere gli houthi yemeniti. Una scelta molto criticata dai senegalesi, ma fortemente voluta dal presidente Macky Sall come segno di gratitudine per i cospicui investimenti sauditi al programma governativo “Senegal Emergente”. Anche Yahya Jammeh, il presidente-dittatore del Gambia ha voltato le spalle a Teheran. Pur avendo sempre sostenuto l’Iran a livello internazionale sulla questione dell’energia nucleare e pur avendo ospitato due volte l’ex presidente iraniano Ahmadinejad, il Gambia ha raffreddato i rapporti con l’Iran per avvicinarsi sempre più a Riyadh. Dai sauditi, Jammeh si aspetta finanziamenti, dopo il congelamento degli aiuti europei. Sarà forse per questo motivo che lo stato, un tempo laico, è stato trasformato in Repubblica islamica?

A fianco di Riyadh si sono infine schierati il Marocco, che da sempre reprime la sua minoranza sciita e ha inviato 1.500 soldati e una squadriglia di F-16 in Yemen, e l’Egitto, il cui governo, dopo il golpe contro la Fratellanza musulmana, si regge grazie agli aiuti sauditi.

«L’Arabia nello scontro con l’Iran è riuscito a creare un’alleanza vasta, ma quanto durerà? ? si chiede Dacrema ?. La solidarietà basata sui finanziamenti può reggere nel breve, ma non nel lungo periodo. A quel punto Riyadh rischia di trovarsi sola. E l’unica soluzione sarà accettare come un dato di fatto la forte influenza iraniana in Medioriente».