Camerun: Paul Biya e i suoi “primi” 40 anni al potere - Nigrizia
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Il secondo presidente più longevo al mondo
Camerun: Paul Biya e i suoi “primi” 40 anni al potere
Il 6 novembre, il capo dello stato ha festeggiato i 4 decenni al vertice del paese. Una presidenza dal pugno di ferro e sorretta dal suo clan. Ma i problemi non mancano. Esplosiva la situazione nelle regioni anglofone. E anche l’economia non gode di buona salute. Nonostante le numerose ricchezze presenti nel paese. Molte le voci sui suoi possibili sostituti nel 2025
02 Dicembre 2022
Articolo di Elio Boscaini
Tempo di lettura 7 minuti

Dal 1982, Paul Biya è il presidente autoritario e incontrastato del Camerun. A 89 anni, monarchie escluse, si ritrova a essere tra i più anziani presidenti del mondo, e il secondo capo di stato più longevo, dietro al suo vicino e omologo della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema, ottant’anni, al potere dal 1979, grazie a un colpo di stato, e da pochi giorni rieletto con il 95% dei voti, per quello che sarà il suo sesto mandato consecutivo.

Nel dare notizia dell’arrivo al potere di Biya, Nigrizia (dicembre 1982) scriveva che «dopo oltre vent’anni di presidenza della repubblica, il 4 novembre Ahmadou Ahidjo ha improvvisamente annunciato di volersi ritirare. Due giorni dopo gli subentrava, come previsto dalla Costituzione, il primo ministro Paul Biya. Ahidjo è così – continuava Nigrizia ‒ il primo capo di stato africano a seguire l’esempio di Senghor. Si tratta di precedenti importanti per il futuro della democrazia nel continente».

Dopo 40 anni, possiamo semplicemente dire che il mensile comboniano esagerava in ottimismo…

Cerchio magico

Anche perché, nonostante uno stato di salute manifestamente degradato da alcuni anni, Biya continua a dare l’impressione di amministrare da solo il paese, appoggiandosi a “un cerchio magico” molto ristretto, ma di cui nomina e caccia senza pietà i membri a suo piacimento. I più fortunati sono semplicemente caduti in disgrazia, altri in prigione.

Al momento del suo ritiro, Ahidjo era alle prese con una grave crisi economica e a una corruzione generalizzata. Era alla testa di uno stato a partito unico con una centralizzazione eccezionale del potere in seno alla presidenza. Diventando presidente, Biya aveva promesso la liberalizzazione politica, in particolare la democrazia, i diritti civili e umani e il progresso economico del Camerun.

Stabilità sotto un guanto di ferro

Doveroso riconoscere che il Camerun sotto di lui ha conosciuto un lungo periodo di stabilità, anche se sotto un guanto di ferro. Periodo, però, che ha finito per sfilacciarsi con lo scoppio della ribellione anglofona nel sudovest e nordovest del paese. Da 5 anni ormai, le due regioni anglofone popolate dalla minoranza (il 20%) di questa ex-colonia francese a maggioranza francofona, sono in preda a una guerra tra gruppi armati, che reclamano l’indipendenza, e le forze di sicurezza massicciamente schierate da un Biya inflessibile anche con i più moderati dei suoi collaboratori, che si augurerebbero una soluzione federalista, ritenuta ineluttabile.

Appare sempre più evidente, infatti, che l’esercito non è fatto per risolvere una crisi la cui matrice, nella radicalizzazione degli anglofoni, è politica. Solo che le autorità di Yaoundé non intendono ragione… 

I “ribelli”, così come le forze dell’ordine, sono puntualmente accusati dall’Onu e dalle ong internazionali di crimini contro i civili, prime vittime di un conflitto che dal 2017 ha già fatto più di 6mila morti e un milione di sfollati, secondo l’International Crisis Group.

Cosa spiega la sua longevità?

Ma che cosa spiega la longevità di Biya al potere, quasi che il Camerun fosse incapace di organizzare una transizione? Siamo in tanti ‒ e non solo in Occidente, ma anche in Africa ‒  a chiederci perché il continente sia oppresso da presidenti che invecchiano invece che profittare del loro pensionamento per permettere un futuro a dirigenti giovani, attivi e innovativi di cui l’Africa ha disperatamente bisogno.

Resta che con Biya, il Camerun aveva raggiunto una certa stabilità e unità, così come un certo “benessere” legato alla trasformazione economica del suo New deal. Si era assistito anche a un certo ammorbidimento dello stato poliziesco.

Ma a fine anni ‘90, la liberalizzazione politica, la disciplina di bilancio e la correttezza nel governare, si sono bloccate. Biya è diventato sempre più inflessibile, rifiutandosi a ogni compromesso politico. Si era, innanzitutto, sbarazzato della fazione di Ahidjo in seno al partito al potere, finendo per bloccare ogni seria contestazione della sua leadership, che venisse dall’interno o da fuori del partito.

Fallimento del multipartitismo

Nel 1990 aveva comunque, sotto pressione esterna, accettato il multipartitismo. Che, però, ha progressivamente e sistematicamente svuotato della sua sostanza, creando un sistema monolitico che gli ha permesso di durare al potere.

Il quadro politico camerunese è stato a lungo dominata dal Rassemblement démocratique du peuple camerounais di Biya, che fino al 1985 si chiamava Union nationale camerounaise (partito dominante dal 1966). Dopo un’apertura formale dello spazio politico al multipartitismo, questo si è progressivamente indebolito.

Fallimento dell’istituzionalizzazione dei partiti politici? Certo: centinaia di piccoli partiti si sono moltiplicati – fino a 300 ad oggi, di cui molti sarebbero segretamente finanziati e controllati da Biya. Offrono sì una facciata di competitività democratica, ma in realtà sono la ragione della debolezza dell’opposizione politica. Il partito al potere dispone di una maggioranza dominante sia all’Assemblea nazionale, il parlamento, sia al senato (63 seggi su 70). Il che riduce a zero qualunque possibilità di vero controllo ed equilibrio politico.

Le elezioni sono diventate, così, un po’ più di una formalità alla quale Biya si presenta senza  possibilità di perdere:  nel 2004, era stato eletto con il 70,9 % dei voti; dopo la revisione costituzionale del 2008 sulla soppressione del limite di mandati, nel 2011 era risultato rieletto con il 78 % dei voti; nel 2018, aveva ottenuto 71,28 % contro lo sfidante, il leader dell’opposizione Maurice Kamto.

Posti di potere al suo gruppo etnico

Biya ha affidato posti di responsabilità nell’amministrazione, nell’esercito, nella sicurezza e nella funzione pubblica a personaggi del suo stesso gruppo etnico del sud. In particolare, si appoggia sul Battaglione di intervento rapido, una unità di commando militari altamente qualificati, per garantirsi la fedeltà dell’esercito.

Biya, inoltre, conta da sempre sul sostegno francese e, più recentemente, anche russo (il 12 aprile scorso Camerun e Russia hanno firmato un accordo di cooperazione militare), arrivando fino a “profittare” del conflitto con le zone anglofone per rafforzare il suo potere interno e allontanare eventuali critiche internazionali.

Se poi si pensa che lo stesso sistema giudiziario è prono del presidente (che nomina direttamente i giudici), diventa ancora più chiaro che non c’è settore della vita pubblica in Camerun che non risenta della presenza di Biya.

Chi dopo Biya?

L’attuale mandato del presidente arriva a scadenza nel 2025, quando Biya avrà 92 anni (è nato il 13 febbraio 1933). Benché il presidente non mostri alcun segno di abbandono della scena politica, l’idea di un’era post-Biya si fa strada. Oggi, il presidente non fa più che qualche breve apparizione in pubblico, si muove a fatica e i suoi rari discorsi preregistrati sono pronunciati faticosamente.

Regolarmente corre la diceria di un Paul Biya morto o moribondo. E ogni volta è smentita da un video o da foto. Parlare di successione è tabù, anche per i più vicini. E nessuno ha mai osato in pubblico farne il benché minimo accenno.

Eppure che si stia organizzando una lotta di successione è inevitabile. Tra i candidati alla successione, il figlio Franck Biya o il ministro delle finanze Louis-Paul Motaze sono regolarmente citati. Così come il segretario generale della presidenza, Ferdinand Ngoh Ngoh, vicino all’influente première dame Chantal Biya e che esercita de facto per delega una buona parte del potere esecutivo.

Corruzione e risorse depredate

Una parola, infine, sulla situazione economica del paese. Il Camerun è uno dei principali esportatori di legno in Africa e il quinto produttore di cacao al mondo. Il paese avrebbe risorse sufficienti per ridurre l’estrema povertà e il sottosviluppo. Ma per via della corruzione, le entrate sono depredate per mantenere la rete clientelare legata al presidente. Abbondano in Camerun le risorse naturali (petrolio, legname, minerali, cotone…), eppure il paese stagna, nella categoria dei paesi a reddito intermedio nelle parti basse delle tabelle della Banca mondiale.

Dopo 4 decenni di promesse da parte di un potere accusato di corruzione e di cattiva governance, l’economia camerunese è ben lungi dal suo potenziale.

Il paese è classificato 144° sui 180 dell’Indice di percezione della corruzione 2021. Un terzo circa dei 25 milioni di abitanti del paese vive con meno di due euro al giorno e il tasso di povertà si attesta al 40%, secondo l’Onu. Solo il 10% degli attivi ha un impiego nel settore formale e più di 9 milioni di persone non hanno accesso all’elettricità, sempre secondo la Banca mondiale.

Chiunque sarà chiamato a succedere al nostro vecchietto, si ritroverà con molto pain sur la planche!

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