Da Nigrizia di dicembre 2011: nessun cambiamento
Le presidenziali dello scorso ottobre, che l’opposizione ha definito «una pagliacciata», hanno riconfermato Paul Biya, 78 anni, al potere dal 1982. Voto avallato dalla chiesa, nonostante la coraggiosa presa di posizione del card. Tumi. Perplessa la comunità internazionale, eccetto Parigi e Pechino. Un paese preda della corruzione.

Con 22 candidati che si erano presentati contro di lui in un’elezione a turno unico, Paul Biya era sicuro del trionfo. Il 21 ottobre, la Corte suprema ha proclamato i risultati definitivi delle elezioni presidenziali del 9 ottobre: Biya è stato eletto con il 77,98% dei voti espressi, battendo Ni John Fru Ndi, lo storico oppositore e leader del Fronte democratico sociale (Fds), fermo al 10,71%. Al terzo posto si è classificato Garga Haman Adji, leader dell’Alleanza per la democrazia e lo sviluppo (Add), con il 3,21%. Agli altri candidati sono andate le briciole. Secondo i dati ufficiali, il tasso di partecipazione è stato del 66,82%: dei 7 milioni aventi diritto, quasi 5 milioni si sono recati alle urne; 3 milioni e 772mila si sono espressi per Biya.

 

La verità su queste elezioni l’ha detta il cardinal Christian Tumi, arcivescovo emerito di Douala, la capitale economica del paese, da sempre considerato il vero “oppositore” di Biya. Uomo dall’autorità morale incontestata, si è espresso criticamente nei confronti dell’organizzazione di un esercizio che ha impedito a molti di votare. Elezioni libere, sì, ma caratterizzate da numerose irregolarità. «Io stesso – ha detto – ho ricevuto due tessere elettorali». Dopo aver riconosciuto che Biya «ha vinto le elezioni perché la Corte suprema ha confermato i risultati», si è affrettato ad aggiungere: «Nessuna struttura dello stato sfugge alla corruzione. Non c’è stata equità nel voto, perché i candidati dell’opposizione mancavano del tutto di mezzi», mentre il partito al potere ha potuto servirsi di tutte le risorse umane e finanziarie dello stato per consolidare la sua autorità.

 

Anche la comunità internazionale ha espresso perplessità sulle elezioni, costatandone molte ed evidenti irregolarità. Gli Usa, attraverso l’ambasciatore Robert P. Jackson, hanno parlato di «anomalie a ogni livello». Alain Juppé, ministro degli esteri francese, pur «prendendo atto del risultato», ha sottolineato «le numerose défaillances e irregolarità» e rimarcato: «La Francia si augura che siano prese delle misure affinché ciò che è avvenuto in queste elezioni non si ripeta in occasione delle legislative e comunali previste l’anno prossimo».

 

L’opposizione interna ha definito l’intero esercizio «una pagliacciata»: avrebbero votato anche i morti; molti i casi provati di voti multipli. Tutti sanno che i registri elettorali sono falsi e che bisogna ricostituire l’intero schedario elettorale. Tuttavia, dopo aver lanciato un appello a rifiutare il risultato e – se non fosse stato annullato – a scendere in piazza, l’opposizione ha finito con l’accettare il responso delle urne.

 

In verità, l’appello alla protesta era stato preso molto seriamente. Ma, temendo che si potesse ripetere l’ondata di proteste che aveva scosso il paese nel 2008 (con decine di vittime), dopo che il presidente aveva deciso di cambiare la costituzione per correre per un terzo mandato, i vescovi cattolici, per bocca di mons. Joseph Atanga, presidente della Conferenza episcopale, hanno invitato i fedeli a non protestare, per evitare disordini e distruzioni, definendo «irresponsabile» l’invito a manifestare e invitando al rispetto dei risultati. Mons. Atanga ha spiegato: «In democrazia, la violenza, le manifestazioni pubbliche, le distruzioni dei beni pubblici sono metodi e strumenti della destabilizzazione e delle scorciatoie per arrivare al potere. Quando c’è violenza, è sempre la povera gente a pagare il tributo più pesante. La forza d’urto dell’elettore è la scheda elettorale. La scelta degli elettori si fa nelle urne, non nelle piazze».

 

Biya ha prestato giuramento il 3 novembre, in un parlamento disertato dall’opposizione. Il giorno dopo, cattolico in un paese cattolico per più di un quarto, era nella cattedrale di Nostra Signora della Vittoria a Yaoundé per una messa di ringraziamento.

 

 

Interessi francesi

I rituali messaggi di congratulazioni dei diversi capi di stato stranieri hanno tardato a giungere. Troppe le critiche al processo elettorale, macchiato di irregolarità che potevano mettere in dubbio il carattere democratico e la validità del voto. Così, quando finalmente è giunto il messaggio più atteso, quello di Nicolas Sarkozy, presidente dell’ex potenza coloniale, piuttosto che la tanto attesa benedizione del “fratello maggiore francese”, si sono uditi un messaggio di richiamo all’ordine e un forte invito «a fare rapidamente quelle riforme che permetteranno di rispondere alle legittime aspirazioni del popolo (…) e a impegnarsi a creare tutte le istituzioni previste dalla costituzione» (senato e consiglio costituzionale, in particolare).

 

Sarebbe cecità assoluta da parte della Francia non riconoscere che, al di là della debolezza, delle contraddizioni e delle incongruenze di un’opposizione divisa, in cui prevale l’egoismo dei leader, in Camerun è difficile fare opposizione, perché non si hanno mezzi, si respira un’aria di dittatura sostenuta dai militari e la gente è manipolata e intimidita. Normale, quindi, che chi può, tenti l’avventura all’estero. La diaspora camerunese è di circa 4 milioni (sui 20 che abitano il paese).

 

Ma perché la Francia continua a sostenere un regime dittatoriale, guidato da una cricca di incompetenti, a cominciare dallo stesso presidente, che fa del Camerun un paese in decomposizione, impedendogli di sfruttare a pieno le sue potenzialità? Per via dei grandi interessi finanziari rappresentati da grandi gruppi francesi impiantati in Camerun, come Elf, Bolloré o Total, che Biya non cessa di favorire.

 

Ma Eva Joly, la candidata del partito Europe Écologie alle presidenziali del con il suo governo, che sostiene il regime al potere a Yaoundé, ha qualificato queste elezioni come «tragedia e vergogna per la Francia», perché truccate fin dall’inizio. Ha aggiunto: «Ancora una volta, Paul Biya ha vinto con la benedizione della Francia, che lo porta in braccio dal 1982. Dal 1960, la repressione macchiata di sangue in Camerun è finanziata dalle nostre tasse. Bisogna smetterla con questo scandalo inaudito. Nella Tunisia di Ben Ali, Michèle Alliot-Marie (allora ministro della difesa, ndr) aveva proposto di appoggiare le forze dell’ordine. È quello che la Francia fa da 50 anni nel Camerun di Biya».

 

Così, mentre da una parte si sostengono le democrazie nello spirito della primavera araba, dall’altra nell’Africa subsahariana si continua a sostenere i dittatori, che organizzano le elezioni non per sapere cosa gli elettori vogliono e chi vorrebbero alla guida del paese, ma solo per darsi una pseudo-legittimità. Perché di libere, trasparenti e oneste queste elezioni non hanno che l’aggettivo. La Francia ha in Camerun grandi imprese e grossi interessi da difendere e… va bene così.

 

 

È dittatura

Paul Biya è un dittatore. Il che non gli impedisce di parlare del suo paese come di una «repubblica esemplare in cui la vita democratica si sta radicando e si fa più solida». Un proverbio camerunese dice: “Quando hai rovesciato il tuo avversario, non sederti su di lui e smetti la lotta”. Diventa difficile, allora, capire il perché di tanto accanimento da parte del partito- stato, il Raggruppamento democratico del popolo camerunese (Rdpc), contro l’opposizione in un paese in cui fare l’oppositore è quasi impossibile.

 

Il risultato è che il paese, con ricchezze incredibili e un popolo molto attivo di commercianti e di gente dinamica, si vede condannato al sottosviluppo da un regime dittatoriale sostenuto da Parigi. Secondo uno studio dell’Istituto nazionale di statistica, un terzo dei bambini camerunesi con meno di 5 anni soffre di malnutrizione cronica; il 14% di loro, di malnutrizione grave.

 

Nel suo discorso d’investitura, Biya ha detto: «In questo tempio della democrazia, ci tengo a ringraziare, ancora una volta, i camerunesi, donne e uomini, per avermi rinnovato la loro fiducia. È logico che sarà per me un prezioso sostegno morale nell’esercizio delle mie pesanti responsabilità nei prossimi anni». Una dichiarazione di buoni intenti, in cui Biya ha accennato alla povertà delle masse urbane e contadine (ma senza dire che si tratta di “miseria totale”, per evitare che la gente apra gli occhi contro le ingiustizie), parlato della necessità di una «rivoluzione contadina» per arrivare alla sicurezza alimentare, riconosciuto che la disoccupazione è un problema che impedisce ai giovani di guardare serenamente al futuro, e glissato sulle difficoltà energetiche. Quasi sotto silenzio è passata la lotta alla corruzione, il vero cancro del paese. Com’è finita l'”Operazione sparviero”, varata per combattere questo male, affidata al ministro della giustizia Amadou Ali e ripetutamente sbandierata dal presidente?

 

C’è da scommettere che tutto rimarrà com’è. Non basta dire di voler migliorare l’istruzione con nuove scuole, la sanità con nuovi ospedali, la situazione abitativa con nuove case popolari. Tutto si riduce a un pio desiderio. Come pia è la promessa di offrire a tutti i cittadini uguali opportunità. Amaro è stato il sorriso sul volto di molti, quando, concludendo, Biya ha detto: «Oggi è il tempo dell’azione». Ma come? Non ha avuto tempo per farlo in 30 anni di potere?

 

Se poi si pensa che l’ambasciatore cinese, incontrando il ministro degli esteri camerunese per congratularsi del risultato delle presidenziali, ha chiesto una maggiore sicurezza per le imprese cinesi nel paese, si può intuire in che mani è finito il Camerun. Ma è sui capitali cinesi che Biya spera per finanziare gli imponenti investimenti annunciati, soprattutto in campo energetico.

 


 



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