Camerun: 43 anni al potere non bastano. Vittoria avvelenata di Biya
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Rieletto alle presidenziali con il 53,66% dei voti. E il paese rischia il caos
Camerun: 43 anni al potere non bastano. La vittoria avvelenata del 92enne Biya
Il Consiglio costituzionale proclama vincitore il presidente più anziano al mondo, al potere dal 1982. Ma le proteste si moltiplicano, l'opposizione contesta il risultato e gli ambasciatori dell'Unione europea disertano la cerimonia. Chi governa davvero il paese?
27 Ottobre 2025
Articolo di Gianni Ballarini
Tempo di lettura 10 minuti
Credito: The indipendent

La minaccia l’aveva lanciata su X il 13 luglio. Annunciando la sua candidatura aveva concluso: “Il meglio deve ancora venire”.

Il meglio per lui è stato annunciato oggi, 27 ottobre: il Consiglio costituzionale del Camerun ha ufficialmente proclamato Paul Biya vincitore delle elezioni presidenziali del 12 ottobre, con il 53,66% dei voti. Percentuale che sostanzialmente conferma i risultati provvisori annunciati il 20 ottobre dalla Commissione nazionale per lo scrutinio dei voti.

Impossibile la verifica indipendente

A causa della mancanza di trasparenza nel processo elettorale e del controllo del governo sulle istituzioni chiave, la verifica indipendente dei risultati si rivela complicata.

Il regime ha utilizzato ogni mezzo per limitare il controllo democratico: copertura mediatica limitata, intimidazioni contro i sostenitori dell’opposizione e ritardi strategici nella pubblicazione dei risultati.

La vittoria di un dinosauro della politica

A 92 anni, Biya diventa così il presidente più anziano del mondo in carica, estendendo un regno iniziato nel 1982 che si avvia a raggiungere il mezzo secolo di governo ininterrotto. Se la salute lo sorreggerà.

Distanze diplomatiche

Una vittoria che cementa polemiche. La stessa proclamazione è avvenuta in un clima di crescente tensione. Un dettaglio simbolico quanto eloquente: gli ambasciatori dell’Unione Europea, insieme a quelli di Canada, Regno Unito e Svizzera, non si sono presentati alla cerimonia di annuncio dei risultati.

Una presa di distanza diplomatica che potrebbe segnalare l’isolamento internazionale di un regime sempre più contestato.

Dietro i numeri ufficiali si nasconde, infatti, una crisi politica che rischia di far precipitare il Camerun nel caos.

E ora lo sfidante?

Il principale sfidante, Issa Tchiroma Bakary, 76 anni ed ex portavoce dello stesso governo Biya fino a giugno scorso, ha ottenuto ufficialmente il 35,19% dei voti. Ma contesta il risultato.

Si era già autoproclamato vincitore nella notte tra il 13 e il 14 ottobre, affermando di aver ottenuto circa il 55% dei consensi sulla base di dati raccolti dal suo partito.

Una posizione che ha contribuito ad alimentare la rabbia.

Proteste e violenze diffuse

La proclamazione da parte del Consiglio Costituzionale, arbitro finale in materia elettorale, segna la fase finale del processo ufficiale, ma non porrà fine alla situazione di stallo. E, soprattutto, ha gettato nuova benzina sul fuoco delle proteste.

Non appena sono stati annunciati i risultati definitivi, sono nuovamente aumentate le tensioni nel paese. Ed è stato a Garoua, capoluogo della regione del Nord e roccaforte di Issa Tchiroma Bakary , dove è scoppiata la prima ondata di violenza.

Secondo il racconto di Jeune Afrique, Douala – la capitale economica del paese e dove domenica scorsa quattro persone sono state uccise e oltre cento arrestate durante le manifestazioni contro Biya – ieri era praticamente paralizzata: negozi chiusi, taxi scomparsi dalle strade e i principali istituti bancari che avevano chiesto ai loro dipendenti di restare a casa.

Nei giorni precedenti alla proclamazione dei risultati, le proteste si erano estese a macchia d’olio: da Bafoussam, a Douala, da Kousseri a Dschang, dove i manifestanti avevano dato alle fiamme un tribunale, bruciato veicoli comunali e incendiato la sede locale del partito di Biya, il Movimento democratico del popolo camerunese (CPDM).

A due giorni dalla proclamazione dei risultati, il regime ha fatto arrestare alcuni leader dell’opposizione.

Una violenza e una repressione che hanno preoccupato la Conferenza episcopale camerunese che una settimana fa ha lanciato un appello alla calma.

L’ombra del 2018 e di Maurice Kamto

Questa non è la prima volta che il Camerun vive una crisi post-elettorale di questa portata. Nel 2018, il leader dell’opposizione Maurice Kamto si dichiarò vincitore delle elezioni prima dell’annuncio ufficiale dei risultati. Fu arrestato, imprigionato per nove mesi con l’accusa di “ostilità contro la patria” ed escluso dalle elezioni del 2025.

La repressione del 2018 ha lasciato cicatrici profonde.

Più di 2 generazioni cresciute sotto un unico presidente

Per comprendere l’entità della crisi attuale, occorre ripercorrere l’eccezionale longevità politica di Paul Biya.

Nato nel 1933, è al potere dal 6 novembre 1982, quando succedette ad Ahmadou Ahidjo dopo essere stato suo primo ministro. 43 anni di governo ininterrotto significa che oltre la metà della popolazione camerunese (la cui età mediana è di 18 anni) ha conosciuto solo lui come presidente. Più di due generazioni.

Da capo dello stato, Biya ha visto cadere il Muro di Berlino, assistito alla fine della Guerra Fredda, rimasto sconvolto dal genocidio del Rwanda, ed è stato tra i protagonisti della nascita dell’Unione africana nel 2002.

È sopravvissuto politicamente a innumerevoli cambiamenti geopolitici e a tragedie immani.

Un fantasma in campagna elettorale. E non solo

La sua campagna elettorale del 2025 è stata surreale nella sua essenzialità: un’unica manifestazione elettorale prima del voto. Dopo l’annuncio su X del 13 luglio, raramente lo si è visto in pubblico.

È stato oggetto di persistenti voci sul suo reale stato di salute e sulla sua effettiva capacità di governare. Voci alimentate proprio dalla sua assenza dalla scena pubblica.

Come ricorda Bbc, “Soggiorni prolungati all’estero, solitamente all’Intercontinental Hotel di Ginevra o in altre località più discrete nei dintorni della città svizzera sul lago, hanno ripetutamente suscitato speculazioni sulla misura in cui egli sta effettivamente governando il Camerun. L’anno scorso, dopo aver pronunciato un discorso in occasione di una commemorazione della Seconda Guerra Mondiale nel sud della Francia ad agosto e aver partecipato al vertice Cina-Africa a Pechino il mese successivo, il presidente è scomparso per quasi sei settimane senza alcun annuncio o spiegazione”.

Chi governa davvero il Camerun?

Se Biya è sempre più un monarca simbolico simbolica, chi detiene realmente il potere nel paese? Secondo molti analisti, il controllo effettivo è nelle mani di una ristretta cerchia guidata dal segretario generale della presidenza Ferdinand Ngoh Ngoh – a cui è stata conferita l’autorità presidenziale nel 2019 – e dalla first lady Chantal Biya.

Si tratterebbe di un precario equilibrio raggiunto anche con ministri di lunga data nei settori chiave della finanza, giustizia e comunicazione.

Questa concentrazione del potere in mani diverse da quelle del presidente nominale ha implicazioni profonde per la stabilità del paese.

In un momento di crisi come quello attuale, le decisioni cruciali su come gestire le proteste vengono prese da un cerchio ristretto di figure non elette che operano dietro le quinte.

Tchiroma: l’insider diventato nemico

La figura di Issa Tchiroma Bakary aggiunge un elemento particolare a questa crisi. Fino a giugno scorso era portavoce del governo di Biya, poi si è dimesso per candidarsi contro il suo ex capo. Una figura, quindi, che conosce dall’interno i meccanismi del potere che ora denuncia.

Tchiroma ha rifiutato di presentare denunce formali davanti al Consiglio costituzionale, descrivendolo come compromesso dal fatto che i suoi membri sono stati tutti nominati dallo stesso Biya.

La proposta di Biya

Secondo fonti giornalistiche, Biya avrebbe tentato di disinnescare la crisi offrendo a Tchiroma un compromesso: diventare primo ministro in cambio del riconoscimento della vittoria del dinosauro camerunese, con la promessa di una riforma del codice elettorale.

Tchiroma ha rifiutato l’accordo, ritenendosi vincitore delle elezioni e non disposto ad accettare quella che considera una vittoria rubata.

Chi controlla l’apparato di sicurezza?

In questo momento critico, la domanda cruciale è: su chi può contare il regime per mantenere il controllo?

Come ha scritto in un’analisi puntale The Africa Report, l’architettura della sicurezza camerunese è stata costruita meticolosamente nel corso dei decenni per prevenire proprio scenari come quello attuale.

La polizia e la gendarmeria, che contano complessivamente circa 40mila agenti, sono in prima linea nella gestione delle proteste.

Il grande vecchio

La polizia è guidata da Martin Mbarga Nguélé, novantenne direttore generale per la sicurezza nazionale e alleato di lunghissima data di Biya.

Le nomine ai vertici delle forze di sicurezza seguono una logica etnica e geografica precisa per prevenire tradimenti: un commissario dell’estremo nord gestisce la zona occidentale di Bamiléké, mentre Douala è affidata a ufficiali del centro, non ad agenti locali. Questo sistema di controlli incrociati è il segno distintivo della gestione dell’ordine pubblico sotto Biya.

E l’esercito?

Per ora, l’esercito non è coinvolto nel mantenimento dell’ordine, seguendo la prassi che riserva questa funzione a polizia e gendarmeria.

Ma se la situazione dovesse degenerare, l’intervento militare diventerebbe inevitabile. Il Camerun è diviso in sei regioni militari congiunte, e Biya ha recentemente riorganizzato i comandi per minimizzare i rischi: a Garoua, epicentro del sostegno a Tchiroma, il comando è stato affidato a luglio a un generale proveniente dal centro, considerato assolutamente fidato.

Tchiroma sta cercando di incrinare questa macchina. L’obiettivo è diffondere l’idea che l’esercito possa schierarsi dalla parte della “legittimità popolare” da lui rivendicata.

Il dubbio che sorge è se esistono fazioni all’interno dell’apparato di sicurezza che si chiedono se prolungare il governo Biya sia una battaglia che valga la pena combattere.

L’Ambazonia, le regioni disinteressate

Mentre le città del Camerun francofono si infiammano per la controversia elettorale, nelle regioni anglofone del Nord-Ovest e Sud-Ovest, chiamate Ambazonia dai separatisti, le elezioni hanno rappresentato poco più di una farsa. L’affluenza è stata tra le più basse a livello nazionale.

Queste regioni sono il cuore di un’insurrezione che dura da nove anni, dove le milizie separatiste impongono blocchi e le truppe governative mantengono una massiccia presenza militare. Molti seggi elettorali sono andati deserti o completamente chiusi.

Chris Anu, uno dei leader dell’autoproclamato stato di Ambazonia, è esplicito: «Tutto ciò che riguarda il Camerun ci è estraneo e cercare di imporre le sue elezioni sul nostro territorio è un atto di usurpazione». Anche la vittoria autoproclamata di Tchiroma è stata accolta con scetticismo: «Gli ambazoniani vorrebbero che vincesse, ma la sua vittoria non si traduce nella giustizia per cui abbiamo combattuto e siamo morti negli ultimi nove anni».

Un paese sull’orlo del baratro

Il Camerun si trova oggi a un bivio. Da un lato, un regime gerontocratico che si aggrappa al potere mascherando dietro una facciata di legalità costituzionale quella che molti considerano una frode elettorale.

Dall’altro, un’opposizione determinata che cerca di capitalizzare su un genuino malcontento popolare ma che rischia di precipitare il paese nel caos. E nelle regioni anglofone, una popolazione completamente alienata da entrambe le parti che continua la sua lotta separatista.

Le proteste sembrano destinate a intensificarsi. La posizione della comunità internazionale sarà cruciale: l’assenza degli ambasciatori europei alla proclamazione è un segnale, ma finora non si è tradotta in sanzioni concrete. L’Europa e gli Stati Uniti sembrano adottare una posizione attendista, probabilmente preoccupati di destabilizzare ulteriormente una regione già fragile.

A 92 anni, Paul Biya potrebbe aver vinto tecnicamente un’altra elezione. Ma governa su un paese profondamente diviso, dove la sua legittimità è contestata, dove i separatisti controllano intere regioni, e dove persino i suoi alleati internazionali prendono le distanze.

Il meglio arriva solo per Biya e il suo clan

Il “meglio” che deve ancora venire, promesso nel suo annuncio di candidatura, appare oggi come una prospettiva sempre più remota per un paese che sembra invece avviarsi verso mesi di instabilità e conflitto.

La vera domanda non è più se Biya abbia vinto secondo i risultati ufficiali, ma se il Camerun possa ancora permettersi un leader così anziano, così isolato dalla realtà del paese, e così dipendente da un cerchio ristretto di consiglieri non eletti.

In un continente africano in rapida trasformazione, dove le popolazioni giovani chiedono cambiamento, il Camerun di Paul Biya appare come un anacronismo destinato a crollare, per alcuni, sotto il peso delle sue contraddizioni.

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