Camerun: lavoro schiavo e impunità, il caso Sino Mart
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Il video di un dipendente frustato in un magazzino cinese a Yaoundé riaccende il dibattito sullo sfruttamento lavorativo nel paese
Camerun: lavoro schiavo e impunità, il volto oscuro del commercio straniero
Tra autorità corrotte e un Codice del lavoro obsoleto e largamente inapplicato, l’attivista N’zui Manto denuncia a Nigrizia un sistema radicato di abusi, protetto dal silenzio delle istituzioni e alimentato anche dalla dipendenza economica dai capitali esteri
08 Maggio 2026
Articolo di Nadia Addezio
Tempo di lettura 5 minuti
Folla riunita davanti al magazzino Sino Mart a Yaoundé in segno di protesta dopo la diffisione del video con le violenze su un lavoratore

«Pratiche schiavistiche all’interno delle strutture dirette da proprietari cinesi, indiani, libanesi». È così che l’attivista social N’zui Manto definisce le condizioni lavorative che sperimentano i lavoratori nelle attività gestite da stranieri in Camerun. In questi giorni ha sconvolto l’opinione pubblica un video registrato nel magazzino del centro commerciale Sino Mart, a Yaoundé, dove un dipendente viene picchiato a colpi di frusta.

I fatti risalgono al 2 maggio. Ad agire è stato un militare, Michael Nguimetsia, assunto dall’impresa cinese per vigilare sul posto. Sotto gli occhi di un interprete indifferente, il militare scarica la sua violenza sull’uomo per il presunto furto di un articolo del negozio.

Il 4 maggio le autorità sono intervenute arrestando il proprietario dell’attività, Yan Min, l’interprete, Lizina Tairama Justin, e diversi manager. Sono stati tutti portati alla Segreteria di stato per la Difesa (SED), mentre Nguimetsia è stato trasferito alla Sicurezza militare. Il ministro del Lavoro e della Sicurezza sociale, Grégoire Owona, aveva annunciato l’apertura di un’“inchiesta approfondita” su questa vicenda, denunciando fatti “di una gravità inaccettabile”.

Il giorno dopo, i cittadini e le cittadine della capitale si sono riversati nel quartiere di Elig-Edzoa per chiedere la chiusura dell’esercizio, avvenuta temporaneamente per ordine del viceprefetto di Yaoundé I, Harouna Nyandji Mgbatou, per il “rischio di gravi disordini pubblici”.

Un sistema di violenze e sfruttamento radicato

Ma quanto avvenuto nel centro commerciale cinese non è un caso isolato. Manto racconta a Nigrizia che il video diffuso in rete in realtà scoperchia un vaso di Pandora sulle condizioni lavorative dei camerunensi.

Gli imprenditori cinesi, libanesi e indiani «versano tangenti alle autorità camerunesi. Una volta corrotte, le autorità mettono a loro disposizione le forze di difesa e sicurezza. Sono gendarmi, militari, poliziotti». Le comunità imprenditoriali straniere hanno potuto consolidare una presenza economica significativa grazie alle reti diasporiche, all’accesso a capitali transnazionali, alle partnership locali e a una forte capacità di adattamento alle dinamiche del mercato camerunese.

Nonostante la lenta e complicata macchina burocratica, la disponibilità finanziaria e la costruzione di relazioni commerciali e istituzionali hanno permesso l’espansione nel paese.

Ad agosto 2025, la Cina è diventata il principale partner finanziario del Camerun, detenendo il 65% del debito bilaterale camerunense. Una situazione che rafforza il legame di forte dipendenza di Yaoundé da Pechino. E che apre di fatto un canale privilegiato al Celeste impero, impegnato a investire in infrastrutture, energia, telecomunicazioni, miniere e risorse naturali.

La corruzione dell’ispettorato del lavoro

«Il personale del ministero del Lavoro si reca regolarmente presso le attività straniere per verificare se tutto vada bene, se i dipendenti abbiano problemi, se siano affiliati alla Cassa nazionale di previdenza sociale. Quando i dipendenti denunciano maltrattamenti, i ministeri competenti durante le loro ispezioni sul posto intascano buste di denaro», dice N’Zui Manto.

L’attivista ha diffuso il video sulle violenze al Sino Mart. Grazie al largo seguito che ha sui social, i suoi post scuotono l’opinione pubblica, arrivando a ottenere – come in questo caso – un intervento governativo. Le misure adottate dalle autorità non convincono Manto che considera il loro agire «una messinscena». «Le autorità reagiscono agli scandali con misure temporanee e simboliche per calmare l’opinione pubblica. Dopo qualche settimana tutto torna alla normalità e le persone coinvolte vengono semplicemente rilasciate».

Secondo l’Indice di percezione della corruzione (CPI) di Transparency International, il Camerun si colloca al 142° posto su 182 paesi per corruzione, con un punteggio pari a 26 su 100. Nonostante il posizionamento negativo in classifica, dal 4 all’8 maggio si tiene a Yaoundé la 16esima Conferenza regionale del Commonwealth dei capi delle agenzie anticorruzione in Africa dove si discute dell’impiego dell’intelligenza artificiale nella lotta alla corruzione nell’Africa del Commonwealth.

Il Codice del lavoro e la precarietà

La corruzione di ispettori e funzionari dello stato permette agli imprenditori stranieri di aggirare il Codice del lavoro, il quadro giuridico che regola i rapporti tra dipendenti e datori di lavoro nel paese dell’Africa centrale.

Da anni questo testo è molto criticato in quanto considerato debole nei confronti delle imprese straniere. Oltre che superato, dato che tiene conto solo dei lavoratori salariati, escludendo quelli indipendenti come commercianti ambulanti o tassisti.

Il Codice fu adottato nel 1992, in un’epoca post Guerra Fredda in cui Yaoundé (come altri paesi subsahariani) era in forte crisi economica. Il Fondo monetario internazionale (FMI) e la Banca Mondiale concedevano prestiti in cambio di programmi di “aggiustamento strutturale”.

Tra le riforme previste, c’erano i tagli alla spesa pubblica, la privatizzazione delle aziende statali, l’apertura agli investimenti stranieri. Il Codice del lavoro introduceva una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, aprendo di fatto la strada alla precarietà. L’effetto è stato l’aumento del lavoro informale, spesso svolto per integrare stipendi insufficienti.

Secondo l’istituto nazionale di statistica, nel 2023 appena 6 lavoratori su 100 erano impiegati nel lavoro salariato formale.

La situazione odierna è quella che descrive Séverin Hyacinthe Batsok, insegnante ricercatore, su Journal du Cameroun nel giorno della festa dei lavoratori, il primo maggio: stipendi non pagati, licenziamenti ingiusti, la totale assenza di ferie o permessi. “E quando vengono concessi, lo stipendio viene decurtato per il numero di giorni di assenza, un numero che non corrisponde a quanto si sarebbe guadagnato se si fosse stati presenti”.

Autocensura

È in questo quadro che s’inseriscono le violenze rese manifeste dal video nel centro commerciale cinese della capitale. In un clima di estrema precarietà e impunità, i dipendenti sono spesso costretti ad autocensurarsi.

Anche perché il sistema politico guidato da più di quarant’anni da Paul Biya – 93 anni, rieletto lo scorso ottobre per un ottavo mandato – lascia poco spazio alla libertà di espressione. «In Camerun esiste questa cultura della strumentalizzazione, per la quale quando si denuncia un’ingiustizia, o si passa per nemici del paese, o si viene accusati di essere stati pagati, oppure ancora viene detto di stare facendo propaganda o diffamazione. Quindi le vittime che provano a parlare non trovano ascolto», spiega Manto.

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