Dopo il voto
Con la recente e scontata rielezione, il presidente continua ad essere il paravento anticonflitti in un paese che conta 240 etnie e dove la primavera araba ha risvegliato timori di guerra civile. Certo non è democrazia.

La proclamazione della vittoria di Paul Biya (nella foto con l’ex presidente del Brasile Lula) alle elezioni presidenziali del 9 ottobre non ha destato grande stupore. Se formalmente i candidati erano una ventina, praticamente il presidente uscente era l’unico vero candidato alla successione di sé stesso. Il 21 ottobre Biya, con il 78% delle preferenze, ha ottenuto il suo sesto mandato presidenziale.

“Fino a quando?” titolava un recente numero del settimanale francese Jeune Afrique sulle elezioni in Camerun. “Fino a quando?” è anche la domanda che si pongono gli osservatori internazionali e i camerunesi. I primi, nelle evenienze che questa domanda cela, vedono la possibilità di realizzare una democrazia più piena o un passo in avanti verso una presa di coscienza da parte della popolazione. I secondi vi vedono principalmente un rischio, un’eventualità da respingere il più a lungo possibile: il 78enne Paul Biya, come dice la propaganda, da 29 anni rappresenta la pace, la stabilità, l’unità, ed è su questo che si è basata la campagna elettorale.

L’evento dell’anno, la “Primavera araba”, in Occidente è stato vissuto come la rivincita dei popoli oppressi. Non così in Camerun. Le manifestazioni di massa, gli scontri di piazza, gli interventi armati e i successivi cambiamenti politici qui hanno risvegliato la paura della guerra civile. Non solo, queste rivoluzioni sono state percepite anche come l’ennesimo intervento europeo, in particolare francese, in affari interni africani. Non è un caso, quindi, che i camerunesi fossero dalla parte di Ben Ali e di Mubarak prima, e soprattutto di Gheddafi dopo.

La crisi ivoriana ha avvicinato geograficamente ed estremizzato questa paura della guerra fratricida. Le immagini di villaggi bombardati da colonne militari o di civili massacrati da fazioni politiche opposte possono apparire immagini lontane in Occidente, ma in Camerun l’immedesimazione è immediata. In un paese che conta 240 etnie, che parlano altrettante lingue diverse, ogni manifestazione, ogni dissenso, ogni opposizione sono visti come possibili focolai di una guerra civile. Così, per la gente comune, Paul Biya è divenuto davvero “la scelta del popolo”, come dice lo slogan troneggiante sulle migliaia di cartelloni elettorali.

Il 9 ottobre i camerunesi sono stati chiamati al voto. Una vera campagna elettorale, però, non si è mai svolta. Non si è potuto assistere a dibattiti politici sulla televisione nazionale. I programmi dei 23 candidati alla presidenza sono rimasti vaghi. La principale rete televisiva del paese, la Crtv, trasmetteva a ripetizione le visite del presidente uscente nelle varie regioni del paese, sempre accolto da una folla acclamante.

Se la campagna elettorale non è mai stata avviata, la propaganda non è mai finita. Già dai primi mesi del 2011 è iniziata, infatti, la corsa all’ottenimento gratuito della carta d’identità necessaria anche al momento del voto. È stata varata una serie di lavori pubblici, chiamati dall’opposizione “cerotti elettorali”, con grande dispendio di denaro ma ridotta utilità. Nelle settimane che hanno preceduto lo scrutinio, una campagna sanitaria, durante la quale sono state distribuite zanzariere contro la malaria, ha interessato le zone rurali del paese. Infine, a partire dai primi di ottobre, nelle “case del partito” del presidente, il Raggruppamento democratico popolare camerunese (Rdpc), sono stati distribuiti beni alimentari di prima necessità.

Domenica 9 ottobre la popolazione si è recata alle urne disinformata, ma convinta della propria scelta di voto. All’uscita dei seggi sono stati distribuiti portachiavi, ombrelli, orologi, magliette e bandierine raffiguranti il presidente uscente. Nelle regioni del nord, dell’est e dell’ovest, dove il sostegno a Biya era meno sicuro, sono stati inviati reparti di militari, ufficialmente per evitare disordini, in realtà per far ricordare la presenza forte dello stato. Chi si è recato a Yaoundé, capitale politica del paese, si è trovato in una città militarizzata con cecchini della guardia presidenziale appostati sui tetti e militari con fucili mitragliatori a ogni angolo di strada.

Nonostante gli oltre 9mila osservatori, vi sono stati episodi che hanno sollevato più di qualche dubbio durante il voto, come ha ammesso lo stesso Biya. L’opposizione, che ha giocato male le sue carte presentandosi divisa di fronte all’uomo forte del regime, ha lamentato la scarsa presenza concessagli sulle reti d’informazione e la mancata distribuzione di schede elettorali, in particolare nelle regioni dove il sostegno al presidente era meno forte. Le denunce di voto multiplo sono state numerose in tutto il paese. Alcuni episodi di violenza hanno, inoltre, causato la morte di militari impegnati nel controllo del voto e a quella di alcuni oppositori politici. La corte costituzione ha, comunque, rigettato le 18 domande di annullamento totale o parziale del voto e ha deciso di convalidare lo scrutinio.

“Fino a quando” Biya resterà alla più alta carica del paese? È la domanda che ci si pone ancora oggi. Data l’età avanzata, una delle possibilità è che il presidente “abdichi”, designando un delfino, che avrà il compito di gestire il “dopo-Paul-Paul”. Questa eventualità avrebbe il merito di tranquillizzare la popolazione, ma allontanerebbe ulteriormente il paese dalla via democratica. D’altra parte, un paese dove è assente una società civile organizzata, l’informazione è controllata dal potere politico e l’opposizione reale è inesistente può essere, si può parlare di democrazia?