Pigmei, bracconaggio e ambiente
L’Ocse avvierà un’inchiesta per verificare le accuse dell’organizzazione a tutela delle popolazioni autoctone Survival International contro il gigante della protezione ambientale Wwf, in Camerun. Ma le due strutture non dovrebbero stare dalla stessa parte?

Per la prima volta nella storia, un’organizzazione no-profit è stata messa sotto indagine per violazione dei diritti umani in seguito all’accusa di un’altra organizzazione. È accaduto la scorsa settimana quando l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ha deciso di avviare un procedimento sull’operato del Wwf che avrebbe finanziato violazioni dei diritti umani in Camerun ai danni delle popolazioni pigmee Baka. Ad accusare l’ong è stata Survival international, che ha anche reso nota la notizia giovedì scorso.

Una contesa che oppone da tempo Survival e Wwf, con reciproci scambi accuse, e sulla quale l’ong che difende i popoli autoctoni aveva presentato un’istanza di 228 pagine all’Ocse già nel febbraio del 2016. In quell’occasione Survival aveva denunciato abusi, maltrattamenti, umiliazioni e persecuzioni perpetrate contro i Baka da parte di squadre anti-bracconaggio finanziate dal Wwf, portando numerosi esempi e testimonianze a sostegno delle accuse. Vengono riportati almeno una trentina di casi avvenuti tra il 2001 e il 2014, oltre ad ulteriori incidenti avvenuti successivamente.

Ma la vicenda iniziò ancora prima, nel 1991, quando, alle prime avvisaglie, Survival aveva chiesto al Wwf di cambiare il proprio approccio nella regione, ma da allora la situazione sarebbe addirittura peggiorata. Secondo gli accusatori l’organizzazione per la conservazione dell’ambiente più grande del mondo avrebbe addirittura mancato di ottenere dalle comunità il consenso previo, libero e informato sui progetti di conservazione avviati nelle loro terre ancestrali, come stabilito dalla dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli autoctoni.

Il Wwf ha respinto le imputazioni definendole “un’intollerabile campagna diffamatoria” contro la quale ha annunciato di voler rispondere adeguatamente per agire “a tutela della propria immagine e del lavoro che conduce in difesa del pianeta”.

La notizia dell’accettazione dell’istanza da parte dell’Ocse rappresenta di per se un fatto del tutto inedito nel diritto internazionale. Questo perché implica che vengano valutate le responsabilità di un’organizzazione non governativa (ong) usando gli stessi standard previsti per le società commerciali. Da sottolineare comunque che il Camerun non è membro dell’Ocse, e quindi Survival International ha presentato l’istanza al Punto di Contatto della Svizzera, proprio dove ha sede il Wwf.

Cos’è successo nella foresta?
I Baka sono un popolo di cacciatori-raccoglitori che inizialmente conduceva uno stile di vita semi-nomade, trasformato poi in sedentario a causa della deforestazione. I suoi membri riescono ancora a prosperare in larga parte seguendo i dettami tradizionali. Vivono nella foresta equatoriale dell’Africa centrale, per lo più in Congo, Gabon, nel sud-ovest della Repubblica Centrafricana e nel sud-est del Camerun. La popolazione Baka presente sul suolo camerunese è la più numerosa e si aggira attorno ai 40mila individui, interamente dipendenti dalle risorse forestali per la loro sopravvivenza.

Il Wwf ha avuto un ruolo centrale nella creazione da parte del governo di Yaoundé di tre aree protette – Lobeke, Boumba Beck e Nkié – con altrettante zone cuscinetto proprio nella regione del sud-est del paese.
I Baka si sono visti così negare l’accesso alla loro terre di caccia ancestrali, cosa che ha innescato conflitti con le cosiddette ecoguards, esponendoli alla repressione. Le testimonianze di Survival parlano di rappresaglie e raid notturni dei rangers, in cui sarebbero stati maltrattati anche donne e bambini.
Survival considera il Wwf direttamente responsabile perché non si è limitato solo alla creazione delle riserve, ma oggi si occupa anche della formazione del personale e assicura larga parte del budget di funzionamento delle aree protette. Il motivo del forte interesse dell’ong per la protezione di quest’area riguarda l’attività di bracconaggio in aumento nel bacino del fiume Congo, specie ai danni degli elefanti.

Il Wwf si difende
L’ong svizzera non ha negato che ci siano stati abusi ai danni dei pigmei da parte delle eco-guardie incaricate di proteggere la fauna selvatica. Infatti tramite le parole di un suo portavoce Frederick Kwame Kumah, direttore dell’Ufficio regionale del Wwf in Africa, ha respinto le denunce di Survival ed ha aggiunto che l’ong  ha sempre preso “le accuse di violazioni estremamente sul serio” e ha lavorato duramente per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni indigene, ammettendo però che “resta ancora molto lavoro da fare”. Infatti l’organizzazione sostiene di aver cercato di verificare gli eventuali abusi nel corso degli anni. In particolare avrebbe avviato indagini e chiesto alle autorità camerunesi di controllare meglio le squadre antibracconaggio, offrendo loro formazione in materie di rispetto e tutela dei diritti umani, e chiedendo al governo di Yaoundé di impiegare proprio i Baka come guardiani.
Questi sforzi non hanno però convinto gli attivisti di Survival, secondo cui proprio il coinvolgimento dei popoli indigeni sarebbe la chiave per conservare intatti i paradisi terrestri. Essi pretendono che un’organizzazione presente in 80 paesi del mondo e con 326 milioni di euro di budget registrati nel 2016, tenga anche conto delle genti inevitabilmente toccate dai suoi progetti.