Economia in bianco e nero – gennaio 2016
Riccardo Barlaam

In molti paesi africani basta pagare per non essere soggetti alla legge, per fare affari, per ottenere l’accesso a servizi pubblici essenziali. La legalità è un concetto astratto, scritto nei testi giuridici e nelle Costituzioni. Basta pagare anche per cancellare crimini orrendi. Nello Zimbabwe di Mugabe nei mesi scorsi una ragazzina è stata stuprata mentre tornava da scuola da un uomo che le ha passato il virus dell’aids. La polizia ha arrestato l’aggressore, ma lo ha rilasciato, in segreto, pochi giorni dopo. Dopo il pagamento di una tangente. Fatti come questo sono all’ordine del giorno e non sempre vengono in luce.

Transparency International li denuncia nel suo rapporto People and Corruption in Africa, preparato assieme ad Afrobarometer, su un campione di oltre 40mila interviste raccolte in 28 paesi del subsahara (non ci sono in questo dossier i paesi del Nordafrica e Medio Oriente, ai quali sarà dedicata un’altra ricerca, paesi dove le pratiche corruttive sono anche molto diffuse).

Poliziotti e uomini d’affari sono tra le categorie più corrotte. Seguiti da funzionari pubblici, giudici, politici, agenti del fisco. Anche i leader tradizionali (i capi villaggio o i capi tribù) e i leader religiosi appaiono in questa ingloriosa classifica, seppur agli ultimi posti.

Liberia, Camerun, Madagascar, Nigeria, Sierra Leone, Kenya, Sudafrica, sono i paesi più corrotti. Isole Maurizio, Capo Verde e Botswana invece sono quelli dove la corruzione è meno percepita e praticata.

A farne le spese, in una catena di Sant’Antonio all’incontrario, sono i più deboli. I poveri. Le persone ai margini della società che con le carte truccate non riescono ad avere gli stessi diritti degli altri. Di chi paga.

Gli executive africani, i top manager, quelli che fanno affari con gli occidentali, sono tra i più corrotti. Cattive abitudini esportate. E la percezione comune è che questo cancro della corruzione sia aumentato negli ultimi anni. Di pari passo con la crescita economica e la diffusione della ricchezza, sempre più drogata, diseguale, mal distribuita tra le classi sociali. Tra chi può pagare e continua a farlo allegramente. E chi non può pagare e resta alla finestra a guardare un film che non lo vedrà mai protagonista.

Il pessimismo è la conclusione a cui arrivano tanti africani. Un pessimismo che rasenta la rassegnazione, in assenza di una società civile e di un’informazione libera e critica verso il potere e i potentati.

Il rapporto di Transparency international stima che nell’ultimo anno in Africa almeno 75 milioni di persone hanno pagato una tangente. I motivi sono tanti. Si paga per evitare una multa o una condanna. Si paga normalmente per non avere problemi a un controllo o a un check point. Inoltre un africano su cinque, in media, ha pagato una mazzetta per avere accesso a servizi pubblici di base a cui si avrebbe diritto: scuole pubbliche, ospedali pubblici, rilascio di documenti di identità o di permessi, accesso all’acqua e all’energia elettrica. In molti paesi però questa percentuale aumenta. In Liberia, ad esempio, il 69% delle persone intervistate ha ammesso di aver pagato una tangente negli ultimi 12 mesi per avere accesso a un servizio pubblico (il Cameroon il 48%, in Nigeria il 43%, in Sierra Leone il 41%). Un quadro drammatico.

La maggior parte degli africani percepisce la corruzione in aumento e pensa che i loro governi facciano troppo poco in termini di legislazione e di lotta effettiva al fenomeno. Al primo posto nella classifica dei pessimisti ci sono i cittadini del Madagascar, dove il 90% degli intervistati pensa che il proprio governo faccia poco o male per arginare il fenomeno corruttivo. In Liberia lo pensa l’81%, in Zimbabwe l’80%, nel ricco Sudafrica ben il 79%.

Clicca qui per leggere tutti gli articoli della rubrica di Riccardo Barlaam su Nigrizia.

Nella foto una manifestazione contro la corruzione in Sudafrica.