Sudafrica / Sudan
Accusato di genocidio e crimini di guerra, il presidente sudanese Omar El-Bashir, non avrebbe potuto lasciare il Sudafrica senza la complicità del presidente Jacob Zuma che aveva l’obbligo di consegnarlo alla Corte penale internazionale.

La clamorosa, ma non inaspettata, fuga del presidente sudanese Omar El-Bashir dal Sudafrica continua a provocare reazioni. L’ultima è di pochi giorni fa, quando Fatou Bensouda, il pubblico ministero della Corte penale internazionale, Cpi, nella sua dichiarazione sulla situazione in Darfur al Consiglio di sicurezza dell’Onu, Unsc, ha chiesto che  questo si adoperi “per garantire giustizia alle vittime di crimini atroci sofferenti da lungo tempo”, “ideando strategie concrete ed effettive per l’arresto di accusati ricercati dal tribunale, e per dare alla Cpi il supporto pieno che richiede e cui ha diritto, allo scopo di implementare lo statuto di Roma, come previsto”. È fin troppo chiara l’allusione a quanto successo in Sud Africa.

Il 15 giugno dopo aver partecipato all’assise dei capi di stato dell’Unione africana, Omar El-Bashir ha lasciato illegalmente il paese. Il governo sudafricano, stato membro della Corte penale internazionale (Cpi), avrebbe dovuto farlo arrestare e consegnare alla Cpi che lo accusa di genocidio e crimini di guerra ai danni della popolazione della regione sudanese del Darfur.

La fuga di El-Bashir continua a suscitare dure reazioni anche in Sudafrica. Magistrati ed esponenti della società civile accusano il governo di aver ignorato la Costituzione e minato l’indipendenza del potere giudiziario, uno dei pilastri fondamentali su cui poggia la democrazia sudafricana. È evidente, infatti, che El-Bashir non avrebbe potuto uscire dal paese senza la complicità del presidente Jacob Zuma e del suo governo su cui cade la responsabilità di aver violato gli obblighi internazionali sanciti dallo Statuto di Roma di cui il Sudafrica è firmatario. Zuma ha anche agito in spregio alla deliberazione dell’Alta corte di Pretoria che aveva proibito al presidente sudanese di uscire dal paese fino a che la Corte avesse esaminato il suo caso ed emanato un eventuale ordine di arresto.

Pretoria e Khartoum contro la Cpi
Ma l’African national congress (Anc), il partito al potere, ha fatto quadrato attorno al presidente Zuma sostenendo che l’arresto di Omar El-Bashir avrebbe danneggiato i rapporti con i paesi dell’Unione africana. Rapporti che hanno raggiunto il minimo livello storico dopo l’ondata di violenze xenofobe dei mesi scorsi nei confronti di immigrati africani, cosa che ha fatto infuriare le cancellerie delle nazioni del continente. L’idea quindi di fare arrestare un presidente africano in carica era semplicemente troppo difficile da sostenere nel momento in cui Pretoria sta cercando in tutti i modi di rifarsi un’immagine e recuperare il terreno perduto per l’imbarazzante esplosione di xenofobia.

Il presidente sudanese è stato accolto al suo arrivo all’aeroporto di Khartoum da un piccola folla (centinaia di persone, dice il Sudan Tribune) di sostenitori festanti che portavano cartelli con scritto “Ha portato la Corte penale internazionale alla tomba”. Nonostante la propaganda che parlava di vittoria, aveva però più l’aria di uno che se l’è cavata per il rotto della cuffia che di un trionfatore, come era stato quando la Bensouda aveva dichiarato che non avrebbe potuto continuare le sue indagini contro di lui per l’assoluta mancanza di collaborazione del governo sudanese e di sostegno delle autorità internazionali competenti in materia, riferendosi ai governi firmatari dello statuto di Roma che non trovavano il modo di arrestarlo. Il Ministro degli esteri sudanese, Ibrahim Ghandour, parlando con i giornalisti all’aeroporto, ha dichiarato che i problemi sono nati a causa “dei nemici dell’Africa e del Sudan” che hanno montato un “dramma” per impedire al presidente di partecipare al summit. Si riferiva, evidentemente, alle organizzazioni della società civile sudafricane che avevano portato il caso davanti all’Alta Corte del paese e l’avevano costretto ad una precipitosa ritirata, come del resto era già successo in Nigeria e in Kenya. Un ruolo sottolineato da Fatou Bensouda, nella sua dichiarazione, in cui dice: “Il coraggio e l’impegno della società civile sono da elogiare” quasi a far intendere che solo da queste organizzazioni è venuto un effettivo sostegno al suo lavoro.

Condanna comunità internazionale
L’episodio ha sicuramente minato l’immagine del Sud Africa. Dure sono state tutte le reazioni provenienti dalla comunità internazionale, tranne quella africana, verso Pretoria. Il segretario generale delle Nazioni unite, Ban ki-Moon, ha manifestato il suo disappunto e dichiarato che il mandato di arresto della Cpi doveva essere applicato, come l’Unione europea che ha detto di “esigere dal Sudafrica l’esecuzione dell’arresto di ogni persona incriminata dalla Cpi che metta piede sul suo territorio”.  Per il New York Times, il governo sudafricano “merita una condanna da parte della comunità internazionale”. “Chi ha perso più di ogni altro – continua il quotidiano newyorkese – sono le vittime innocenti delle crudeli politiche di El-Bashir in Darfur a cui è stata negata giustizia”. L’Independent punta il dito sui problemi interni che hanno motivato la decisione e afferma che “la Realpolitik ha trionfato sulla giustizia internazionale”.

Critiche che non sembrano aver avuto alcuna influenza sul governo di Zuma che ha manifestato l’intenzione di voler rivedere l’appartenenza del Sudafrica alla Corte penale internazionale per ‘varie ragioni’. Non ultima quella sostenuta anche da vari paesi dell’Ua che accusano, cinicamente dice la società civile africana, il tribunale internazionale dell’Aia di neo-colonialismo e di parzialità nel perseguire soltanto i crimini di capi di stato africani. Tesi sposata da Blade Nzimande, segretario del Partito comunista sudafricano e ministro dell’istruzione superiore, che nei giorni scorsi rivolgendosi al congresso nazionale del partito ha dichiarato che “non sarebbe stato corretto arrestare il presidente sudanese”. Perché “Non siamo più una colonia. Ora siamo uno stato sovrano”.

È pur vero, però, osservano alcuni commentatori sudanesi, che il presidente El-Bashir non è mai stato così vicino all’arresto. La sua fuga precipitosa ne fa un vero latitante, rinforzandone nel paese l’immagine di un criminale che è sfuggito per un pelo alla giustizia. Questo “successo” è certamente utile al suo partito, ma deleterio per la gente normale che si trova un paese economicamente e politicamente più isolato.

Nella foto in alto il Presidente del Sudafrica Jacob Zuma (a sinistra) e il Presidente del Sudan, Omar El-Bashir.