Piantagione di cannabis in Sudafrica (Credit: pledgetimes.com)

Le piantagioni di canapa stanno invadendo sempre più terreni agricoli in Africa. Il fenomeno ha preso piede da quando, nel 2016, Stati Uniti e Canada hanno iniziato a sdoganare la legalizzazione dell’uso di cannabis per scopi terapeutici.

La domanda crescente di materia prima da parte di due delle principali economie mondiali è arrivata velocemente anche al continente africano, dove però questo tipo di coltivazione è ancora vietata nella maggior parte dei suoi stati. Ciò non ha comunque impedito il fiorire di partnership tra le due sponde dell’Atlantico, facendo germogliare un nuovo business a cui i governi africani adesso guardano con sempre maggiore interesse.

Lo dimostra la recente decisione del parlamento del Rwanda, che lo scorso 12 ottobre ha approvato un pacchetto di linee guida per la coltivazione, la lavorazione e l’esportazione della cannabis ma per il solo uso medico e non per quello ricreativo. Prima del Rwanda anche Ghana, Lesotho, Malawi, Marocco, Sudafrica, Uganda, Swaziland e Zambia avevano già deciso di mettere a sistema la coltivazione e la vendita di cannabis. A questo elenco si aggiungerà presto l’Uganda che ha votato una legge simile a quella del Rwanda ma dove non sono ancora partite le attività.

Lesotho in ascesa

Un mercato particolarmente in ascesa in questo settore in Africa è quello del Lesotho. Come segnala un report di Africa Intelligence, nel regno incastonato all’interno del territorio del Sudafrica l’uomo d’affari più attivo in questo momento è Refiloe Matekane.

Ex segretario principale del ministero della polizia, interessi consolidati nel settore minerario, nell’agosto scorso Matekane ha rinunciato alla presidenza della compagnia statale Lesotho Electricity Company per far crescere più in fretta gli investimenti fatti per la produzione e commercializzazione di cannabis.

Dal 2017 è presidente e azionista di Maluti Green Med, società autorizzata a coltivare la canapa nel paese, e fa inoltre parte dei consigli di amministrazione di altre cinque società: Wecann, Canna Value, Gart Cannis, CBG Maluti-Med Group e Canico.

Il fatto che un personaggio di questo calibro abbia deciso di puntare con così tanta decisione sulla cannabis conferma l’intenzione del governo del Lesotho di investire su questo tipo di coltivazione per diversificare l’economia del paese e smarcarla dalla dipendenza dalle riserve di diamanti e acqua.

E così, grazie ai buoni uffici di Matekane, Maluti Green Med ha firmato un contratto per la fornitura di canapa a Verve, gruppo sudafricano che possiede un impianto di lavorazione della pianta a Bela-Bela, a nord di Pretoria, e che a sua volta è fornitore di un top player internazionale del settore come la canadese Aphria, la cui quotazione alla borsa di New York è attualmente superiore a 1,6 miliardi di dollari.

Sempre in Lesotho il principale produttore di olio di canapa è la Medigrow Health, partecipata al 10% dalla canadese The Supreme Cannabis Co. Tra i suoi amministratori ci sono Mohlomi Rantekoa, ambasciatore del Lesotho negli Stati Uniti durante la presidenza di Barack Obama, e Retsepile Elias, personaggio presente nei consigli di amministrazione di alcune delle più influenti società parastatali del paese.

Altra realtà straniera molto presente nel Lesotho è il gruppo britannico AfriAg Global tra i cui azionisti di minoranza c’è il ​​magnate del tabacco sudafricano Paul de Robillard, stretto collaboratore dell’ex presidente sudafricano Jacob Zuma. Nel 2019 la società ha nominato nel proprio comitato tecnico due funzionari del ministero della Salute del Lesotho, Germina Mphoso, direttrice del Dipartimento farmaceutico, e il suo consulente legale Masello Sello. Una nomina che conferma quanto ormai la cannabis rappresenti un affare di stato per il Lesotho.

La lentezza legislativa del Sudafrica

Rispetto al piccolo Lesotho, in Sudafrica il mercato della cannabis sta crescendo molto più a rilento, nonostante le condizioni climatiche estremamente favorevoli per la coltivazione di piantagioni di canapa e un mercato interno in crescita a seguito della legalizzazione del consumo di questa sostanza nel 2018. Questa situazione di stallo è dovuta principalmente alla lentezza legislativa e all’assenza di un quadro giuridico sufficientemente strutturato.

Eppure, nonostante siano poche le aziende che ad oggi hanno ottenuto il permesso per avviare la produzione, il Sudafrica potenzialmente può diventare il terzo produttore mondiale di cannabis (stime dell’Organizzazione mondiale della sanità) e rimane il paese che, più di ogni altro, per le sua capacità di investimento è in grado di accogliere le richieste di lavorazione della materia prima che arrivano da altri stati africani.

Le lungaggini burocratiche e un clima poco favorevole per gli affari stanno spingendo lontano dal paese investitori stranieri importanti, come la Spectrum Therapeutics, filiale locale del gigante canadese Canopy Growth, che nel 2019 aveva pianificato di finanziare con 38,5 milioni di dollari la costruzione di un impianto per la realizzazione di prodotti farmaceutici a base di cannabis ad Atlantide, non lontano da Città del Capo. Scelta poi definitivamente saltata nella primavera del 2020.

Zimbabwe e Malawi

Lo Zimbabwe ha optato per attivare la coltivazione e la produzione di cannabis su scala industriale, sfruttando le fibre della canapa per l’uso nei settori del tessile e dell’edilizia, e i semi e l’olio per la realizzazione di prodotti cosmetici e alimentari.

Per accelerare questi processi, nel 2018 il ministro dell’Agricoltura Perence Shiri ha istituito un sistema di autorizzazioni che, di fatto, ha legalizzato la coltivazione della canapa a scopi industriali. Il problema dello Zimbabwe resta la sua instabilità economica e politica, che ha finora tenuto alla larga potenziali investitori nord americani.

Anche il Malawi, al pari del Lesotho, punta sulla cannabis per affrancarsi dallo sfruttamento delle sue principali risorse, in primis il tabacco. La figura centrale che sta spingendo il settore verso la crescita è Nerbert Nyirenda, in passato funzionario di alto livello ai ministeri del Commercio e dell’Industria e delle Finanze.

Le società più attive sono Kawandama Hills Plantations e Invegrow, con quest’ultima che nel 2015 ha ottenuto un primo permesso per coltivare piantagioni di canapa per ricerche scientifiche. Il salto di qualità è avvenuto nel marzo scorso, quando in parlamento è passata una mozione che apre alla coltivazione legale della canapa sia a livello industriale che per scopi medici.

Restano alla finestra Tanzania e Kenya, altri due paesi che producono grandi quantità di cannabis. Ma dove, così come in altri stati africani, attualmente non è possibile coltivare e vendere legalmente questa sostanza. Una situazione legislativa sospesa che, inevitabilmente, favorisce le organizzazioni criminali.

A dirlo sono le stesse Nazioni Unite. Secondo l’Unodc, l’Ufficio Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, ogni anno in Africa vengono prodotte più di 10mila tonnellate di cannabis. E di queste almeno l’80% viene coltivato illegalmente e gestito da reti di narcotrafficanti regionali e internazionali.