Il Sudafrica e il dramma dell’Aids
Presentato nella sezione “Un certain regard” del Festival di Cannes 2010, Life, above all, del regista sudafricano Olivier Schmitz, affronta il tema della vergogna legato all’Aids in Sudafrica

Le paure, i sospetti e le diffidenze che circondano i malati di Aids, nelle township di Johannesburg, in Sudafrica: questo è quanto il regista sudafricano Oliver Schmitz (nella foto a destra) ha cercato di ricostruire con il suo Life, above all, tratto dal romanzo Chanda’s secrets del canadese Allan Stratton. Il lungometraggio è stato presentato nella sezione “Un Certain regard” del festival di Cannes.

 

Nonostante il coraggio dimostrato nel denunciare la menzogna, il rifiuto e l’indifferenza che gravitano attorno al virus dell’Hiv, il film sembra cedere ad un eccesso di sentimentalismo e di cliché che lo rendono a tratti poco credibile.

Il regista, nato nel 1960 a Cape Town, in Sudafrica, aveva coinvolto con maggiore entusiasmo nelle sue produzioni precedenti. In particolare, Mapantsula (1987), Jo’Burg Stories (un documentario del 1997), e Hijack Stories (2000), una satira feroce sui pregiudizi razziali. Nel 2006, ha partecipato con il cortometraggio Place Des Fêtes al film corale Paris, je t’aime, omaggio di diversi registi alla città di Parigi e ai suoi quartieri.

Ambientato nella township rurale di Elandsdoorn, a nord di Johannesburg, Life, above all narra la storia di Chanda (interpretata da Khomotso Manyaka), che scopre, alla morte della sorella neonata, una strana “voce”, che dilaga nel vicinato, riguardo la sua famiglia. I sospetti costringono la madre della protagonista a fuggire lontano e abbandonare i figli. Chanda, incurante dei pregiudizi e della superstizione, prende coscienza della malattia della madre e decide di partire sulle sue tracce alla ricerca della verità. 

 

 

(Khomotso Manyaka, da Life, above all)

 

Il grande merito di Schmitz in questo lungometraggio è quello di aver testimoniato il tabù che gravita in Sudafrica attorno ai malati di Aids, la malattia “tout court”, come spesso viene chiamata dai vicini di casa e dagli abitanti del quartiere, come se, solo pronunciandola, si potesse materializzare nelle case della township.