Il Festival di Cannes si è concluso. I commenti sui palmarés e sui look del red carpet si stanno affievolendo e al netto dei fieri annunci sulla presenza del cinema africano sulla croisette è tempo di bilanci.
Questa edizione verrà ricordata soprattutto per la Palma d’oro a Un simple accident di Jafar Panahi, regista iraniano che nonostante i numerosi arresti e divieti di viaggiare e filmare, continua ostinatamente e clandestinamente a portare avanti il suo cinema minimalista e politico. Spesso al confine tra documentario e finzione, il suo sguardo indaga le complessità delle relazioni sociali in una società soffocata da censura e non detti, rivendicando sempre il diritto alla libertà.
Per quanto riguarda la presenza del cinema africano siamo purtroppo ben lontani da quell’onda africana che secondo la stampa aveva invaso nel 2023 la Croisette. Un servizio di France 24 lamenta per questa edizione la presenza di solo sei film africani e di un’unica Palma d’oro africana, vinta ormai nel lontano 1975 da Mohammed Lakhdar Hamina per Chronique des années de braise (quest’anno celebrato da Cannes Classics).
Flebili ma praticamente invisibili voci africane trovano spazio sul sito ufficiale del Festival, in qualità di giurati del Concorso lungometraggi.
Il regista della Repubblica democratica del Congo, Dieudo Hamadi, selezionato nel 2020 con il suo documentario En route pour le milliard in un’intervista ricorda come il cinema congolese sia stato drammaticamente interrotto dalla guerra e quanto sia comunque importante per un regista africano essere selezionato in un prestigioso festival internazionale.
Leïla Slimani scrittrice franco-marocchina ricorda invece come il film Much loved, di Nabil Ayouch l’abbia spinta a scrivere il libro Sexe et Mensonges e auspica un cinema che permetta a tutte le voci di esprimersi e che prenda anche dei rischi, senza limitarsi ad essere un’industria.
In concorso, dunque, nessun film africano ma due opere di registi di seconda generazione.
La petite dernière, terzo film di Hafsia Herzi, indimenticabile interprete di Cous cous e Mektoub my love di Abdellatif Kechiche, è la storia della diciassettenne Fatima, ultima di otto fratelli, che, abbandonata la banlieu e la sua famiglia algerina per studiare filosofia a Parigi, scopre la propria omosessualità e s’interroga per la prima volta sulla sua identità.
Prendendo spunto dall’omonimo romanzo di Fatima Daas, la regista realizza un classico romanzo di formazione, furbescamente inserito dai critici nel filone female gaze, caratterizzato da un’assenza di estetizzazione o di compiacenza sessuale nei confronti dei personaggi femminili. Nadia Melliti, l’attrice non professionista che interpreta Fatima ha ricevuto il Premio per la Miglior Attrice.
Ultimo capitolo della Trilogia del Cairo, (Omicidio al Cairo, La Cospirazione del Cairo) Les aigles de la République, del regista svedese di origine egiziana Tarik Saleh, indaga le ombre del potere attraverso la storia di una superstar egiziana (Fares Fares) costretto ad interpretare il presidente al-Sisi, in un biopic di propaganda. Un film nel film che purtroppo, ci ricorda il regista, non è satira ma nasce dall’osservazione della realtà del cinema egiziano (di regime).
La sezione Un certain regard è stata inaugurata da Promis le ciel della regista tunisina Erige Sehiri che presenta un racconto dell’esilio tunisino di tre donne dell’Africa subsahariana. Marie (Aïssa Maiga), ex giornalista e ora pastore di una chiesa evangelica, vive con Jolie (Laetitia Ky) studentessa e Naney (Debora Lobe Naney) giovane madre in cerca di un futuro migliore. Quando le tre donne accolgono Kenza, una bambina di 4 anni sopravvissuta ad un naufragio, le tensioni di questa micro comunità esplodono mentre fuori il clima sociale si fa sempre più preoccupante.
I personaggi, ispirati a donne realmente incontrate dalla regista, sono interpretati da un casting forse un po’ troppo glamour, tranne per la scelta di Debora Lobe Naney, incontrata dalla regista nel momento in cui la donna voleva fare la traversata per l’Europa.
Tunisi, è filmata dal punto di vista delle protagoniste, che rimangono ai margini e non hanno reale accesso al paese. La regista che dichiara di volere, con il suo cinema, rendere visibili gli invisibili, ci ricorda con questo film che quasi l’80 % delle migrazioni ha luogo all’interno dell’Africa.
Altra storia di migrazione femminile all’interno dell’Africa è raccontata dal regista egiziano Morad Mostafa che ha presentato a Un certain regard il suo primo lungometraggio, Aisha can’t fly away, storia di Aisha, 26enne somala che lavora come badante nel quartiere Ain-shams del Cairo e sogna di diventare infermiera.
Mescolando lo stile documentaristico con il realismo magico e l’horror, il regista racconta le tensioni tra i migranti subsahariani e gli egiziani, da una prospettiva che vuole capovolgere la narrativa europea convenzionale ma anche colmare un vuoto nel cinema egiziano che sembra non dare mai spazio a protagonisti africani non egiziani. Il film, dichiara il regista, formatosi nei laboratori dei migliori festival europei (Cannes, Venezia), vuole raccontare la società egiziana attraverso uno sguardo esterno.
Un certain regard ha premiato con una Menzione speciale Camera d’or, My father’s shadow di Akinola Davies Jr, da una sceneggiatura del fratello Wale Davies. On the road famigliare e semi-autobiografico che si svolge in un’unica giornata, il 24 giugno 1993, quando il generale Ibrahim Badamasi Babangida, annullò la vincita di MKO Abiola alle prime elezioni democratiche dal colpo di stato avvenuto 10 anni prima in Nigeria.
È proprio in questo giorno che, fatalmente, Folarin chiede ai suoi due figli di accompagnarlo da Ibadan a Lagos, per riscattare mesi di stipendi arretrati. Il viaggio è l’occasione per i due bambini di conoscere il padre, spesso assente per lavoro. Il film che utilizza in maniera sapiente materiale d’archivio per raccontare quella giornata particolare e convulsa e chiude con un finale ambiguo, indaga la distanza e il mistero tipico del rapporto tra figli e padri africani.
Alla Quinzaine des cinéastes, c’è un’altra storia che riflette sul ruolo del padre nella società africana contemporanea: Indomptables di Thomas Ngijol, attore e regista francese di origine camerunese. Libero adattamento del documentario Un crime à Abidjan (1999) di Mosco Boucault, è la storia del commissario Billong (interpretato dallo stesso regista) impegnato nelle indagini sulla morte di un collega e al tempo stesso messo sotto pressione dalla moglie e dalla figlia ribelle che non riconoscono più la sua autorità moralizzatrice.
In equilibrio tra un realismo che denuncia la corruzione e la violenza delle forze di polizia, commedia poliziesca e blaxploitation in salsa camerunese, il film è anche molto personale, per il suo voler rimettere in questione il ruolo e la mentalità della figura del padre in una società tradizionale e patriarcale.
Bilancio positivo? Lo vedremo in futuro. Il Festival suggerisce di tenere gli occhi puntati sui nuovi talenti scoperti da questa edizione. Tra di loro, Debora Lobe Naney, Akinola Davies Jr e Nadia Melliti.