Nel maggio 2001, quando nacque Dailon Rocha Livramento, Capo Verde aveva già visto svanire prematuramente il sogno di qualificarsi ai Mondiali di Giappone e Corea del Sud, durante la sua prima partecipazione alle qualificazioni africane. Quel sogno si era infranto già ad aprile 2000, quando la nazionale isolana venne eliminata al turno preliminare dall’Algeria, senza riuscire ad accedere alla fase a gironi.
L’attuale commissario tecnico Pedro Leitão Brito, invece, era ancora un giocatore e uno degli elementi più esperti della nazionale degli Squali Azzurri. Oggi, a distanza di circa venticinque anni, sia Livramento che Bubista, com’è soprannominato il ct, sono probabilmente i protagonisti principali della storica prima qualificazione di Capo Verde ai Mondiali.
Questo successo è arrivato a 50 anni dalla proclamazione dell’indipendenza dal Portogallo e dopo una lunga sfida con il Camerun, selezione favorita sconfitta per 1-0 a settembre nella partita che ha spianato la strada verso il primo posto nel gruppo D.
Altrettanto decisiva, naturalmente, è stata l’ultima gara contro Eswatini, vinta con relativa facilità per 3-0. Ad aprire le marcature è stato proprio Livramento, attaccante di proprietà dell’Hellas Verona e miglior marcatore della nazionale capoverdiana in questo percorso di qualificazione con quattro reti.
Livramento, che aveva segnato anche al Camerun, incarna alla perfezione lo spirito della diaspora capoverdiana: una comunità numerosa, che supera per numero gli abitanti residenti nell’arcipelago, e che ha fornito ben 14 dei 25 giocatori convocati. Senza il contributo di questi atleti nati e cresciuti all’estero, raggiungere la fase finale della Coppa del Mondo sarebbe stato molto più complicato.
Il percorso di coinvolgimento dei calciatori con doppia cittadinanza ha preso avvio attorno al 2002 quando Lito, attaccante emigrato da ragazzo e protagonista di oltre 200 presenze nella Primeira Liga portoghese, fu tra i primi a scegliere di indossare la maglia della nazionale capoverdiana. La sua decisione fece da apripista: fu lui, infatti, a convincere altri giocatori che militavano in Portogallo a seguire il suo esempio.
Con il tempo e grazie a risultati sempre più positivi, la rete di talenti della diaspora si è espansa ben oltre i confini lusitani, coinvolgendo soprattutto Francia e Paesi Bassi. Proprio da queste comunità, oggi ben radicate, proviene una parte significativa della rosa attuale. In particolare da Rotterdam, città in cui è nato e cresciuto Livramento e in cui sono emerse le qualità di ben sei calciatori dell’attuale rosa della nazionale.
Amalgamare persone di culture e mentalità differenti, però, non è stato un compito semplice. Ed è qui che entra in gioco Bubista. Il suo merito principale è stato quello di riuscire a creare una reale coesione tra i giocatori cresciuti all’estero e quelli formatisi in patria.
Per raggiungere questo obiettivo, ha fatto leva sul senso di “capoverdianità”, con un’attenzione particolare alla lingua creola, vista come collante identitario. È diventata la lingua ufficiale della nazionale, tanto che anche i giocatori inizialmente abituati a comunicare solo in inglese sono stati incoraggiati a impararla.
Bubista scoraggia l’uso di altre lingue all’interno della squadra, proprio per rafforzare il senso di appartenenza e creare un ambiente coeso, in cui tutti si sentano parte della stessa famiglia. Un ruolo decisivo è stato svolto anche dalla crescente organizzazione della Federazione Calcistica di Capo Verde (FCF) che, nonostante risorse limitate e uno staff composto da appena otto persone, è riuscita a sfruttare al meglio ogni mezzo a disposizione.
L’accesso ai fondi FIFA – spesso determinante per le federazioni delle piccole nazioni africane – ha consentito di superare ostacoli economici rilevanti. Ora, con i 10,5 milioni di dollari garantiti dalla partecipazione alla fase a gironi del Mondiale, le finanze della FCF potranno beneficiare di un’ulteriore stabilità.
Queste risorse saranno fondamentali per continuare a far crescere il livello della nazionale e fare in modo che il ritorno sul palcoscenico mondiale non resti un evento irripetibile nei prossimi cinquant’anni.