Mondiale 2026: Capo Verde, il pregiudizio dietro la favola - Nigrizia
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La narrazione distorta delle "piccole" squadre africane
Mondiale 2026: Capo Verde, il pregiudizio dietro la favola
Chiamare “favola” ogni risultato di una piccola contro una grande sembra un complimento, ma spesso nasconde una gerarchia e, nel caso di nazionali africane, anche un malcelato velo di razzismo
22 Giugno 2026
Articolo di Vincenzo Lacerenza
Tempo di lettura 4 minuti
Il portiere di Capo Verde Josimar Dias, alias Vozinha, celebra il pareggio con la Spagna

La notte scorsa Capo Verde ha pareggiato con l’Uruguay. E, prima che si asciugasse il sudore, già è scattato il riflesso pavloviano: favola. È il lessico automatico che scatta ogni volta che una nazionale africana interrompe il copione scritto dalle gerarchie del calcio globale.

Non importa che pochi giorni prima avesse fermato anche la Spagna sullo 0-0. Non importa che due risultati del genere, contro due potenze storiche, suggeriscano organizzazione, identità e lavoro. No. Prima ancora che si analizzi la partita, arriva la narrazione pronta all’uso: la piccola che resiste alla grande, l’arcipelago che si ribella all’impero del pallone, Davide che non abbatte Golia, ma almeno gli rovina la serata.

“Favola” è la parola che consola tutti: chi l’ha vista, chi non l’ha capita, chi non ha voglia di studiarla. Perché “favola”, nel calcio, è spesso un complimento con un guinzaglio invisibile. Sembra carezza, ma contiene gerarchia, complesso di superiorità. Dice: bravi, teneri, sorprendenti.

Ma suggerisce anche: non siete davvero competenti, siete ispirati. Non avete preparato, avete sognato. Non avete difeso bene, avete resistito. Non avete fatto calcio, avete fatto poesia. E la poesia, quando viene usata così, non libera: rimpicciolisce.

Il meccanismo è sempre lo stesso. Se la Spagna non segna, apriamo il laboratorio: possesso sterile, occupazione degli spazi, rifinitura lenta, catene laterali spente, mancanza di profondità. Se Capo Verde non prende gol, apriamo il libro illustrato: favola. 

È il vecchio vizio di etichettare il calcio africano con la solita narrazione inflazionata, intarsiata dai soliti tre, abusati aggettivi: potente, fisico, ingenuo. Gli africani, nel nostro album mentale, saltano più in alto, corrono più forte, ma capiscono sempre un secondo dopo. Sono muscoli in cerca di un europeo che li organizzi. Sono natura, non cultura. Istinto, non strategia. Atletica, non tattica.

È un pregiudizio antico, travestito da competenza. Il corpo africano viene visto, celebrato, venduto. La testa africana viene sospettata. Se un centrocampista europeo rallenta il gioco, “legge i tempi”. Se lo fa un africano, “porta palla” o peggio “è innamorato della palla”. Se un difensore europeo spazza, “non rischia”. Se lo fa un africano, “è ruvido”. Se una squadra europea si abbassa e soffre, “gestisce”. Se lo fa Capo Verde, “si aggrappa al sogno”.

E allora torna utile ricordare Mwepu Ilunga, Zaire-Brasile 1974. Punizione per il Brasile, lui esce dalla barriera e calcia via il pallone prima della battuta. Per decenni, l’immagine perfetta dell’africano che non conosce le regole. Risate, filmati, folklore da archivio, un meme di un’intera generazione. Peccato che la storia fosse più complicata della barzelletta.

Ma noi avevamo già scelto il finale: l’africano ingenuo. Non un giocatore dentro un contesto politico, sportivo, psicologico. Non un uomo in una squadra travolta. No: una macchietta. Perché è più facile. Perché fa ridere. Perché ci fa sentire più intelligenti.

Capo Verde-Spagna e CapoVerde-Uruguay, allora, sono dei test. Non per Capo Verde: per noi. Per vedere se siamo ancora fermi lì, alla stessa pigrizia. Se davanti a una squadra piccola che difende con ordine sappiamo dire “piano partita”, oppure se ci rifugiamo nel solito cliché della “favola”. Se riconosciamo una struttura, o se ci basta la cartolina, l’etichetta veloce e anche un po’ razzista.

Il punto non è togliere poesia al calcio. Il punto è non usare la poesia per cancellare il merito. Perché il merito delle squadre africane, o periferiche, viene spesso riconosciuto solo quando può essere raccontato come eccezione. Miracolo, favola, impresa, cuore. Tutto, purché non normalità. Tutto, purché non competenza.

Il paradosso è feroce: diciamo di amare le favole perché ribaltano il mondo, ma poi le usiamo per rimetterlo in ordine. La grande resta grande anche quando non segna. La piccola resta piccola anche quando la blocca. Il risultato disturba la gerarchia; il racconto la restaura.

E, allora, d’accordo. Quella di Capo Verde possiamo chiamarla favola, certo. È più dolce, più rapida, più comoda, più vendibile. Più clickbait, ovvio. Oppure possiamo fare una cosa rivoluzionaria: chiamarla calcio.

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