Minerali e conflitti. Il sì dell’Europa alla tracciabilità obbligatoria
Il “dovere di diligenza” imposto da Strasburgo alle aziende che commerciano o utilizzano “minerali di sangue” è un primo passo nella lotta contro il finanziamento delle guerre nelle aree minerarie. Soprattutto in Africa. Restano due nodi: far accettare la decisione ai governi dell’Ue ed evitare che le norme restrittive azzerino le economie di sussistenza di milioni di artigiani africani. Sconfitta la linea confindustriale.

La proposta di rendere l’economia europea più “pulita”, trasparente e responsabile

sembrava lapidata da ghigni di cinismo. Le lobby economiche erano certe che Bruxelles avrebbe scelto di giocare al ribasso sul progetto di regolamento chiamato a certificare l’origine legale dei minerali e per combattere il commercio di quelli provenienti da zone di conflitto, come stagno, tantalio, tungsteno (i 3T) e oro.

In effetti, le istituzioni europee avevano deciso di nascondersi dietro formule burocratiche, per annacquare quel progetto. Così il testo presentato nell’aula del parlamento europeo – e negoziato dal relatore della proposta, il rumeno Juliu Winkler, con la Commissione – mirava a istituire un blando sistema volontario di tracciabilità, rivolto a importatori e produttori europei dei 3T e dell’oro, circa 400 imprese in tutto. Nella rete dell’obbligatorietà dell’autocertificazione, invece, dovevano cadere solo pochissimi produttori a monte della filiera, circa una ventina tra raffinerie e fonderie europee. Una proposta accolta con un sospiro di sollievo dai vari signori delle guerre e dalle multinazionali dell’elettronica, delle telecomunicazioni e della new economy, che con quei minerali ci costruiscono smartphone, tablet, televisori, pezzi di aerei e di auto….Un meccanismo volontario, quello suggerito, facilmente aggirabile dalle imprese e che non turbava affatto il mercato europeo, che rappresenta il 25% del commercio mondiale dei 3T e il 15% dell’oro.

La proposta di estendere a tutte le aziende della filiera (dalla miniera al consumatore finale) l’obbligo della certificazione di responsabilità sembrava sgonfiarsi a ogni passaggio dell’iter legislativo, grazie anche ai gruppi del centrodestra, pronti a immolarsi alla causa delle lobby confindustriali.

Così sembrava. Il 20 maggio, nell’aula di Strasburgo, è accaduto invece l’imponderabile: l’Assemblea ha bocciato il testo presentato, votando un emendamento che impone l’obbligo della tracciabilità in tutte le fasi della filiera. Le oltre 800mila imprese europee che utilizzano i 4 minerali per i loro prodotti dovranno così applicare quello che l’Ocse chiama il “dovere di diligenza”, informando i consumatori sulle misure assunte per identificare, attenuare e denunciare i rischi incontrati nei loro percorsi commerciali. Lo scopo, oltre a creare un mercato europeo “pulito” e responsabile, è recidere il legame tra l’estrazione di quei minerali e il finanziamento dei conflitti armati.

Una scelta politica chiara, quella dell’Assemblea di Strasburgo. Anche se non definitiva: il parlamento europeo ha infatti sospeso l’approvazione finale del regolamento per permettere ai suoi rappresentanti di rinegoziare con il Consiglio dell’Ue (i governi dei 28 paesi) un nuovo compromesso.

Tuttavia, il messaggio ha ugualmente un suo valore simbolico: l’Europa, per una volta, ha deciso di non sacrificare i suoi valori base sull’altare degli affari.

Una decisione del parlamento che ha trovato ampi consensi nella società civile, impegnata da anni nella battaglia sulla tracciabilità dei “minerali insanguinati”. In Italia è attiva dall’ottobre 2014 la campagna “Minerali clandestini” (www.mineraliclandestini.org), promossa da Chiama l’Africa, Rete pace per il Congo, Cipsi e Maendeleo Italia. Delle istanze avanzate da associazioni e ong europee prima del voto, l’emendamento non accoglie solo la richiesta

di estendere l’elenco dei minerali sotto osservazione.

Attenti all’embargo
Chi esce con le ossa rotte da questo primo round legislativo è Business Europe (la Confindustria europea), guidata dal 1° luglio 2013 da Emma Marcegaglia. Da subito, gli industriali hanno lasciato poco spazio a trattative: l’Ue deve concentrarsi su un numero limitato di imprese, lasciando decidere a loro se essere o no responsabili. Troppo onerosi, secondo l’associazione, i costi aziendali per sostenere la tracciabilità obbligatoria in ogni fase della filiera. Posizione che sembra essere smentita da un recente studio dello stesso parlamento europeo che ha mostrato come il “dovere di diligenza” costerebbe alle imprese 13.500 dollari l’anno.

I dirigenti di Business Europe, tuttavia, citano a sostegno dei loro interessi una ricerca commissionata dalla Federazione delle industrie tedesche a Öko Institute, che sembra invalidare l’approccio adottato dalle legge Usa. Il dovere di diligenza ragionevole adottato dagli americani imporrebbe, secondo lo studio, un embargo de facto ai minerali dell’Rd Congo, in quanto avrebbe provocato il ritiro di alcuni dei più importanti compratori internazionali sul mercato di quel paese. Embargo che avrebbe messo in difficoltà una parte degli oltre due milioni di minatori artigianali che campano con quell’estrazione. Conclusione cui sono giunti anche 70 intellettuali congolesi, europei e americani, che sul finire dell’anno scorso hanno firmato una lettera nella quale, oltre alla denuncia degli effetti perversi del blocco americano contro i minerali in Rd Congo, sostenevano come la campagna di boicottaggio non coglieva la relazione tra minerali e conflitti: i primi aiutano certo il perpetuarsi della guerra, ma non ne sono la causa. Mentre il risultato finale è l’azzeramento dell’economia di sussistenza di milioni di congolesi.

Lontana dal proporre un boicottaggio puro e semplice dei prodotti realizzati con i minerali da conflitti è la posizione espressa da EurAc, la rete europea che raggruppa 38 organizzazioni della società civile di 12 paesi continentali e che si occupa delle relazioni tra Ue e l’Africa centrale, in particolare Burundi, Rd Congo e Rwanda. Prima del voto del 20 maggio, EurAc aveva criticato la timida legislazione di Bruxelles, giocata tutta al ribasso. Precisando, tuttavia, che l’obiettivo dell’Europa «non deve essere l’embargo sui minerali congolesi, ma incitare a instaurare un commercio legale, formalizzato e controllato dalle autorità civili».

Per questo, secondo la rete, l’Ue non dovrebbe limitarsi a disciplinare normativamente la tracciabilità dei minerali acquistati dalle aziende europee, ma impegnarsi «a garantire una migliore protezione dei minatori artigianali e delle donne che lavorano in miniera; a fornire un supporto continuo e coordinato alla riforma del settore sicurezza in paesi come l’Rd Congo, per porre fine all’implicazione illegale dell’esercito nello sfruttamento; a sostenere le operazioni di disarmo; a incoraggiare investimenti nel settore delle infrastrutture delle vie di comunicazione e dei trasporti; a sostenere politicamente e finanziariamente le iniziative della Conferenza internazionale della regione dei Grandi Laghi (Cirgl) che mira a certificare e ad assicurare una tracciabilità delle esportazioni e delle importazioni dei minerali». Per EurAc l’obiettivo deve essere dare cittadinanza ai minerali clandestini, attraverso una documentazione seria e stringente e garantendo i diritti di chi li estrae.

Articolo estratto dal numero di Nigrizia di giugno 2015.